Fondazione Basso , “Scuola per la buona Politica. Programma 2014”

Come sta avvenendo da alcuni anni, pubblichiamo il programma annuale di questa interessante iniziativa formativa della Fondazione Basso di Roma “La Scuola dell buona politica”.

La “scuola di democrazia/scuola della buona politica” della Fondazione Basso è giunta al suo ottavo anno di attività.

Il programma per il 2014 è dedicato a “Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi”. Il primo incontro, che ha come titolo Lavoro, dignità persona. I fondamenti del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, si terrà giovedi 16 gennaio, dalle 14,30 alle 19, nella saletta della Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). I relatori saranno Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti e coordinerà la discussione Gabriella Bonacchi.

“VIVERE LA DEMOCRAZIA, COSTRUIRE LA SFERA PUBBLICA”
Una scuola per la buona politica

Gli incontri di studio del 2014

Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi

1. Lavoro, dignità, persona. I fondamenti del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra (giovedì 16 gennaio 2014, ore 14,30 -19)

Nella storia dell’Italia repubblicana il lavoro occupa un ruolo centrale. Secondo la Costituzione la Repubblica è fondata sul lavoro non solo come fatto economico ma come processo antropologicamente strutturante e fattore di identità. La Costituzione individua come soggetto della cittadinanza il lavoratore ed è ben noto il dibattito (e le significative divergenze) tra i padri costituenti sul riferimento al “lavoro”. Il secondo comma dell’articolo 3 stabilisce uno stretto collegamento tra lavoratore, persona e dignità umana. La figura del lavoratore/cittadino di diritto evoca tuttavia un’antichissima ripartizione tra lavoro produttivo e attività riproduttive – non riconosciute come lavoro vero e proprio – ovvero, nei termini di oggi, lavoro di cura. Sulla scia di profonde trasformazioni storiche, decisivi sviluppi politici successivi al momento costituente hanno dato origine a una reinterpretazione del nodo lavoro/persona umana. Si è parlato a questo proposito di “femminilizzazione del lavoro”, che si caratterizza per la fusione tra tempo di vita e tempo di lavoro, e per la messa a profitto di quelle competenze relazionali, affettive e linguistiche, un tempo relegate nella sfera domestica. A scuotere antichi equilibri è anche sopraggiunta la crisi del circuito reddito-previdenza-assistenza, vale a dire della stessa idea di Welfare state e degli obblighi statuali nei confronti dei propri cittadini. Così, da un lato il “lavoro di cura” è oggi tutt’altro che una variabile da derubricare come una permanenza di forme sociali arcaiche. Dall’altro, gli obblighi imposti dal secondo comma dell’art.3 cominciano a riguardare una vasta e variegata platea: ad essere impegnati nel lavoro di cura sono nuovi “vecchi soggetti” – donne ed immigrati – che pongono con nuova urgenza i problemi del nesso tra lavoro/cittadinanza/diritti che la nostra Costituzione ha così sapientemente svincolato da ogni immobile fissità storica.

Relazioni: Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti
Discussione
Coordina: Gabriella Bonacchi

2. Lavoro, welfare, stabilità macroeconomica. Il compromesso keynesiano e i “trenta gloriosi” (giovedì 20 febbraio 2014, ore 14,30 -19.)

L’estensione della responsabilità e del ruolo dello Stato e le politiche keynesiane sono state costruite come risposte alla crisi del ’29 e alla disoccupazione e all’impoverimento di massa che ne seguì. La gestione stabilizzante del ciclo macroeconomico, il pieno impiego e il welfare sono stati alla base del compromesso keynesiano, così come il circuito lavoro-tassazione-servizi è stato a fondamento della cittadinanza welfaristica. Nonostante le necessarie distinzioni fra momenti storici sono oggi in molti, a sinistra, a rivendicare la persistente attualità della lezione keynesiana. Ma cosa intendere esattamente per lezione keynesiana? Quali sono i fattori principali che ne hanno favorito il radicamento nel dopoguerra e quelli che ne hanno comportato l’indebolimento a partire dall’inizio degli anni 70? E, ancora, come declinare oggi la lezione keynesiana con riferimento alla definizione sia della finalità della politica economica sia degli assetti di governance dell’economia nazionale, europea e mondiale? Obiettivo centrale di questo seminario è quello di individuare alcune riposte a tali domande. I temi trattati includono la visione della disoccupazione come esito di carenza di domanda aggregata anziché, come argomenterebbero i neo-liberisti, di disequilibrio (eccesso) del livello di salario rispetto ai valori di equilibrio; il concetto di socializzazione dell’investimento; il ruolo della International Clearing Union quale strumento volto a correggere gli squilibri commerciali e, dunque, a sostenere anche la domanda aggregata internazionale; la priorità dell’economia reale su quella finanziaria.

Relazioni: Ruggero Paladini e Carlo Galli
Discussione
Coordina: Chiara Giorgi

3. Il lavoro nella globalizzazione neoliberistica (giovedì 20 marzo 2014, ore 14,30-19)

Alla fine degli anni ’70 la rottura del compromesso keynesiano coincide con l’avvento della globalizzazione neoliberistica, una globalizzazione in cui l’apertura delle economie, l’incremento degli scambi internazionali, l’aumento delle interdipendenze, la fine del fordismo e la crescente informatizzazione si realizzano sotto il segno del “neoliberismo” (meno regole, meno tasse, meno Stato). Il successivo trentennio neoliberista si articola su tre processi: finanziarizzazione (ipertrofia e superfetazione della finanza e creazione di un mostruoso shadow system), commodifcation (mercificazione di tutto, perfino del genoma umano, e mercificazione in primo luogo del lavoro), denormativizzazione (deregolamentazione e sostituzione del valore della norma e della legge con il contratto privato e con la generalizzazione della lex mercatoria). Si assiste a un impressionante deteriorarsi del ruolo del sindacato. In un’epoca in cui si parla di “fine del lavoro” (Rifkin) l’ingresso sulla scena mondiale di paesi come la Cina consente di affiancare a delocalizzazioni immense dai paesi sviluppati verso i paesi emergenti – che avvengono anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione – il raddoppio delle forze di lavoro a livello mondiale, però a bassi salari. Le diseguaglianze si moltiplicano (tra paesi e all’interno dei singoli paesi) e al loro fondamento c’è una drammatica svalutazione del lavoro, sul piano quantitativo – con l’esplodere della disoccupazione nei paesi sviluppati – e sul piano qualitativo, con il dilagare della precarietà e della atipicità, fino a giungere alla job catastrophe al cuore della crisi globale esplosa nel 2007/2008

Relazioni: Paolo Guerrieri e Salvatore Biasco
Discussione
Coordina: Giancarlo Monina

4. L’esplosione delle diseguaglianze nel mercato del lavoro (mercoledi 16 aprile 2014, ore 14,30-19)

Nel 1979 il rapporto tra la retribuzione di un lavoratore mediano e quella di un top manager era di trenta volte, agli inizi degli anni 2000 quel rapporto era salito a duecento e anche a quattrocento volte. Obiettivo di questo seminario è quello di concentrarsi sull’andamento delle disuguaglianze nel mercato del lavoro, delineando possibili misure di contrasto. Il focus è sul caso italiano in prospettiva comparata con gli altri principali paesi OCSE. Rispetto alle disuguaglianze, oltre che su una descrizione complessiva dell’andamento della distribuzione funzionale (fra salari e profitti) e della complessiva disuguaglianza nelle remunerazioni, l’attenzione è concentrata sull’andamento delle retribuzioni per decile di reddito, per tipo e settore di occupazione, per livello di istruzione, per tipo di contratto e per zona di residenza. Ci si indirizzerà, altresì, alle questioni dei lavoratori poveri; dei rischi di pensioni povere e delle implicazioni per l’accumulazione di ricchezze nel ciclo di vita e, con esse, per la diseguaglianza intergenerazionale. Le possibili misure di contrasto che saranno analizzate concernono sia la distribuzione primaria (la cosiddetta pre-distribution) sia la distribuzione secondaria (il sistema di tax and transfer). Tali misure includono il salario minimo, i living wage, la fissazione di distanze massime fra retribuzioni elevate e basse retribuzioni, la riduzione delle remunerazioni di chi ha di più in presenza di cicli recessivi, un’accentuazione della progressività dell’imposta per i lavoratori ricchi e crediti d’imposta a favore dei lavoratori poveri.

Relazioni: Michele Raitano e Elena Granaglia
Discussione
Coordina: Laura Pennacchi

5. Lavoro, rappresentanza politica e sociale e democrazia (giovedì 22 maggio 2014, ore 14,30-19)

La crisi negli anni Settanta del capitalismo a modello fordista /keynesiano ha comportato la fine non solo della classe operaia ma la fine della stessa società, se per società si intende quel tessuto di relazioni che la scienza sociale è venuta teorizzando come principalmente determinata dalla preminenza del lavoro industriale di massa. La sociologia stessa nel corso del Novecento – in antitesi ai totalitarismi – si è venuta affermando in stretta relazione con la crescita dei movimenti sociali e politici orientati alla inclusione dell’individuo lavoratore nei meccanismi di rappresentanza dello Stato nazione. Questo ciclo conosce il suo massimo sviluppo nel trentennio post-seconda guerra mondiale proprio perché riesce a combinare le aspettative dello sviluppo economico con quelle della partecipazione democratica, una sinergia tra rivendicazioni del e sul lavoro e articolazione della rappresentanza (di cui è sintesi la nostra Costituzione). Il venir meno di questa sinergia, con l’avvento del ciclo post-industriale, rappresenta in Italia un pericolo per la democrazia ancora più grave che in altri paesi occidentali storicamente più strutturati dal punto di vista sociale e della pubblica amministrazione. Finanziarizzazione, frammentazione e globalizzazione delle fonti di lavoro, trasformazioni e deroghe nella contrattazione sindacale, hanno prodotto già dagli anni 80 -90 il territorializzarsi sia della lotta sindacale che della lotta politica (distretti + leghe, divaricarsi delle questioni settentrionale e meridionale). Più di recente il disgiungersi di quel nesso storico tra lavoro e rappresentanza sembra portare alla ricerca di una rifondazione della rappresentanza direttamente sull’individuo in quanto cittadino (aggregato nei social networks?) e come tale portatore di diritti (anche sul lavoro). Si intende sottolineare la svolta in corso, epocale da più punti di vista.

Relazioni: Mariuccia Salvati e Massimo Paci
Discussione
Coordina: Catia Papa

6. Lavoro, reddito, cittadinanza (giovedì 19 giugno 2014, ore14,30-19)

La crisi globale più grave del secolo sta provocando quella che i democratici americani non esitano a definire job catastrophe con profonde implicazioni sulla “civiltà del lavoro”. La contrazione della produzione, del reddito e dell’occupazione stabile e garantita indotta dall’attuale crisi economico-finanziaria investe i fondamenti stessi del modello di sviluppo industriale e capitalistico che vede nel lavoro salariato lo strumento principale di integrazione e mediazione sociale. Sul nesso istituito tra lavoro e diritti sono stati edificati tutti i sistemi novecenteschi di protezione sociale. Il dilagare della disoccupazione/inoccupazione, del lavoro precario, intermittente e autonomo espone quindi un numero crescente di persone a una vita priva di quelle garanzie che sorreggono anche la partecipazione democratica. Nella Costituzione italiana il diritto al lavoro e il diritto a un’“esistenza libera e dignitosa” sono fortemente connessi, riguardando dunque potenzialmente tutti i cittadini. A eccezione di quanti invocano più mercato, la tensione egualitaria che attraversa la Carta anima ancora oggi il dibattito sul destino del lavoro quale asse della cittadinanza, ovvero sulle proposte ed esperienze europee di reddito minimo garantito o di reddito universale. A dividere non è tanto il riconoscimento dell’esistenza e del valore del lavoro non formale e/o salariato, quindi la volontà o meno di ricondurre tutti alla “servitù volontaria” del contratto subordinato (magari con meno garanzie), bensì la strategia strutturale per uscire dalla crisi: la logica del trasferimento monetario è realmente alternativa a quella del mercato? Il welfare state quale sistema regolato di sicurezza sociale deve essere rilanciato o è opportuno ripensarlo alla luce del diritto a un reddito universale di base? Per non limitarsi a sanzionare lo status quo sono più utili misure che compensano e risarciscono ex post o misure che promuovono ex ante?

Relazioni: Luca Baccelli e Silvana Sciarra
Discussione
Coordina: Elena Paciotti