“Una riflessione sull’economia” di Giulio Querques

Riceviamo un contributo critico sulla definizione di una “nuova” economia etica dal nostro redattore Giulio Querques. Con questo contributo vogliamo aprire un dibattito, già avviato nelle sue premesse in una giornata di studio dell’anno scorso su una definizione “economica” dei beni comuni.

Il mondo economico-finanziario ed il mondo umano
Percorsi semantici di convergenza

A cura del dott. Giulio Querques

Indice

I. Praeludium

II. La “forma umana” dell’economia e della finanza

III. Cenni su una “nuova economia”, sulla “democrazia finanziaria” ed il microcredito

Mondo economico-finanziario ed il mondo umano
Percorsi semantici di convergenza
a cura di Giulio Querques

Praeludium

Lo storico dell’economia Rondo Cameron, che prese parte alla seconda guerra mondiale come aviere della Marina, dedicò una buona parte della sua vita alla comprensione dell’economia persuaso dall’idea che lo sviluppo economico avrebbe condotto alla fine della guerra.
In fondo, guerra ed economia nascono nel contrasto della vita in comune, della coabitazione, della coesistenza che la prima tenta di risolvere con l’uso delle armi, facendo ricorso ad una cultura della sopraffazione e della violenza e la seconda prova a prevenire con l’applicazione delle “regole della casa” che salvano gli uomini dalla morte, ma che non altrettanto spesso li risparmiano dalla miseria.
Lo scontro tra gli uomini per il dominio sul mondo che loro stessi creano, vivendo, parrebbe stia moderandosi e spostandosi dal piano puramente fisico a quello culturale, sociale, di classe, un piano che, sembra, risparmi la vita di tutti.
Questa nuova condizione ed insieme questo “metodo economico” ha già grandemente ristrutturato le “relazioni” tra gli uomini, nel corso dei secoli, dividendo il mondo in parti diverse, permettendo loro di r-esistere insieme, di scoprire sempre nuovi orizzonti d’intesa reciproca.
C’è implicita una uniformità di idee tra quella economica, quella finanziaria e quella etica, nonostante le tante varianti storiche, culturali e spaziali, nonostante le apparenti distonie, che ci fa supporre un’origine comune: quella umana e relazionale che utilizza i tanti linguaggi, più o meno articolati, della vita e che esperisce, da sempre, livelli diversi di intesa inter-soggettiva volti al progresso della civiltà.

1.1) La “forma umana” dell’economia e della finanza

“Il cinese che prendeva congedo diceva con voce velata:
amico mio, la fortuna mi è stata avversa in questo mondo.
Mi chiedi dove vado?
Me ne vado tra i monti,
cerco requie per il mio cuore solitario”
Hans Bethge

In “Dialettica dell’illuminismo”, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno così si esprimono a proposito dell’economia e dell’uomo: “… non c’è nessuna differenza tra il destino economico e l’uomo stesso. Nessuno è qualcosa d’altro dal suo patrimonio, dal suo reddito, dalla sua posizione, dalle sue chance. La maschera economica e ciò che c’è sotto si coprono nella coscienza degli uomini (compreso l’interessato) fino alle pieghe più sottili. Ciascuno vale quanto guadagna, ciascuno guadagna quanto vale. Apprende quello che è dalle vicende della sua esistenza economica, e non si conosce come nulla di diverso”.
Il destino economico è il destino dell’uomo. Ma l’economia, come la finanza, sono pur sempre uno strumento e come tale al servizio dell’uomo perché da esso stesso creato nel corso delle relazioni con gli altri uomini.
Poste su un piano sociale e globale, l’economia e la finanza sembra non “curino” la dimensione soggettiva dell’uomo e che si costituiscano come massimi sistemi eterni ed autoreferenziali cui non tocca responsabilità alcuna soprattutto nei confronti di certi uomini nati nei contesti ambientali più difficili del nostro pianeta. Invece, è proprio attraverso quella dimensione collettiva e plurale che tali macrosistemi nati dall’uomo e per l’uomo possono esplicare la loro funzione connettiva, regolativa e di equilibrio degli inter-essi.
La condizione che la civiltà postmoderna ha fissato in termini di nuove forme di comunicazione, di linguaggi, ha radicalmente trasformato gli assetti ed il modo di agire dell’economia stessa e della finanza spesso finendo per disancorare le stesse da quella indispensabile fattualità che le aveva originariamente generate.
L’economia e la finanza si muovono spesso su piani virtuali e non reali e la ricchezza prescinde sempre più dall’unità lavorativa che l’aveva generata, definendosi a partire, invece, da dinamiche meno tangibili e legate ad i più diversi processi di capitalizzazione.
Tuttavia, l’origine di un qualsiasi fenomeno umano e culturale fissa, una volta per tutte, quegli “universali semantici”, quei tratti di un “esserci” , in un dato modo, che neppure i processi culturali e quelli assiologici, nel corso del tempo e nello spazio, riducono o annullano.
In altre parole, gli etimi e la semantica generativa dei termini “economia” e “finanza”, nel nostro studio, non possono cambiare, e la stessa “funzione” di tali parole, naturalmente complessificata nel corso del tempo, non tradisce mai quell’origine ancestrale che ne ha richiamato la loro specifica natura sociale.
Riferendoci a quanto espresso da Stefano Zamagni , la finanza per lungo tempo ha avuto soprattutto due obiettivi: la lotta contro la miseria ed il finanziamento dei progetti di economia reale. Il pensatore spiega come la parola “finanza” significhi “tutto ciò che ha un fine” e, naturalmente, con riferimento ad i fini umani quelli per cui sembra, banalmente, l’uomo dovrebbe vivere.
Ebbene, la finanza ha la funzione di aiutare le persone ad uscire dalla miseria che è molto peggio della povertà che ancora include semanticamente il “poco”, da cui peraltro possono originarsi persino numerose virtù umane.
Se ci proponiamo di recuperare attraverso l’osservazione della fenomenologia eidetica della finanza anche una dimensione storica della stessa, emergono funzioni estremamente interessanti.
In Europa, durante il processo di industrializzazione del XIX secolo, si ebbe una importante diffusione di banche e di altre istituzioni finanziarie sorte con il fine di nutrire un sistema economico che stava crescendo e che, per l’appunto, necessitava di essere irrorato e di rimanere garantito nel suo sviluppo.
I sistemi bancari furono anche molto diversi tra loro, a seconda della nazionalità e questo pone l’accento sul profilo culturale, costumale e legislativo di tali sistemi. In Inghilterra, persino esistevano numerose piccole “casse rurali”, tutte obbligate ad organizzarsi con la forma giuridica di società di persone e questo le esponeva enormemente in caso di crisi finanziaria. Difatti, poi, nel 1825 una legge inglese permise di far adottare alle banche la forma di società per azioni. Anche il sistema bancario francese, come quello inglese, era retto e controllato dalla politica .
Questi brevi cenni storici solo per ricordare l’eminente e nobile funzione finanziaria in un momento straordinario della storia umana, quello del processo di industrializzazione. Funzione finanziaria che, se ben gestita, supporta e conforta quella economica permettendole di dare spazio all’innovazione, di agevolare il mercato del lavoro, di ridurre i rischi connessi agli investimenti, di consentire lo sviluppo materiale ed insieme relazionale degli esseri umani.
Naturalmente, se continuiamo a guardare la storia, quella più recente, non manchiamo di osservare la grande e lunga crisi degli anni trenta del secolo scorso, una crisi che anche allora si generò non per mancanza di mezzi, perché quella povertà non dipendeva da una causa naturale, ma da una mancanza di organizzazione, di politiche, come fu giustamente affermato in “The Means to Prosperity” pubblicato dal Times nel marzo del ’33.
L’economia o la finanza, per loro stesse, non possono essere considerate come “capri espiatori” se poi si riscoprono in esse stesse una complessità di sfaccettature, istanze, equilibri, culture, linguaggi che ne fanno un tutt’uno con gli scopi ultimi dell’uomo.
Quando l’economia entra in crisi, ricomincia il dialogo con la politica : basti pensare a Keynes (economista della “grande crisi”) e lo sviluppo delle politiche economiche del secondo dopoguerra. Oggi, nel corso della crisi attuale, dal 2007 ad oggi, ma anche nei decenni precedenti, ricomincia il dialogo tra l’economia e l’etica . Ricomincia il dialogo nel senso che, in fondo, l’economia interloquendo con l’etica, a poco a poco, riprende parti di se stessa che notoriamente suole perdere lungo la strada: le regole della casa per vivere insieme e nello stesso ambiente, il senso civico e morale, il sostanziale equilibrio etico nelle relazioni, l’orientamento a facilitare le relazioni di scambio, il fine ultimo di migliorare la vita nel suo complesso, quella materiale e quella dello spirito.
Oggi, nel terzo millennio, sono cambiate molte cose visto che viviamo in una economia veramente globale ed i politici di ogni paese, prescindendo da qualsiasi orientamento ideologico, sono costretti a fare i conti con nuove forze di mercato che si sono enormemente espanse in tutto il pianeta per mezzo dei nuovi sistemi tecnologici della comunicazione.
La crisi attuale finanziaria, trasmessa all’economia reale, nasce, come ha osservato Joseph Stiglitz , ancora una volta, da una cieca fede nella razionalità dei mercati, nella teoria dei mercati finanziari e quindi ancora una volta nasce da una economia e una finanza ad una sola dimensione, quella numerica e calcolistica.
Di per se, mercati finanziari funzionanti sono la premessa per una efficiente economia di mercato perché riuscirebbero ad allocare nel miglior modo i capitali. Quindi, il problema, come di consueto, non è strettamente legato alla finanza in se e per se, ma al modo in cui la si pone in essere e quel modo dipende pur sempre da un problema culturale.
Disse Max Horkheimer in una prolusione sulla responsabilità e gli studi universitari, che non avrebbe avuto senso rimanere incollati alla datità delle cose, solo alla loro tangibilità, ma che sarebbe stata, invero, utile la capacità sempre di trascendere la situazione presente con i propri pensieri ed interessi, e non come un intelletto che, insensatamente, al cospetto di un orologio, si interessa degli ingranaggi e non del tempo che misura.
Possiamo essere certi solo di ciò che abbiamo definito convenzionalmente solo perché l’abbiamo stabilito, a priori, noi stessi. Forse, se provassimo ad interessarci di ciò di cui non possiamo essere certi ed andassimo oltre i modelli e le convenzioni, potremmo definitivamente trovarci nel “mondo della vita”, lì dove nulla procede in modo meccanico ma solo in un modo “sensato” per servire l’uomo.
Non la finanza costituisce il problema ma il meccanismo finanziario, che come ogni meccanismo diventa autoreferenziale e più difficilmente integrabile e gestibile.

1.2) Cenni su una “nuova economia”, sulla “democrazia finanziaria” ed il microcredito

Per Raghuram G. Rajan che insegna, Finanza presso l’Università di Chicago, il meccanismo di azione dei sistemi finanziari, interagendo con fenomeni sociali profondi, genera “linee di faglia”. Le crisi si determinano dallo scontro tra meccanismi finanziari ed economici e la cultura della società ed anche delle economie stesse.
Oggi, su un piano globalizzato, tali scontri sono ancora più forti e frequenti dato che si verificano tra sistemi politici diversi, tra sistemi culturali profondamente diversi e tra economie diverse.
Rajan nota come manchi una “Grande moderazione”, “un modello che comprenda asset finanziari, banche e intermediari, asimmetria informativa, problemi di agenzia, difetti di collegamenti e possibilmente anche di istituzioni” .
La crescita economica dipende senz’altro dal settore finanziario, se così non fosse, una riforma potrebbe agevolmente proibire tante attività finanziarie e creare pochi monopoli stabili. Quindi, ponendo che il settore finanziario è centrale, come afferma Rajan, per la crescita economica, una possibile riforma dovrebbe contemplare, da una parte, una serie di contenimenti nelle attività finanziarie e dall’altra parte, rendere tali attività massimamente utili per ogni equilibrato fine economico.
Concretamente, lo studioso indiano delinea la sua posizione, davvero interessante, sull’espansione dell’accesso al credito, marcando, per tale via, sempre la funzione della finanza come guida per l’economia stessa.
L’espansione dell’accesso al credito consente, in definitiva, di aumentare le possibilità di scelta delle persone e questo allarga senza dubbio la base democratica e risponde meglio ad essa. Per Rajan il futuro è nella democrazia e, quindi, una direzione finanziaria diversa non si manterrebbe in piedi sul lungo periodo.
La “democratizzazione del credito” da molti è vista come una evoluzione nell’economia perché consente di associare una responsabilità ed un impegno presente ad un fine futuro altrimenti irraggiungibile, avviare, intanto, un’attività e restituire il denaro ricevuto con il futuro reddito, in una frase, di far produrre il “tempo” non senza oneri e responsabilità da parte di tutti gli interessati. Molte piccole imprese hanno intrapreso la loro attività prendendo denaro a prestito, altrimenti, non sarebbero mai esistite.
Ora il punto è anche quello di comprendere se l’utilizzo di strumenti finanziari necessiti di una dovuta pre-comprensione degli stessi. Le ricerche di economia comportamentale rivelano che alcune persone compiono notevoli errori nel momento in cui prendono una decisione finanziaria, altre riescono ad essere senz’altro più razionali nelle scelte. Tuttavia, come afferma Rajan , se siamo partiti dall’impostazione che sostiene l’espansione dell’accesso al credito, non ha alcun senso andare nella direzione contraria che impedirebbe di far prendere le decisioni finanziarie a quelli che non sono nella condizione culturale di prenderle. Piuttosto, servirebbe istruire e formare i decisori in modo che, nelle loro decisioni, rientrino anche le conseguenze del loro agire in contesti moltiplicati e le conseguenze per loro stessi.
La finanza per essere agita deve diventare un processo più consapevole ed alla portata di tutti. I “fini” sono un “luogo” desiderabile e raggiungibile su base collettiva e democratica e devono essere integrati nelle forme più avanzate del libero mercato, senza ostacolarlo ma piuttosto provando ad instradarlo.
Muhammed Yunus paragona il commercio mondiale ad un’autostrada con cento corsie che solca la superficie del globo e fa notare come in mancanza di pedaggi, semafori, limiti di velocità, in generale, senza regole, i veicoli più grandi non lascerebbero spazio alcuno a quelli più piccoli. Questo è l’imperialismo finanziario. Questa non è la finanza per tutti e per ciascuno.
I poveri non sono una parte dell’economia ma sono una parte “senza economia” e “senza finanza”, senza relazioni e senza speranze. La povertà è assenza di economia, è generata da un corto circuito che più o meno consapevolmente si verifica nel tessuto delle relazioni umane. Tuttavia, nel panorama economico e finanziario stanno nascendo strumenti che a poco a poco tentano di recuperare una parte del mondo tenuta fuori dalle relazioni economiche e da qualsiasi forma di attività. Ci si sta rendendo conto che ci sono fin troppe risorse sottovalutate e sprecate in più parti del mondo, che se provassimo a collaborare tutti sarebbe meglio per tutti, che l’economia ha senso solo se riguarda tutti e la casa comune. E’ etica l’iniziativa di democratizzazione del credito, ma è “etica” precisamente come è anche “utile”. “Utile” nel senso non soggettivo del termine, ovvero, “egoistico” ma collettivo ed inter-soggettivo, lì dove l’utile è l’utile per tutti e di ciascuno e quindi eticamente rilevante.
Già dal 1974, per iniziativa della Banca Grameen, si stanno diffondendo esempi, pratiche nuove di finanza in tutto il mondo. Nuovi strumenti come il microcredito stanno emergendo nel panorama economico e finanziario e stanno dimostrando che si fa economia e finanza quando si costruisce il circuito della fiducia. Nel microcredito il meccanismo di accesso al credito è mediato dalla formazione di un gruppo di persone interessate a ricevere un prestito e disposte ad assumersi forme di responsabilità collettiva per la restituzione dello stesso.
Possiamo concludere, riprendendo il concetto messo in premessa a questo lavoro, che la prima forma di economia era, forse, più “guerriera”, che si è poi passati ad un’economia più ampiamente intermediata da processi di scambio e funzioni logiche convenzionalizzate. Ora, e senza farci scoraggiare da una inevitabile fattualità patologica, stiamo portandoci verso una economia vera, planetaria dove, forse, tutti troveranno posto, dove, forse, ci sarà data occasione di restituire il senso compiuto ad una economia ed a una finanza tese a costruire complesse reti di relazioni mai esistite finora nel mondo umano.