Fondazione Basso “La scuola della buona politica: le prospettive per l’europa”Roma, gennaio-maggio 2015

La Fondazione Basso di Roma anche quest’anno ha organizzato il ciclo di Lezioni “La scuola della Buona Politica” . Ogni lezione è tenuta da due specialisti introdotta e coordinata da un membro della Fondazione. Il tema di quest’anno è “Le prospettive per l’Europa”.
Come ogni anno pubblichiamo il programma degli incontri e il modulo per l’iscrizione a tutto il ciclo di incontri. Fondazione basso Programma 2015

“Vivere la democrazia, costruire la sfera pubblica”
Una scuola per la buona politica

Bando di iscrizione 2015

LE PROSPETTIVE DELL’EUROPA

La Fondazione Basso da anni organizza una Scuola per la buona politica ispirata all’esigenza di favorire la partecipazione democratica di cittadini consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri: una cultura politica tanto più necessaria quanto più complesso è divenuto il nostro sistema politico e istituzionale, inserito in una dimensione sopranazionale e in un quadro internazionale in continuo cambiamento. La scuola, diretta da Laura Pennacchi, ha una struttura molto semplice: un semestre all’anno di incontri mensili a carattere seminariale, che durano un intero pomeriggio: ore 14,30-19.00. Ogni incontro comprende due relazioni seguite da una discussione con interventi programmati e interventi degli iscritti al corso, coordinata da uno dei collaboratori della Fondazione; vi sarà, come negli anni passati, una preventiva fornitura di materiale bibliografico.
“Le prospettive dell’Europa” è il tema prescelto per il 2015. I docenti fanno parte delle risorse intellettuali interne ed esterne della Fondazione Basso.
La sede in cui si svolgeranno gli incontri sarà, salvo modifiche che saranno tempestivamente comunicate, quella della Fondazione Basso (Via Dogana Vecchia, 5).
Al termine del ciclo di incontri verrà rilasciato un attestato di frequenza. La frequenza minima richiesta per il rilascio del certificato è di 4 incontri su 6.

Iscrizioni

La scuola può ospitare al massimo 60 allievi.
Per iscriversi, è necessario riempire il modulo allegato ed inviarlo, per posta elettronica a: basso@fondazionebasso.it.
La quota di iscrizione è di Euro 150.00, da versare o sul c/c postale n. 82103003, intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso oppure tramite bonifico bancario intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso, IBAN IT18I0100503373000000002777.
Le quote andranno versate solo dopo aver ricevuto la conferma dell’iscrizione da parte della Fondazione.

Le iscrizioni sono aperte dal 3 novembre al 13 dicembre 2014.

Per informazioni:
segreteria Fondazione Basso tel. 06-6879953 – e-mail: basso@fondazionebasso.it

“Vivere la democrazia, costruire la sfera pubblica”
Una scuola per la buona politica

Gennaio-giugno 2015

Alla Presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso Dott.ssa Elena Paciotti

IL/LA SOTTOSCRITTO/A:

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CHIEDE DI ESSERE ISCRITTO ALLA SCUOLA PER LA BUONA POLITICA DELLA FONDAZIONE BASSO PER IL SEMESTRE GENNAIO-GIUGNO 2015

motivazioni del proprio interesse alla scuola (max 20 righe):

“Quando le rottamazioni sono un rischio per la democrazia”

Pubblichiamo una riflessione del nostro redattore Giovanni De Stefanis . Il pezzo compare sul sito sfasato di qualche tempo rispetto alla data di composizione e rappresenta una testimonianza della discussione interna del gruppo di lavoro “A piene mani”:

Quando le rottamazioni sono un pericolo per la democrazia
di Giovanni De Stefanis

Che in questi anni di autentica ‘ sbornia globalizzatrice ‘ la democrazia rappresentativa, e la politica che la esprime, fossero entrate in grave crisi ( per la evidente loro subalternità alle ragioni dell’ economia finanziarizzata ) e che fosse – pertanto – necessario, nell’ interesse generale, un loro pronto recupero di ruolo, di credibilità e di prestigio, era chiaro a tutti. Quello che non era chiaro a tutti è che , per recuperare questa sorta di ‘ primato democratico ‘, fosse necessario – colmo del paradosso – ‘ rottamare ‘ la Costituzione e, con essa, la stessa democrazia.
Perchè, in effetti, ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi distratti è esattamente questo : la messa in discussione, cioè, dell’ impianto democratico sul quale si è retta – dal 1948 fino ad oggi – la nostra Repubblica. Così, anziché affrontare ( con la più urgente delle riforme, quella dei partiti ) la berlingueriana ‘ questione morale ‘ dell’ ormai insopportabile invasività, a tutti i livelli, di una politica-ostaggio-di-partiti-non-regolamentati e sempre più auto-referenziali, si è scelto di dis-educare alla buona politica i cittadini, privilegiando scorciatoie di tipo populistico e demagogico come la cosiddetta ‘ democrazia diretta ‘ ( basti pensare all’ enfasi sulle ‘ primarie aperte ‘ a tutti i cittadini, anche ai totalmente disimpegnati ), come la ‘ rottamazione dell’ anagraficamente vecchio e la sostituzione con l’ anagraficamente giovane, come la mitizzazione della governabilità a scapito della rappresentatività.
Il processo di ‘ forzatura ipermaggioritaria e incostituzionale ‘ – per usare le parole del prof. Azzariti ( http://www.libertaegiustizia.it/2014/05/06/laccordo-sulle-riforme-ha-partorito-un-mostro-giuridico/ ) era già in atto ben prima che si verificassero le ‘ mostruosità…politiche ‘ della mancata elezione del successore di Napolitano e dell’ operazione non… nobilissima dell’ insediamento di Renzi a Palazzo Chigi. Ma ciò che rende gravissima la responsabilità , sia di Napolitano che di Renzi ( e, naturalmente, delle forze politiche che hanno condiviso quei due vergognosi momenti ), è non aver tenuto in alcun conto il mònito contenuto nella sentenza ( n.1 del 2014 ) della Consulta sul Porcellum e nell’ aver risposto con inaudita arroganza alla più che esplicita de-legittimazione politica, dell’ attuale Parlamento, che quella sentenza implicava. E’ questo, a mio modestissimo avviso, che condanna l’ attuale leadership del Paese ad una continua, frenetica, ricerca di consenso legittimante da parte dell’ opinione pubblica, attraverso lo svuotamento e, di più, la quotidiana mortificazione del ruolo e delle funzioni del Parlamento e la strisciante trasformazione della ‘ partecipazione democratica dei cittadini ‘ – auspicata e sollecitata solo se ‘ consenziente ‘ – in vero e proprio ‘ plebiscitarismo ‘.
Se questa lettura ha un minimo di fondamento, è chiaro che il progetto ‘ finale ‘ non può essere che quello di smantellare l’ attuale assetto costituzionale , che fa della nostra una Repubblica parlamentare, ed instaurare nel nostro Paese – ignorandone la Storia e l’ originale sensibilità democratica – il presidenzialismo. Checchè se ne dica ,in queste ore di finto dibattito sulla elettività o meno dei ‘ senatori del futuro ‘ , quello è l’ obiettivo dei ‘ rottamatori ‘ cui dovrà contrapporsi l’ impegno e la partecipazione dei ‘ cittadini democratici ‘ di questo Paese.

“Se la democrazia è a dimensione del mercato” di Alberto Lucarelli

Riceviamo da Alberto Lucarelli, uno dei fondatori del nostro gruppo, un intervento sul tema della democrazia che approfondisce alcuni temi presenti in altri post- del nostro sito, proiettandoli in una prospettiva europea. L’intervento è stato pubblicato da “Il manifesto” del 14/3/214 :

Per un’Europa sociale: Se la democrazia è a misura del mercato
da IL “Il Manifesto” del 12 /3/214

Da L’altra Europa ci si aspetta la proposta di un nuovo e rinnovato contratto sociale europeo, ben al di là degli sforzi di democratizzazione delle istituzioni europee avutisi negli ultimi anni. Riforme che, se da una parte hanno avuto l’obiettivo di ridurre il deficit democratico della rappresentanza, dall’altra non hanno colmato la distanza tra comunità ed apparati.
Manca ancora l’intreccio di una pluralità di dimensioni della democrazia, si è ancora lontani da un “diritto costituzionale europeo” e soprattutto il tanto auspicato principio di omogeneità, ovvero che negli stati membri operi un sistema costituzionale omogeneo, tale da non contraddire i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o contrarie allo Stato di diritto (artt. 2 e 7 TUE) si è dimostrato non sufficiente a trasformare una democrazia formale in democrazia sostanziale.
Insomma il c.d. federalizing process europeo che passa attraverso un’omogeneizzazione delle legislazioni e dei principi costituzionali, a fondamento del patto tra Stati membri, assolve ad esigenze formali, soprattutto da quando i paesi dominanti all’interno dell’Unione europea hanno deciso di abbandonare il modello economico europeo fondato sul compromesso della c.d. Scuola di Friburgo ovvero keynesiani in casa e liberisti in Europa e da quando i contro-limiti “sociali” delle Costituzioni post seconda guerra mondiale hanno ceduto di fronte a mercato e privatizzazioni.
Così come non tranquillizza l’art. 6 del Trattato che attribuisce alla Carta dei diritti fondamentali del 2000 lo stesso valore giuridico dei Trattati. Basti vedere come libertà di impresa (art. 16), diritto di proprietà (art. 17) e servizi di interesse economico generale (art. 36), appaiano regressivi rispetto agli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione.
Basti pensare come è formulata la disposizione sul diritto di proprietà che riconduce tale diritto alle libertà civili ed al principio albertino dell’inviolabilità, propria dello Stato liberale non democratico ottocentesco. Con il bill of rights europeo scompare la funzione sociale della proprietà ed il principio di eguaglianza sostanziale; la libertà di impresa è liberata dai “limiti” del sociale.
Questo è lo scenario con il quale dovrà confrontarsi e confliggere L’Altra Europa con Tsipras ponendo inoltre, come ha fatto già nella sua fase di partenza, le basi per superare le condivisibili perplessità espresse anni fa da Dieter Grimm, il quale affermava che, in assenza di presupposti pre-giuridici, quali dei veri e nuovi soggetti politici su scala europea, piuttosto che meccaniche aggregazioni o la mancanza di una coscienza politica europea, fatta di lotte e condizioni materiali, sarebbe inimmaginabile un’unione politica sovranazionale e irrisolvibile dunque il problema della legittimazione democratica.
Tuttavia, sul piano giuridico-istituzionale, ci sono spazi per un’ azione politica realmente alternativa e lì dovrà inserirsi L’Altra Europa, anche smascherando ipocrisie, come si è fatto nella battaglia referendaria, durante la quale la Corte costituzionale veniva costretta ad affermare che il diritto europeo non imponeva la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali.
Dunque una lotta per un nuovo “contratto sociale europeo”, per affermare che il paradigma della coesione economico – sociale non possa essere costituito unicamente dal binomio libertà – solidarietà, e che mercato e concorrenza vadano subordinate al raggiungimento di fini sociali, per superare i limiti di una politica economica fondata sull’austerity.

“La democrazia può sostenere la diseguaglianza?” di Giovanni De Stefanis

Ancora una riflessione sulla democrazia e sui pericoli che corre da parte di Giovanni De Stefanis, nostro redattore, e impegnato nella riflessione e nell’azione politica della nostra città.
Riceviamo e pubblichiamo sperando che si possa aprire un dibattito su democrazia, crisi e mutamenti istituzionali:

Come poter salvare dalla disgregazione la nostra democrazia. di Giovanni De Stefanis

Chi ha a cuore la salute della nostra fragile democrazia non può non essere preoccupato per il prolungarsi di una crisi che da finanziaria si è fatta economica e sociale, finendo inevitabilmente con il produrre effetti disgreganti all’ interno di quella comunità che definire ‘ sovrana ‘ sembra quasi una provocazione. I drammatici dati sulla ‘ esclusione ‘ dal mondo del lavoro e sulla conseguente crescita della diseguaglianza e della povertà nel nostro Paese, infatti, rendono vano – così come del resto saggiamente previsto dai padri costituenti – qualsiasi discorso sulla ineliminabile funzione della rappresentanza e sulla crescente importanza della partecipazione democratica dei cittadini.
Da questo punto di vista, il secondo comma dell’ art.3 della Costituzione non si presta certo ad equivoci: ” E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’ eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese “. Senza la rimozione di questi ostacoli – in altre parole – i cittadini non sono in grado di esercitare liberamente – cioè, senza condizionamento alcuno – i loro diritti civili e politici .E senza un popolo sovrano, libero e consapevole – lo sappiamo bene – non avremo mai una democrazia ma, tutt’ al più, un’ oligarchia tecnocratica che accrescerà la forbice tra i sempre più ricchi e i sempre più poveri e aumenterà, fatalmente, il solco che si è venuto a creare tra la cittadinanza e la politica, tra la cosiddetta società civile e le Istituzioni.
Istituzioni di cui la classe politica, in assenza di controlli e di partecipazione da parte nostra, cioè dei cittadini, rischia di ‘ appropriarsi ‘ mantenendo irrisolta, anzi acuendo, quella ‘ questione morale ‘ di berlingueriana memoria che è la causa principale del discredito dei partiti, del disinteresse per la cosa pubblica e dell’ attesa – rassegnata quanto ‘ impolitica ‘ – del leader forte, dell’ uomo della Provvidenza.
A chi pensa che la ‘ questione morale ‘ possa essere risolta con leggi elettorali e riforme costituzionali che ridimensionano fortemente il ruolo del Parlamento esaltando quello del potere esecutivo, bisognerà far capire che il prezzo da pagare per la governabilità non può arrivare alla cancellazione delle minoranze che storicamente rappresentano ( o cercano di rappresentare ) le istanze degli ultimi, dei non-inclusi, dei non-sovrani.
Così come, a chi pensa che la drammatica ‘ questione sociale ‘ possa essere risolta con ulteriori tagli al sistema del welfare, si dovrà rispondere – oltre che con un coraggioso e corale impegno di solidarietà ed una seria e pacifica rivendicazione di maggiori diritti e migliori protezioni sociali – con l’ individuazione delle cause di questi terribili squilibri e l’ elaborazione di un progetto di sviluppo alternativo che sappia conciliare, per esempio, diritto al lavoro , diritto alla salute e salvaguardia dell’ ambiente. Ciò al fine di ‘ salvare ‘ la democrazia dai tanti qualunquisti che la danno per esaurita, per non più coinvolgente, per non più appassionante perchè sostanzialmente impotente davanti alle dure e ciniche leggi dell’ economia di mercato

Fondazione Basso , “Scuola per la buona Politica. Programma 2014”

Come sta avvenendo da alcuni anni, pubblichiamo il programma annuale di questa interessante iniziativa formativa della Fondazione Basso di Roma “La Scuola dell buona politica”.

La “scuola di democrazia/scuola della buona politica” della Fondazione Basso è giunta al suo ottavo anno di attività.

Il programma per il 2014 è dedicato a “Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi”. Il primo incontro, che ha come titolo Lavoro, dignità persona. I fondamenti del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, si terrà giovedi 16 gennaio, dalle 14,30 alle 19, nella saletta della Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). I relatori saranno Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti e coordinerà la discussione Gabriella Bonacchi.

“VIVERE LA DEMOCRAZIA, COSTRUIRE LA SFERA PUBBLICA”
Una scuola per la buona politica

Gli incontri di studio del 2014

Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi

1. Lavoro, dignità, persona. I fondamenti del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra (giovedì 16 gennaio 2014, ore 14,30 -19)

Nella storia dell’Italia repubblicana il lavoro occupa un ruolo centrale. Secondo la Costituzione la Repubblica è fondata sul lavoro non solo come fatto economico ma come processo antropologicamente strutturante e fattore di identità. La Costituzione individua come soggetto della cittadinanza il lavoratore ed è ben noto il dibattito (e le significative divergenze) tra i padri costituenti sul riferimento al “lavoro”. Il secondo comma dell’articolo 3 stabilisce uno stretto collegamento tra lavoratore, persona e dignità umana. La figura del lavoratore/cittadino di diritto evoca tuttavia un’antichissima ripartizione tra lavoro produttivo e attività riproduttive – non riconosciute come lavoro vero e proprio – ovvero, nei termini di oggi, lavoro di cura. Sulla scia di profonde trasformazioni storiche, decisivi sviluppi politici successivi al momento costituente hanno dato origine a una reinterpretazione del nodo lavoro/persona umana. Si è parlato a questo proposito di “femminilizzazione del lavoro”, che si caratterizza per la fusione tra tempo di vita e tempo di lavoro, e per la messa a profitto di quelle competenze relazionali, affettive e linguistiche, un tempo relegate nella sfera domestica. A scuotere antichi equilibri è anche sopraggiunta la crisi del circuito reddito-previdenza-assistenza, vale a dire della stessa idea di Welfare state e degli obblighi statuali nei confronti dei propri cittadini. Così, da un lato il “lavoro di cura” è oggi tutt’altro che una variabile da derubricare come una permanenza di forme sociali arcaiche. Dall’altro, gli obblighi imposti dal secondo comma dell’art.3 cominciano a riguardare una vasta e variegata platea: ad essere impegnati nel lavoro di cura sono nuovi “vecchi soggetti” – donne ed immigrati – che pongono con nuova urgenza i problemi del nesso tra lavoro/cittadinanza/diritti che la nostra Costituzione ha così sapientemente svincolato da ogni immobile fissità storica.

Relazioni: Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti
Discussione
Coordina: Gabriella Bonacchi

2. Lavoro, welfare, stabilità macroeconomica. Il compromesso keynesiano e i “trenta gloriosi” (giovedì 20 febbraio 2014, ore 14,30 -19.)

L’estensione della responsabilità e del ruolo dello Stato e le politiche keynesiane sono state costruite come risposte alla crisi del ’29 e alla disoccupazione e all’impoverimento di massa che ne seguì. La gestione stabilizzante del ciclo macroeconomico, il pieno impiego e il welfare sono stati alla base del compromesso keynesiano, così come il circuito lavoro-tassazione-servizi è stato a fondamento della cittadinanza welfaristica. Nonostante le necessarie distinzioni fra momenti storici sono oggi in molti, a sinistra, a rivendicare la persistente attualità della lezione keynesiana. Ma cosa intendere esattamente per lezione keynesiana? Quali sono i fattori principali che ne hanno favorito il radicamento nel dopoguerra e quelli che ne hanno comportato l’indebolimento a partire dall’inizio degli anni 70? E, ancora, come declinare oggi la lezione keynesiana con riferimento alla definizione sia della finalità della politica economica sia degli assetti di governance dell’economia nazionale, europea e mondiale? Obiettivo centrale di questo seminario è quello di individuare alcune riposte a tali domande. I temi trattati includono la visione della disoccupazione come esito di carenza di domanda aggregata anziché, come argomenterebbero i neo-liberisti, di disequilibrio (eccesso) del livello di salario rispetto ai valori di equilibrio; il concetto di socializzazione dell’investimento; il ruolo della International Clearing Union quale strumento volto a correggere gli squilibri commerciali e, dunque, a sostenere anche la domanda aggregata internazionale; la priorità dell’economia reale su quella finanziaria.

Relazioni: Ruggero Paladini e Carlo Galli
Discussione
Coordina: Chiara Giorgi

3. Il lavoro nella globalizzazione neoliberistica (giovedì 20 marzo 2014, ore 14,30-19)

Alla fine degli anni ’70 la rottura del compromesso keynesiano coincide con l’avvento della globalizzazione neoliberistica, una globalizzazione in cui l’apertura delle economie, l’incremento degli scambi internazionali, l’aumento delle interdipendenze, la fine del fordismo e la crescente informatizzazione si realizzano sotto il segno del “neoliberismo” (meno regole, meno tasse, meno Stato). Il successivo trentennio neoliberista si articola su tre processi: finanziarizzazione (ipertrofia e superfetazione della finanza e creazione di un mostruoso shadow system), commodifcation (mercificazione di tutto, perfino del genoma umano, e mercificazione in primo luogo del lavoro), denormativizzazione (deregolamentazione e sostituzione del valore della norma e della legge con il contratto privato e con la generalizzazione della lex mercatoria). Si assiste a un impressionante deteriorarsi del ruolo del sindacato. In un’epoca in cui si parla di “fine del lavoro” (Rifkin) l’ingresso sulla scena mondiale di paesi come la Cina consente di affiancare a delocalizzazioni immense dai paesi sviluppati verso i paesi emergenti – che avvengono anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione – il raddoppio delle forze di lavoro a livello mondiale, però a bassi salari. Le diseguaglianze si moltiplicano (tra paesi e all’interno dei singoli paesi) e al loro fondamento c’è una drammatica svalutazione del lavoro, sul piano quantitativo – con l’esplodere della disoccupazione nei paesi sviluppati – e sul piano qualitativo, con il dilagare della precarietà e della atipicità, fino a giungere alla job catastrophe al cuore della crisi globale esplosa nel 2007/2008

Relazioni: Paolo Guerrieri e Salvatore Biasco
Discussione
Coordina: Giancarlo Monina

4. L’esplosione delle diseguaglianze nel mercato del lavoro (mercoledi 16 aprile 2014, ore 14,30-19)

Nel 1979 il rapporto tra la retribuzione di un lavoratore mediano e quella di un top manager era di trenta volte, agli inizi degli anni 2000 quel rapporto era salito a duecento e anche a quattrocento volte. Obiettivo di questo seminario è quello di concentrarsi sull’andamento delle disuguaglianze nel mercato del lavoro, delineando possibili misure di contrasto. Il focus è sul caso italiano in prospettiva comparata con gli altri principali paesi OCSE. Rispetto alle disuguaglianze, oltre che su una descrizione complessiva dell’andamento della distribuzione funzionale (fra salari e profitti) e della complessiva disuguaglianza nelle remunerazioni, l’attenzione è concentrata sull’andamento delle retribuzioni per decile di reddito, per tipo e settore di occupazione, per livello di istruzione, per tipo di contratto e per zona di residenza. Ci si indirizzerà, altresì, alle questioni dei lavoratori poveri; dei rischi di pensioni povere e delle implicazioni per l’accumulazione di ricchezze nel ciclo di vita e, con esse, per la diseguaglianza intergenerazionale. Le possibili misure di contrasto che saranno analizzate concernono sia la distribuzione primaria (la cosiddetta pre-distribution) sia la distribuzione secondaria (il sistema di tax and transfer). Tali misure includono il salario minimo, i living wage, la fissazione di distanze massime fra retribuzioni elevate e basse retribuzioni, la riduzione delle remunerazioni di chi ha di più in presenza di cicli recessivi, un’accentuazione della progressività dell’imposta per i lavoratori ricchi e crediti d’imposta a favore dei lavoratori poveri.

Relazioni: Michele Raitano e Elena Granaglia
Discussione
Coordina: Laura Pennacchi

5. Lavoro, rappresentanza politica e sociale e democrazia (giovedì 22 maggio 2014, ore 14,30-19)

La crisi negli anni Settanta del capitalismo a modello fordista /keynesiano ha comportato la fine non solo della classe operaia ma la fine della stessa società, se per società si intende quel tessuto di relazioni che la scienza sociale è venuta teorizzando come principalmente determinata dalla preminenza del lavoro industriale di massa. La sociologia stessa nel corso del Novecento – in antitesi ai totalitarismi – si è venuta affermando in stretta relazione con la crescita dei movimenti sociali e politici orientati alla inclusione dell’individuo lavoratore nei meccanismi di rappresentanza dello Stato nazione. Questo ciclo conosce il suo massimo sviluppo nel trentennio post-seconda guerra mondiale proprio perché riesce a combinare le aspettative dello sviluppo economico con quelle della partecipazione democratica, una sinergia tra rivendicazioni del e sul lavoro e articolazione della rappresentanza (di cui è sintesi la nostra Costituzione). Il venir meno di questa sinergia, con l’avvento del ciclo post-industriale, rappresenta in Italia un pericolo per la democrazia ancora più grave che in altri paesi occidentali storicamente più strutturati dal punto di vista sociale e della pubblica amministrazione. Finanziarizzazione, frammentazione e globalizzazione delle fonti di lavoro, trasformazioni e deroghe nella contrattazione sindacale, hanno prodotto già dagli anni 80 -90 il territorializzarsi sia della lotta sindacale che della lotta politica (distretti + leghe, divaricarsi delle questioni settentrionale e meridionale). Più di recente il disgiungersi di quel nesso storico tra lavoro e rappresentanza sembra portare alla ricerca di una rifondazione della rappresentanza direttamente sull’individuo in quanto cittadino (aggregato nei social networks?) e come tale portatore di diritti (anche sul lavoro). Si intende sottolineare la svolta in corso, epocale da più punti di vista.

Relazioni: Mariuccia Salvati e Massimo Paci
Discussione
Coordina: Catia Papa

6. Lavoro, reddito, cittadinanza (giovedì 19 giugno 2014, ore14,30-19)

La crisi globale più grave del secolo sta provocando quella che i democratici americani non esitano a definire job catastrophe con profonde implicazioni sulla “civiltà del lavoro”. La contrazione della produzione, del reddito e dell’occupazione stabile e garantita indotta dall’attuale crisi economico-finanziaria investe i fondamenti stessi del modello di sviluppo industriale e capitalistico che vede nel lavoro salariato lo strumento principale di integrazione e mediazione sociale. Sul nesso istituito tra lavoro e diritti sono stati edificati tutti i sistemi novecenteschi di protezione sociale. Il dilagare della disoccupazione/inoccupazione, del lavoro precario, intermittente e autonomo espone quindi un numero crescente di persone a una vita priva di quelle garanzie che sorreggono anche la partecipazione democratica. Nella Costituzione italiana il diritto al lavoro e il diritto a un’“esistenza libera e dignitosa” sono fortemente connessi, riguardando dunque potenzialmente tutti i cittadini. A eccezione di quanti invocano più mercato, la tensione egualitaria che attraversa la Carta anima ancora oggi il dibattito sul destino del lavoro quale asse della cittadinanza, ovvero sulle proposte ed esperienze europee di reddito minimo garantito o di reddito universale. A dividere non è tanto il riconoscimento dell’esistenza e del valore del lavoro non formale e/o salariato, quindi la volontà o meno di ricondurre tutti alla “servitù volontaria” del contratto subordinato (magari con meno garanzie), bensì la strategia strutturale per uscire dalla crisi: la logica del trasferimento monetario è realmente alternativa a quella del mercato? Il welfare state quale sistema regolato di sicurezza sociale deve essere rilanciato o è opportuno ripensarlo alla luce del diritto a un reddito universale di base? Per non limitarsi a sanzionare lo status quo sono più utili misure che compensano e risarciscono ex post o misure che promuovono ex ante?

Relazioni: Luca Baccelli e Silvana Sciarra
Discussione
Coordina: Elena Paciotti

Giovanni De Stefanis, “Una riflessione sulla democrazia”

Pubblichiamo una riflessione del nostro redattore Giovanni De Stefanis sull’attuale “deriva” in senso populista della democrazia in Italia. Auspichiamo che altri vogliano intervenire sull’argomento dando luogo ad una riflessione partecipata sul tema “Democrazia formale, democrazia rappresentativa, democrazia diretta”

IL LABILE CONFINE TRA DEMOCRAZIA E POPULISMO.
Non vi è dubbio che la democrazia viva di partecipazione e di fiducioso consenso e che l’ esercizio del diritto di voto sia un passaggio centrale per una democrazia rappresentativa… in salute. I problemi nascono, evidentemente, quando il sistema della rappresentanza entra in crisi, quando – cioè – i partiti politici si arroccano sui propri privilegi , diventando sempre più auto-referenziali e non venendo più percepiti dall’ opinione pubblica come lo strumento più idoneo per fare politica .
Succede, così, che i cittadini decidano o di disinteressarsi del tutto della politica o di praticare esclusivamente forme di cosiddetta democrazia diretta, by-passando il filtro ideologico e organizzativo rappresentato dai partiti politici e dai loro programmi e presumendo di sostituirli del tutto e non, semplicemente, di affiancarli e, se necessario, stimolarli affinchè svolgano al meglio la funzione che la Costituzione affida loro.
Inevitabile, a questo punto, il rischio di una deriva demagogica e populista che – come acutamente osserva Alberto Lucarelli nel suo recente ‘ Costituzione e beni comuni ‘ – nasce dal ‘ confusionismo sociale, da fenomeni lobbistici e dalla frammentazione di finalità ed obiettivi ‘ per evitare i quali ‘ occorre la configurazione di soggettività politiche nuove, in grado di alimentarsi attraverso un processo continuo di formazione ed informazione intorno a programmi e obiettivi comuni e condivisi ‘.
Formazione, soprattutto, che deve corrispondere ad un lavoro di studio e di approfondita conoscenza dei problemi e ad una ricerca umile e rigorosa delle soluzioni . Senza arroganza, senza spirito di rivalsa, senza rivendicazioni ‘ provinciali ‘ di primogenitura, senza tentazioni epuratrici del dissenso. Ma con quella ostinata passione, squisitamente politica, per la mediazione, per l’ incontro rispettoso tra diversi, per l’ approdo a posizioni ‘ plurali ‘, condivise, democratiche. Diffidando, nel contempo, sia dei cortigiani avvezzi all’ incensamento, sia degli iper-critici pronti a bocciare e infangare tutto e tutti.
Solo così potremo evitare che la nostra atavica predisposizione alla delega ci faccia correre il rischio di non diventare mai ‘ popolo sovrano ‘, maturo e responsabile, ma di rimanere una massa indistinta, anònima e un po’ infantile che si affida all’ uomo forte di turno, efficiente, decisionista, nonché esperto in comunicazione ….demagogica. Una comunicazione, cioè, diretta tra il capo e il suo popolo che , lungi dal rappresentare una conquista della democrazia, potrebbe avere – come la storia ci insegna – uno sbocco autoritario.
Giovanni De Stefanis

Semimario su Democrazia partecipativa e beni comuni Aula Pessina 25 ottobre ore 17

Segnaliamo questo importante seminario organizzato dal Dipartimento di Giurispudenza e dal Dipartimento di Scienze Politiche della Federico II :
Aula Pessina
Corso Umberto I, 45 Napoli
25 ottobre 2013
Ore 17.00

Tavola rotonda
Democrazia partecipativa e beni comuni

Partecipano
Gianfranco Borrelli, (Ordinario di Storia delle Dottrine Politiche, Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Lucio De Giovanni (Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza- Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Françoise Fraysse (Ordinario di Diritto pubblico, Università Toulouse 1 Capitole), Jacqueline Morand Devillers (Professore emerito di Diritto pubblico, Università Paris 1 Panthéon- Sorbonne), Alberto Lucarelli (Ordinario di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Marco Musella (Direttore del Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Ugo Maria Olivieri (Associato di Letteratura italiana, Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Mariella Pandolfi (Ordinario di Antropologia, Università di Montreal).

Segreteria scientifica e organizzativa
Dott.ssa Daniela Mone
danila1@tin.it

Fondazione Basso: il nuovo ciclo di lezioni della scuola della democrazia

La Fondazione Basso ha pubblicato il nuovo bando e il programma della bella iniziativa de “La scuola della buona democrazia” ne diamo notizia come sempre rendendo consultabile il programma 2014 e il bando d’iscrizione:

VIVERE LA DEMOCRAZIA, COSTRUIRE LA SFERA PUBBLICA”
Una scuola per la buona politica

Gli incontri di studio del 2014

Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi

1. Lavoro, dignità, persona. I fondamenti del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra (giovedì 16 gennaio 2014, ore 14,30 -19)

Nella storia dell’Italia repubblicana il lavoro occupa un ruolo centrale. Secondo la Costituzione la Repubblica è fondata sul lavoro non solo come fatto economico ma come processo antropologicamente strutturante e fattore di identità. La Costituzione individua come soggetto della cittadinanza il lavoratore ed è ben noto il dibattito (e le significative divergenze) tra i padri costituenti sul riferimento al “lavoro”. Il secondo comma dell’articolo 3 stabilisce uno stretto collegamento tra lavoratore, persona e dignità umana. La figura del lavoratore/cittadino di diritto evoca tuttavia un’antichissima ripartizione tra lavoro produttivo e attività riproduttive – non riconosciute come lavoro vero e proprio – ovvero, nei termini di oggi, lavoro di cura. Sulla scia di profonde trasformazioni storiche, decisivi sviluppi politici successivi al momento costituente hanno dato origine a una reinterpretazione del nodo lavoro/persona umana. Si è parlato a questo proposito di “femminilizzazione del lavoro”, che si caratterizza per la fusione tra tempo di vita e tempo di lavoro, e per la messa a profitto di quelle competenze relazionali, affettive e linguistiche, un tempo relegate nella sfera domestica. A scuotere antichi equilibri è anche sopraggiunta la crisi del circuito reddito-previdenza-assistenza, vale a dire della stessa idea di Welfare state e degli obblighi statuali nei confronti dei propri cittadini. Così, da un lato il “lavoro di cura” è oggi tutt’altro che una variabile da derubricare come una permanenza di forme sociali arcaiche. Dall’altro, gli obblighi imposti dal secondo comma dell’art.3 cominciano a riguardare una vasta e variegata platea: ad essere impegnati nel lavoro di cura sono nuovi “vecchi soggetti” – donne ed immigrati – che pongono con nuova urgenza i problemi del nesso tra lavoro/cittadinanza/diritti che la nostra Costituzione ha così sapientemente svincolato da ogni immobile fissità storica.

Relazioni: Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti
Discussione
Coordina: Gabriella Bonacchi

2. Lavoro, welfare, stabilità macroeconomica. Il compromesso keynesiano e i “trenta gloriosi” (giovedì 20 febbraio 2014, ore 14,30 -19.)

L’estensione della responsabilità e del ruolo dello Stato e le politiche keynesiane sono state costruite come risposte alla crisi del ’29 e alla disoccupazione e all’impoverimento di massa che ne seguì. La gestione stabilizzante del ciclo macroeconomico, il pieno impiego e il welfare sono stati alla base del compromesso keynesiano, così come il circuito lavoro-tassazione-servizi è stato a fondamento della cittadinanza welfaristica. Nonostante le necessarie distinzioni fra momenti storici sono oggi in molti, a sinistra, a rivendicare la persistente attualità della lezione keynesiana. Ma cosa intendere esattamente per lezione keynesiana? Quali sono i fattori principali che ne hanno favorito il radicamento nel dopoguerra e quelli che ne hanno comportato l’indebolimento a partire dall’inizio degli anni 70? E, ancora, come declinare oggi la lezione keynesiana con riferimento alla definizione sia della finalità della politica economica sia degli assetti di governance dell’economia nazionale, europea e mondiale? Obiettivo centrale di questo seminario è quello di individuare alcune riposte a tali domande. I temi trattati includono la visione della disoccupazione come esito di carenza di domanda aggregata anziché, come argomenterebbero i neo-liberisti, di disequilibrio (eccesso) del livello di salario rispetto ai valori di equilibrio; il concetto di socializzazione dell’investimento; il ruolo della International Clearing Union quale strumento volto a correggere gli squilibri commerciali e, dunque, a sostenere anche la domanda aggregata internazionale; la priorità dell’economia reale su quella finanziaria.

Relazioni: Ruggero Paladini e Carlo Galli
Discussione
Coordina: Chiara Giorgi

3. Il lavoro nella globalizzazione neoliberistica (giovedì 20 marzo 2014, ore 14,30-19)

Alla fine degli anni ’70 la rottura del compromesso keynesiano coincide con l’avvento della globalizzazione neoliberistica, una globalizzazione in cui l’apertura delle economie, l’incremento degli scambi internazionali, l’aumento delle interdipendenze, la fine del fordismo e la crescente informatizzazione si realizzano sotto il segno del “neoliberismo” (meno regole, meno tasse, meno Stato). Il successivo trentennio neoliberista si articola su tre processi: finanziarizzazione (ipertrofia e superfetazione della finanza e creazione di un mostruoso shadow system), commodifcation (mercificazione di tutto, perfino del genoma umano, e mercificazione in primo luogo del lavoro), denormativizzazione (deregolamentazione e sostituzione del valore della norma e della legge con il contratto privato e con la generalizzazione della lex mercatoria). Si assiste a un impressionante deteriorarsi del ruolo del sindacato. In un’epoca in cui si parla di “fine del lavoro” (Rifkin) l’ingresso sulla scena mondiale di paesi come la Cina consente di affiancare a delocalizzazioni immense dai paesi sviluppati verso i paesi emergenti – che avvengono anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione – il raddoppio delle forze di lavoro a livello mondiale, però a bassi salari. Le diseguaglianze si moltiplicano (tra paesi e all’interno dei singoli paesi) e al loro fondamento c’è una drammatica svalutazione del lavoro, sul piano quantitativo – con l’esplodere della disoccupazione nei paesi sviluppati – e sul piano qualitativo, con il dilagare della precarietà e della atipicità, fino a giungere alla job catastrophe al cuore della crisi globale esplosa nel 2007/2008

Relazioni: Paolo Guerrieri e Salvatore Biasco
Discussione
Coordina: Giancarlo Monina

4. L’esplosione delle diseguaglianze nel mercato del lavoro (mercoledi 16 aprile 2014, ore 14,30-19)

Nel 1979 il rapporto tra la retribuzione di un lavoratore mediano e quella di un top manager era di trenta volte, agli inizi degli anni 2000 quel rapporto era salito a duecento e anche a quattrocento volte. Obiettivo di questo seminario è quello di concentrarsi sull’andamento delle disuguaglianze nel mercato del lavoro, delineando possibili misure di contrasto. Il focus è sul caso italiano in prospettiva comparata con gli altri principali paesi OCSE. Rispetto alle disuguaglianze, oltre che su una descrizione complessiva dell’andamento della distribuzione funzionale (fra salari e profitti) e della complessiva disuguaglianza nelle remunerazioni, l’attenzione è concentrata sull’andamento delle retribuzioni per decile di reddito, per tipo e settore di occupazione, per livello di istruzione, per tipo di contratto e per zona di residenza. Ci si indirizzerà, altresì, alle questioni dei lavoratori poveri; dei rischi di pensioni povere e delle implicazioni per l’accumulazione di ricchezze nel ciclo di vita e, con esse, per la diseguaglianza intergenerazionale. Le possibili misure di contrasto che saranno analizzate concernono sia la distribuzione primaria (la cosiddetta pre-distribution) sia la distribuzione secondaria (il sistema di tax and transfer). Tali misure includono il salario minimo, i living wage, la fissazione di distanze massime fra retribuzioni elevate e basse retribuzioni, la riduzione delle remunerazioni di chi ha di più in presenza di cicli recessivi, un’accentuazione della progressività dell’imposta per i lavoratori ricchi e crediti d’imposta a favore dei lavoratori poveri.

Relazioni: Michele Raitano e Elena Granaglia
Discussione
Coordina: Laura Pennacchi

5. Lavoro, rappresentanza politica e sociale e democrazia (giovedì 22 maggio 2014, ore 14,30-19)

La crisi negli anni Settanta del capitalismo a modello fordista /keynesiano ha comportato la fine non solo della classe operaia ma la fine della stessa società, se per società si intende quel tessuto di relazioni che la scienza sociale è venuta teorizzando come principalmente determinata dalla preminenza del lavoro industriale di massa. La sociologia stessa nel corso del Novecento – in antitesi ai totalitarismi – si è venuta affermando in stretta relazione con la crescita dei movimenti sociali e politici orientati alla inclusione dell’individuo lavoratore nei meccanismi di rappresentanza dello Stato nazione. Questo ciclo conosce il suo massimo sviluppo nel trentennio post-seconda guerra mondiale proprio perché riesce a combinare le aspettative dello sviluppo economico con quelle della partecipazione democratica, una sinergia tra rivendicazioni del e sul lavoro e articolazione della rappresentanza (di cui è sintesi la nostra Costituzione). Il venir meno di questa sinergia, con l’avvento del ciclo post-industriale, rappresenta in Italia un pericolo per la democrazia ancora più grave che in altri paesi occidentali storicamente più strutturati dal punto di vista sociale e della pubblica amministrazione. Finanziarizzazione, frammentazione e globalizzazione delle fonti di lavoro, trasformazioni e deroghe nella contrattazione sindacale, hanno prodotto già dagli anni 80 -90 il territorializzarsi sia della lotta sindacale che della lotta politica (distretti + leghe, divaricarsi delle questioni settentrionale e meridionale). Più di recente il disgiungersi di quel nesso storico tra lavoro e rappresentanza sembra portare alla ricerca di una rifondazione della rappresentanza direttamente sull’individuo in quanto cittadino (aggregato nei social networks?) e come tale portatore di diritti (anche sul lavoro). Si intende sottolineare la svolta in corso, epocale da più punti di vista.

Relazioni: Mariuccia Salvati e Massimo Paci
Discussione
Coordina: Catia Papa

6. Lavoro, reddito, cittadinanza (giovedì 19 giugno 2014, ore14,30-19)

La crisi globale più grave del secolo sta provocando quella che i democratici americani non esitano a definire job catastrophe con profonde implicazioni sulla “civiltà del lavoro”. La contrazione della produzione, del reddito e dell’occupazione stabile e garantita indotta dall’attuale crisi economico-finanziaria investe i fondamenti stessi del modello di sviluppo industriale e capitalistico che vede nel lavoro salariato lo strumento principale di integrazione e mediazione sociale. Sul nesso istituito tra lavoro e diritti sono stati edificati tutti i sistemi novecenteschi di protezione sociale. Il dilagare della disoccupazione/inoccupazione, del lavoro precario, intermittente e autonomo espone quindi un numero crescente di persone a una vita priva di quelle garanzie che sorreggono anche la partecipazione democratica. Nella Costituzione italiana il diritto al lavoro e il diritto a un’“esistenza libera e dignitosa” sono fortemente connessi, riguardando dunque potenzialmente tutti i cittadini. A eccezione di quanti invocano più mercato, la tensione egualitaria che attraversa la Carta anima ancora oggi il dibattito sul destino del lavoro quale asse della cittadinanza, ovvero sulle proposte ed esperienze europee di reddito minimo garantito o di reddito universale. A dividere non è tanto il riconoscimento dell’esistenza e del valore del lavoro non formale e/o salariato, quindi la volontà o meno di ricondurre tutti alla “servitù volontaria” del contratto subordinato (magari con meno garanzie), bensì la strategia strutturale per uscire dalla crisi: la logica del trasferimento monetario è realmente alternativa a quella del mercato? Il welfare state quale sistema regolato di sicurezza sociale deve essere rilanciato o è opportuno ripensarlo alla luce del diritto a un reddito universale di base? Per non limitarsi a sanzionare lo status quo sono più utili misure che compensano e risarciscono ex post o misure che promuovono ex ante?

Relazioni: Luca Baccelli e Silvana Sciarra
Discussione
Coordina: Elena Paciotti

Bando di iscrizione 2014

La Fondazione Basso ha avviato sin dal gennaio 2007, una Scuola per la buona politica, basata sull’esigenza che i cittadini di un regime politico democratico abbiano una forte maturità e consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri.
La nostra scuola è ispirata dalla convinzione che la cura per l’educazione politica, sia dei cittadini sia dei gruppi dirigenti, è il presupposto di tale maturità e consapevolezza: “cittadini consapevoli” sono il pendant di “politici affidabili” e viceversa.
La scuola, diretta da Laura Pennacchi, ha una struttura molto semplice: un semestre all’anno di incontri mensili a carattere seminariale, che durano un intero pomeriggio: ore 14,30-19.00. Ogni incontro comprende tre relazioni seguite da una discussione con interventi programmati e interventi degli iscritti al corso, coordinata da uno dei collaboratori della Fondazione; vi sarà, come in passato, una preventiva fornitura di materiale bibliografico.
“Il lavoro e la democrazia nel tempo della crisi” è il tema prescelto per il 2014. I docenti, tutti prestigiosi, fanno parte delle risorse intellettuali interne ed esterne della Fondazione Basso.
La sede in cui si svolgeranno gli incontri sarà, salvo modifiche che saranno tempestivamente comunicate, quella della Fondazione Basso (Via Dogana Vecchia, 5).
Al termine del ciclo di incontri verrà rilasciato un attestato di frequenza. La frequenza minima richiesta per il rilascio del certificato è di 4 incontri su 6.

Iscrizioni

La scuola può ospitare al massimo 60 allievi che seguano le relazioni e partecipino alla discussione.
Per iscriversi, è necessario riempire il modulo allegato ed inviarlo, per posta elettronica a: basso@fondazionebasso.it.
La quota di iscrizione è di Euro 150.00, da versare o sul c/c postale n. 82103003, intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso oppure tramite bonifico bancario intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso, IBAN IT18I0100503373000000002777.
Le quote andranno versate solo dopo aver ricevuto la conferma dell’iscrizione da parte della Fondazione.

Le iscrizioni sono aperte dal 4 novembre al 13 dicembre 2014.

Per informazioni:
segreteria Fondazione Basso tel. 06-6879953 – e-mail: basso@fondazionebasso.it

Dibattito sulla crisi: De Stefanis “dalla parte delle democrazia”

Iniziamo con questo articolo del nostro redattore Giovanni De Stefanis un “Dibattito sulla crisi” in cui ameremmo ospitare opinioni e punti di vista anche esterni alla redazione sulla crisi di sistema e di rappresentanza che connota la politica in questa fase storica.
Chiediamo a chi interviene possibilmente di affrontare il tema da un punto di vista “teorico” più che contingente proprio per la funzione di “laboratorio” che stiamo cercando di dare alla nostra presenza.

DALLA PARTE DELLA DEMOCRAZIA.

Al di là del ‘ magic moment ‘ che la nostra Costituzione – oggetto di veri e propri tentativi di manipolazione, spacciati per urgenti e indifferibili riforme – sta vivendo nella coscienza collettiva più accorta del Paese, c’è da rilevare che la mobilitazione in sua difesa può avere successo solo se l’ opinione pubblica si regolerà come… tutte le squadre che si prefiggono di vincere le partite e, non soltanto, di non perderle : adottando, cioè, una efficace strategia di attacco dopo aver individuato i punti deboli dell’ avversario.
Premesso che l’ avversario da battere, per una democrazia, è il rischio di una sua deriva oligarchica, dobbiamo chiederci se questa degenerazione – in atto un po’ in tutto il mondo e sotto gli occhi di tutti coloro che mantengono un minimo di attenzione e di curiosità per la politica – è il frutto inevitabile della definitiva vittoria del mercato, nella sua cinica versione ‘ globalizzatrice ‘, oppure è la spia del suo sostanziale fallimento, una sorta di colpo di coda da animale ferito.
Questa breve riflessione non ha l’ ambizione di dare una risposta a questo interrogativo. Certo è che appare davvero inspiegabile – sulla base di quelle che pensavamo essere le reazioni ‘ canoniche ‘ in congiunture di questa gravità – che una crisi planetaria del sistema capitalistico, come quella che stiamo vivendo da oltre 5 anni, non abbia determinato – per esempio – un’ affermazione ( elettorale e non solo ) dei vari schieramenti progressisti che di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico fanno, o…dovrebbero fare, la loro bandiera.
Questa assenza di reazione, da parte dell’ opinione pubblica, può spiegarsi – certo – come un graduale processo di imborghesimento delle coscienze ma, anche, come semplice pigrizia intellettuale, come rinuncia a qualsiasi approfondimento e come comoda e incondizionata resa a quella che si è rivelata essere – almeno in casa nostra – la lettura più accreditata della crisi. E, cioè, l’ assoluta mancanza di spirito di servizio da parte delle classi dirigenti – nei partiti come nelle istituzioni – degenerate tutte in caste ( inevitabilmente oligarchiche ) di privilegiati, per di più corrotti.
Ecco, se riuscissimo a convogliare tutto il livore – legittimo, per carità – che i cittadini nutrono nei confronti della politica e dei suoi principali attori, in direzione dei disvalori che il ‘ pensiero unico liberista ha ormai introdotto nella nostra cultura e nei nostri comportamenti, io credo che tutto il fronte progressista ne trarrebbe un grande vantaggio perchè sarebbe costretto ad accantonare il vecchio e ormai insopportabile stile propagandistico di fare politica per inaugurare una stagione di nuove forme di partecipazione democratica, più laiche e meno ideologiche, via maestra per un recupero di valori etici, culturali e sociali.
Senza dei quali valori – anche con la classe politica più irreprensibile e meno autoreferenziale di questo mondo – sono personalmente convinto che avremmo enormi e, forse, insormontabili difficoltà a realizzare quel formidabile secondo comma dell’ art.3 della Costituzione che attribuisce alla ‘ Repubblica ‘, cioè a tutti noi, “ il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’ eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese “.
“ Dobbiamo crescere “ – scrive Gustavo Zagrebelsky – “ diffondendo consapevolezza e cultura politica, fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci “.

Giovanni De Stefanis

“I seminari degli altri”: Fondazione Basso “La scuola per la buona politica” settimo ciclo 2013

Riceviamo dalla Fondazione Basso il programma e i moduli d’iscrizione al nuovo ciclo de “Scuola di democrazia/ scuola per la buona politica”, iniziativa giunta al suo settimo anno e dedicata quest’anno a “Individualismo e democrazia”. un’iniziativa meritoria che consente una volta al mese di ascoltare i maggiori esperti sull’argomento preso in esame e di poter lavorare sul tema in maniera seminariale. Il primo incontro il 10 gennaio 2013 poi gli altri secondo una cadenza mensile
per informazioni e iscrizioni: “pennacchi laura”