Intervista a Leonardo Becchetti di Giulio Querques

Riceviamo e pubblichiamo un’intervista all’economista Leonardo Becchetti a cura del nostro redattore Giulio Querques:

INTERVISTA A LEONARDO BECCHETTI –

Secondo Lei, che tipo di realtà noi “oggettiviamo” attraverso il solo linguaggio economico fatto di numeri?

Il problema non è l’uso della matematica che è utile per ottenere risultati rigorosi date le premesse poste. Ad esempio il metodo della massimizzazione vincolata consente di trovare il risultato ottimo data una funzione obiettivo da massimizzare e dei vincoli. L’unica cosa che esso presuppone è il principio di razionalità ovvero la coerenza tra fini e mezzi. Sappiamo che esistono violazioni importanti del principio di razionalità (ad esempio tutte le dipendenze che creano problemi di autocontrollo, bias cognitivi di vario tipo, ecc.) ma difficilmente possiamo costruire mappe della realtà prescindendo da essa.Quindi accettare il principio di razionalità è a mio avviso una semplificazione accettabile
Il limite vero è nel riduzionismo nelle definizioni di individuo, impresa e valore. Per l’economia “tolemaica” (il vecchio paradigma ormai invia di superamento) l’uomo è homo economicus schiacciato sulla dimensione acquisitiva, l’impresa è massimizzatrice di profitto e il valore è il PIL. Per il nuovo paradigma allargato dell’economia civile l’individuo è persona, risponde non solo ad incentivi monetari ma anche a norme morali e sociali ed è nesso di relazioni. L’impresa deve creare valore aggiunto ripartendolo in maniera più equilibrata tra gli stakeholders. La ricchezza delle nazioni non è il PIL ma la somma dei beni economici, ambientali, culturali e spirituali di cui una comunità può godere

Dice Habermas che “nella comunicazione linguistica è incorporato un telos di intesa reciproca”. Secondo Lei, una proliferazione di termini “genuini” nel linguaggio economico, come sostenibilità, eco-compatibilità, responsabilità, può dare un orientamento etico all’economia stessa?

Il problema non è tanto quanto alcune parole vengono usate nella comunicazione ma se all’uso nella comunicazione corrispondono comportamenti effettivi. Le parole non bastano anzi spesso possono dar luogo a greenwashing o socialwashing perché forte è la tentazione di accreditarsi come socialmente ed ambientalmente responsabili presso un’opinione pubblica che ha una sensibilità crescente su questi temi (ed è pronta a votare col portafoglio per essi) senza poi pagare il costo dell’effettiva responsabilità sociale ed ambientale. Il rischio pertanto è che le parole perdano significato. La recente entrata in vigore di un nuovo articolo del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale riferito ai green claims che stabilisce che i benefici di carattere ambientale vantati devono “basarsi su dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili” mi pare una mossa molto importante in tal senso.
http://www.vita.it/economia/imprese/sar-pi-difficile-fare-green-washing.html?utm_content=buffer69b58&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Cosa può dirci sulla lettura della crisi in termini di solo liberismo e di economia finanziaria?

Esiste un equilibrio di poteri culturale, fondamentale per la democrazia, ancora al di là da venire. Il sonno dei regolatori in finanza ha fatto crescere giganti troppo grandi per fallire e troppo complessi per essere regolati con attivi superiori al PIL degli stati di origine e risorse ingenti per condizionare il processo politico e culturale. Un recente rapporto del Corporate Europe Observatory fornisce dati concreti a questo che altrimenti potrebbe sembrare ad alcuni vago “complottismo”. Il rapporto sottolinea come presso le istituzioni europee il settore finanziario ha 1700 lobbisti registrati e spende mediamente più di 120 milioni di euro all’anno in tali attività (contro i 12 milioni di associazioni consumatori, ONG e sindacati). Ma il dato ancor più impressionante è la sproporzione di rappresentanza negli organi consultivi presso la BCE e le istituzioni comunitarie tra i rappresentanti di questa lobby e gli altri (per fare un esempio presso la BCE 95 della lobby finanziaria contro 0 di sindacati ed associazioni della società civile). Alla luce di questi dati si capisce molto meglio perché molti slanci riformatori avviati con il consenso della vasta maggioranza degli elettori europei si siano arenati nella fase attuativa.
In futuro l’uso intelligente della rete, un medium culturale libero, consentirà di invertire questa tendenza. I cittadini dovranno imparare ad utilizzare meglio il voto col mouse e col portafoglio per realizzare dal basso quel riequilibrio di poteri che è il presupposto per il bene comune

Infine, un altro passaggio interessante, sul tema del dono e sul concetto di beni comuni dal punto di vista di un economista.

Il dono è lubrificante fondamentale delle relazioni economiche e sociali che dipendono dalla qualità delle relazioni. All’interno delle aziende non esiste fertilità e superadditività prodotta da relazioni di fiducia tra colleghi se non c’è dono. Per dono non si intende ovviamente un pacchetto regalo ben confezionato ma l’andare oltre quelle che sono le proprie prerogative nei rapporti interpersonali. Ovvero passare da un rapporto tra mansioni ad un rapporto tra persone dimostrando concretamente di fare di più per l’altro e di andare oltre quelli che sono i propri compiti. La caratteristica fondamentale del dono è l’asimmetria, chi dona si espone al rischio della non corresponsione e sta proprio in questo la grandezza del dono e la sua capacità di suscitare riconoscenza, stima e propensione a reciprocare ingredienti che sono la base per costruire una buona e fruttuosa relazione.
I beni comuni sono tecnicamente in economia beni rivali ma non escludibili tipicamente soggetti al rischio di sovrasfruttamento e di depauperamento. Bisogna pertanto costruire regole che ne garantiscano la sopravvivenza. L’economia “tolemaica” si concentra sul problema dei beni privati pensando che basti la libertà di mercato. In realtà l’economia è molto più complessa perché assieme ai beni privati esistono i beni pubblici, i beni comuni e i beni relazionali che sono molto più importanti per la nostra felicità e che richiedono importanti interventi di regolazione pubblica per poter essere pienamente goduti

@leonardobecchett