Le recensioni della redazione

Rosaria Luzzi della redazione del sito www.benicomuni.unina.it su:

M. Hénaff, M. Anspach, E. Sarnelli, D. Falcioni, Cosa significa donare?, a cura di D. Falcioni, Napoli, Guida, 2011, pp. 165.

Il volume Cosa significa donare?, a cura di Daniela Falcioni, è una raccolta di saggi che, come si evince dal titolo, si propone di individuare gli elementi fondanti di una delle pratiche umane più antiche e complesse.

Gli studi sul dono sono da molti decenni ormai al centro delle ricerche antropologiche e filosofiche. È interessante, tuttavia, rilevare come l’indagine su questa specifica tematica abbia conosciuto negli ultimi anni un rinnovato interesse, dimostrato anche dai diversi studi pubblicati anche recentemente, e indicativo dell’importanza che questa tematica continua a ricoprire all’interno della cultura contemporanea. Il volume curato da D. Falcioni s’inserisce proprio all’interno di questo filone di studi.

Articolata in quattro saggi, corredati ciascuno da una specifica bibliografia di riferimento, l’opera rispecchia nella struttura e nei contenuti, la complessità della tematica affrontata. Alla domanda iniziale su quale sia il significato del dono i quattro contributi rispondono ciascuno attraverso una specifica prospettiva d’indagine, evidenziando, in tal modo, la molteplicità di aspetti e problematiche che risultano essere intrinsecamente connessi alla pratica del dono. Allo stesso tempo, tuttavia, il volume presenta un’articolazione e uno sviluppo unitari, garantiti dalla scelta degli Autori di servirsi di un approccio metodologico sostanzialmente comune, quale quello antropologico. L’indagine antropologica, a sua volta, ha offerto la possibilità di interagire anche con altri ambiti del sapere (per es. la sfera giuridica, etica, religiosa), permettendo in tal modo di sviluppare l’argomento nella sua complessità.

Come ben evidenziato da D. Falcioni nell’ampia Introduzione interrogarsi sul significato del dono implica la necessità di indagare le dinamiche che innesca l’atto donativo; pertanto, l’indagine sull’atto del donare porta inevitabile a interrogarsi anche sul significato che assumono l’atto del ricevere e del ricambiare.

A questi interrogativi provano a rispondere i primi due saggi del volume: Antropologia del dono e riconoscimento sociale di Marcel Hénaff (pp. 29-51) e Cosa significa ricambiare? Dono e reciprocità di Marc Anspach (pp. 52-67).

Nel suo contributo M. Hénaff analizza le dinamiche relazionali che sottendono all’antica pratica del dono cerimoniale, in base al quale i capiclan di una società tradizionale si offrono a turno regali e festeggiamenti.

La scelta di analizzare il dono cerimoniale nasce dalla peculiarità che quest’ultimo presenta rispetto alle altre due tipologie di dono, individuate dall’A.: il dono gratuito unilaterale (per es. i regali dei genitori ai figli) e il dono di natura assistenziale (basato sulla filantropia e sulla solidarietà sociale).

Già questa distinzione, così com’è presentata da Hénaff, nel mettere in rilievo la pluralità di forme attraverso cui si manifesta l’atto donativo, evidenzia anche la difficoltà di poter individuare per questa pratica un significato unitario e assoluto.

Dall’analisi dei meccanismi che regolano il dono cerimoniale emerge che esso non è determinato da motivazioni né di carattere affettivo né di natura morale, ma soprattutto si presenta come una pratica reciproca e pubblica. Proprio questi due aspetti implicano che il dono cerimoniale è un atto che non riguarda solo il rapporto tra donatore e ricevente né si esaurisce in se stesso, nell’atto del donare. Al contrario richiede un pubblico e soprattutto un atto del ricevente in risposta al dono ricevuto. Un dono, quest’ultimo, che non  ha valore in una prospettiva di ordine economico, giuridico o morale, bensì sociale. Il dono cerimoniale, infatti, è innanzitutto «una procedura di riconoscimento», con cui chi dona, dona in primo luogo una parte di sé e con questo determinato atto, contemporaneamente chiede all’altro, il ricevente, di identificarlo, accettarlo e accoglierlo. Il dono, dunque, si configura in primo luogo come una richiesta di riconoscimento, attraverso la quale poter avviare una relazione sociale. Ne consegue che esso non può, per la sua stessa natura, esaurirsi in sé, ma presuppone necessariamente una risposta da parte del ricevente.

La concezione tradizionale relativa al dono vuole che esso sia un atto spontaneo e gratuito, che l’individuo fa, senza aspettarsi niente in cambio. La gratuità del dono è una condizione essenziale, affinché esso possa essere distinto dal baratto e dal commercio e, anzi, si contrapponga alle pratiche che si fondano sulle logiche di mercato. In tal senso, l’atto del ricambiare un dono è apparso spesso come una contraddizione paradossale. Soffermandosi sul valore del dono nella cultura occidentale contemporanea (in particolar modo americana) M. Anspach ribadisce, invece, l’importanza della reciprocità dell’atto donativo, senza però negarne né la spontaneità né la gratuità.

La conciliazione di questi aspetti a prima vista inconciliabili avviene nel momento in cui si rileva la funzione sociale del dono. Se, infatti, il rapporto tra donatore e ricevente è, prima di tutto, una relazione dialettica tra il Sé e l’Altro, finalizzata al reciproco riconoscimento, ne consegue che la reciprocità del dono, più che a logiche di mercato, in termini di ritorno economico, è legato a dinamiche relazionali.

L’errore, come rileva Anspach, sta nel voler riferire il concetto di scambio a un unico ambito semantico, che è quello economico. La differenza tra lo scambio di doni e lo scambio mercantile sta nell’assunto fondamentale che il primo non è necessario, non solo perché chi dona lo fa gratuitamente e chi riceve non è obbligato a ricambiare, ma soprattutto perché il valore del dono non sta nel suo “prezzo” o nella sua effettiva utilità, bensì nella valenza simbolica che esso assume per chi lo dona e per chi lo riceve. E proprio l’assenza di ogni elemento mercantilistico permette di capire perché nello scambio di doni la relazione dialettica che s’innesca in base al principio di reciprocità non avviene solo ed esclusivamente tra due soggetti (donatore e ricevente), ma consente di coinvolgere anche altri individui, creando in tal modo una sorta di catena “virtuosa”, in cui il ricevente diventa anch’egli donatore di un’altra persona, che, a sua volta, diventerà un nuovo donatore.

Se i saggi di Hénaff e Anspach mettono in luce le complesse dinamiche che caratterizzano l’atto donativo, il contributo di Enrico Sarnelli, Mimesi e nemesi: scambi complessi nelle Antille (pp. 71-127), pone in evidenza, invece, un ulteriore aspetto del dono, legato però ai suoi esiti.

La vicenda da cui Sarnelli prende le mosse per la sua indagine è relativa agli scambi di doni avvenuti tra Cristoforo Colombo e le popolazioni indigene dei Carabi, all’indomani dell’arrivo della flotta spagnola  sul continente americano.

Sarnelli analizza, dunque, la problematica relativa al dono tra estranei come mezzo di identificazione e di accettazione reciproca. Dall’analisi che lo studioso compie su diverse fonti inerenti ai viaggi di Colombo in America si evince come quasi da subito lo scambio di doni tra gli Spagnoli e la popolazione indigena dei Taino abbia assunto caratteri particolari, che hanno determinato il deterioramento delle relazioni sociali fino ad arrivare allo scontro definitivo.

Nello scambio di doni una condizione imprescindibile è l’esistenza di un rapporto libero e paritario tra i soggetti coinvolti nell’atto donativo. Nel caso analizzato da Sarnelli, ciò che determina la trasformazione dell’iniziale idillio tra Spagnoli e Taino in una guerra con successivo genocidio degli sconfitti è proprio la non-volontà, da parte degli Spagnoli, di costruire un rapporto paritario con le popolazioni indigene. È partendo da questo presupposto che si arriva al paradosso finale, per cui gli oggetti (piccoli campanelli di metalli) che all’inizio costituivano i doni che gli Spagnoli facevano ai Taino si trasformano ben presto nel simbolo del predominio spagnolo. Lo scambio di doni, una volta venuta meno la condizione di libertà e uguaglianza di una delle parti, si trasforma in uno scambio impari riconducibile alle dinamiche della dialettica hegeliana servo-padrone.

L’ultimo contributo, Concezioni e pratiche del dono nell’Islam, di Daniela Falcioni, analizza la cultura del dono nell’Islam, soffermandosi in particolar modo su due pratiche, stabilite entrambe dal Corano: la sadaqa e la zakat.

Entrambe queste pratiche oblative possono rientrare in quella specifica categoria che è il dono caritatevole. Nella sadaqa rientrano tutti gli atti oblativi (elemosina, assistenza, ospitalità) che il credente compie spontaneamente verso gli altri (poveri, vedove, viaggiatori). La pratica trova le sue motivazioni profonde non tanto nel campo etico, quanto in quello strettamente religioso: Dio ha creato il mondo e lo ha donato all’uomo. Questi, a sua volta, spinto dalla gratitudine – ma anche dalla paura di essere punito – è chiamato a ridonare a Dio, non direttamente ma «attraverso l’intermediazione dell’indigente, realizzando così, allo stesso tempo, la giustizia divina e quella umana» (p. 143).

Il legame tra dono e giustizia sociale ritorna in maniera ancora più evidente, nella pratica della zakat, ovvero l’elemosina obbligatoria. Anche la zakat ha una motivazione religiosa  e si presenta innanzitutto come pratica da compiere nell’ambito del percorso di purificazione spirituale del credente. Accanto alla dimensione individuale è però altrettanto basilare la valenza sociale della zakat, vista come istituto normativo, creato a garanzia della giustizia sociale e di una più equa distribuzione della ricchezza. Eppure, nonostante questa funzione, proprio la validità della zakat è messa da tempo in discussione, non tanto in ambito teologico o giuridico, quanto dalle comunità degli stessi fedeli che all’obbligatorietà di questa pratica preferiscono la libertà garantita loro dalla sadaqa. Ancora una volta emerge come il dono debba essere un atto libero. Imposto da una legge che sia esterna alla volontà dell’individuo, esso viene percepito come un obbligo, da chi lo deve compiere, perdendo in tal modo la sua natura di dono.

 

Come si evince, i saggi presenti in questo volume non hanno avuto la pretesa di fornire una risposta univoca e definitiva alla domanda iniziale sul significato del dono. L’obiettivo, perfettamente centrato, è stato piuttosto quello di far emergere la complessità e la problematicità di questa pratica culturale, mettendo in rilievo una serie di aspetti e problematiche in grado di offrire spunti di riflessione critica particolarmente significativi. Nello specifico il merito del volume consiste nell’aver sottolineato come la pratica del dono, lungi dall’essere una banale manifestazione consumistica, sia dotato, in realtà, di valenze e significati di grande pregnanza concettuale (la libertà e la gratuità del dono; il principio di reciprocità; l’atto donativo come forma di riconoscimento sociale; il rapporto con la giustizia sociale), che lo pongono in relazione dialettica con alcuni dei concetti-chiave della società contemporanea (economia di mercato, consumismo, globalizzazione, multiculturalismo, integrazione, canone, stato sociale). È sulla base di questi fondamenti che la pratica del dono mostra ancora la sua forza e la sua attualità.