Un intervento di R.Luperini su due libri: I destini generali di G. Mazzoni e Stati di minorità di D.Giglioli

L’intervento che Luperini ci ha inviato e che volentieri pubblichiamo è una recensione di due libri G. Mazzoni, I destini generali e D. Giglioli, Stati di minorità, appena usciti nella nuova collana Solaris dell’editore Laterza. E’ anche, e soprattutto, un’appassionata discussione sulla posizione del soggetto intellettuale nel discorso sociale, una decostruzione degli orizzonti d’attesa che precedono e determinano le scelte del canone nelle società “post-democratiche” di cui parla D. Crunch.

IMPOTENZA POLITICA E STATO DI MINORITA’: È POSSIBILE SOLO UNA FORMA DI DISAGIO?

La nuova collana di Laterza Solaris, formata da brevi saggi, si presenta con due volumetti di due autori coetanei (fra i quaranta e i cinquanta anni) che muovono dallo stesso assunto ma arrivano a conclusioni opposte. Si tratta di I destini generali di Guido Mazzoni e di Stato di minorità di Daniele Giglioli. Lo stato di minorità è la condizione di impotenza, la impossibilità di agire, che per Mazzoni è oggettiva, per Giglioli è, anche, una strategia dell’assetto di potere vigente che si perpetua diffondendo tale sensazione. La conclusione di Mazzoni è che non resta altro da fare che adattarsi e, tutt’al più, testimoniare una «forma di disagio», quella di Giglioli è che bisogna scegliere, prendere posizione, schierarsi.
Già in via preliminare Mazzoni sente il bisogno di ammettere una «ambivalenza» del proprio discorso e prega il lettore di non scioglierla e soprattutto di non spostare «l’asse del discorso dall’analisi al giudizio»: come se l’analisi fosse neutra e non fosse determinata da un implicito sistema di valori e di giudizi che la condiziona. Una preghiera significativa: evidentemente Mazzoni si accorge di un impaccio o di una contraddizione e cerca di ripararvi argomentando che quello che conta è capire non «prendere posizione». Così, seppure in modo surrettizio, emerge però il reale problema di Mazzoni: non prendere posizione. D’altronde, a suo avviso, prendere posizione e superare l’ambivalenza non sarebbe possibile a causa della «inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente». E tuttavia resta una incongruenza, alla quale l’autore gira intorno nella parte iniziale e di cui prende atto più direttamente nella parte finale del libro: queste categorie inefficaci sono pure quelle che sostengono e conducono tutta l’analisi. Dunque sarebbero efficaci ai fini analitici e inefficaci per quanto riguarda la presa di posizione e il giudizio? Alquanto bizzarro, direi.
Tutta l’analisi sottintende valori e vettori di senso che invece vengono esplicitamente rifiutati in quanto anacronistici. Anche il linguaggio che tratteggia la situazione di impotenza è tutt’altro che neutro, anzi ha il colori del pathos. Lo stile è commosso, tendenzialmente tragico: sin dall’inizio si dice che tutti noi siamo «travolti» dalla mutazione avvenuta cinquant’anni fa: le persone vivono «scisse», nell’«isolamento» e nella «segregazione» diventati condizione normale, conducono «esistenze frammentarie e attimali» in uno «spazio disgregato», dove non si danno più né passato né futuro e domina il privato; anzi tutta l’esistenza si svolge ormai «sotto l’impero del privato», nel «puro consumo», in modo «irresponsabile, inappartenente, centrifugo». Infine si ammette persino che si vive in un sistema fondato sullo «sfruttamento di una persona sulla persona» e sulla oppressione di vaste zone del pianeta. D’accordo, ma tutto questo non è già giudizio? Un giudizio, aggiungo, che più volte abbiamo sentito risuonare nelle nostre letture (nemmeno recentissime: dai teorici del marxismo a Lacan e Pasolini, peraltro accettati senza rivisitazione critica o attualizzante)… Nella descrizione e persino nel linguaggio impiegato non riecheggiano le voci di un pensiero critico che ha attraversato la modernità, al punto che, come ammette Mazzoni nella zona finale del libro, vi appare persino «l’ombra dell’Altro innominabile», lo spettro del comunismo e delle utopie del movimento operaio elaborate nel corso degli ultimi due secoli?
Ma è proprio qui che Mazzoni s’impunta. La paura di essere inattuale, anacronistico e ridicolo è il vettore nascosto di tutto il suo libro. Per questo preferisce restare nell’ambivalenza. E, se proprio deve uscirne, lo fa per tessere l’elogio dell’«adattamento» e della saggezza del senso comune: «Quell’amore per l’adattamento, il compromesso, la consuetudine, la superficie che è tipico di ogni senso comune contiene, alla fine, una forma profonda di saggezza», scrive. Dalla tragedia dell’analisi si passa dunque alla commedia dei comportamenti pratici. D’altra parte, dato che ormai si vive in una prospettiva postutopica, sarebbe inutile, scrive Mazzoni, stare a pensare ai «problemi essenziali» perché essi non «hanno storia, se non nella lunga o lunghissima durata, cioè in una dimensione che non ci riguarda». Meglio adattarsi e fare i cavoli nostri, insomma. Non resta, parrebbe, che la possibilità di un tranquillo cinismo quotidiano. Insomma, si chiede infatti Mazzoni (neppure tanto paradossalmente), perché Fabrizio Corona (secondo cui niente altro si può fare «se non godere sino all’ultimo») «dovrebbe avere torto»? D’altra parte, ci ricorda ancora, il popolino di Belli e i borgatari di Pasolini e di Siti, col loro vitalismo cinico, disilluso e nichilistico, non ci indicano questa strada?
Certo, accettare questa prospettiva comporta una «forma di disagio». Al Western way of life niente altro si potrebbe opporre. Un nobile disagio, naturalmente, una pensosa malinconia. Ma, se ci si predispone agli adattamenti del cinismo quotidiano, perché indulgere a questi struggimenti da anima bella e infelice?
Direi che tutto il libro di Mazzoni è scritto saldamente all’interno del Western way of life (da questo punto di vista i suoi «destini generali» sono assai poco «generali» e anzi molto particolari). Ogni altra prospettiva è liquidata come utopica e anacronistica. Ma anche il punto di vista delle vittime (delle vittime del Western way of life) è anacronistico e inattuale? Lo stesso fondamentalismo islamico non è un modo rozzo e barbaro di esprimere un trauma planetario che ci riguarda? E più in generale: non vi sono, in realtà, infinite maniere, anche nella vita quotidiana e, anzi, nel modo stesso di pensare, per prendere posizione e schierarsi? E invece Mazzoni vede solo un’alternativa secca: o il Western way of life o il collasso del sistema. Secca, e comoda. Prendere posizione sarà magari «inefficace», ma stare ad aspettare il collasso e intanto adagiarsi nel «disagio» della propria impotenza è certamente ancor più inefficace.
E’ qui che si apre la pars costruens del discorso di Giglioli. Discorso difficile, meno lineare di quello di Mazzoni, più tortuoso, a tratti forse volontaristico, ma almeno rischioso, almeno inquieto e aperto, perché volto non a giustificare una impotenza, ma a individuare i modi per superarla.
Anzitutto, scrive Giglioli, il senso d’impotenza è un effetto del sistema di potere vigente. «Una società in cui l’agency [l’azione politica] è inibita non è il risultato di una configurazione astrale. C’è chi ha lavorato e lavora per questo. Che l’agire politico dei più sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio. La mancanza di agency non è mai davvero generalizzata: quelli che possono impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Limitarsi a prendere atto dell’impotenza è insomma una forma di complicità. È nella complicità e nella cecità di fronte alla complicità, ci ricorda Giglioli, che si annida il maggior errore che possiamo fare. «Rescindere il nesso di complicità con un assetto di potere significa desolidarizzarsi con quelle parti di sé che ne garantiscono il funzionamento». La prima azione critica è verso se stessi ma da lì muove per poi porre in crisi l’«assetto di potere».
Su questo terreno in occidente si è soprattutto esercitato, in modo esemplare, il pensiero critico delle femministe, particolarmente a cavallo fra anni settanta e ottanta del Novecento, e in modi meno radicali ancora oggi. E al punto di vista delle donne in un passo del suo libro Giglioli si rifà espressamente perché senza dubbio la divisione di genere è una linea di contraddizione.
Ma Giglioli si spinge anche su un terreno fondativo che vale la pena considerare più da vicino. Partiamo intanto dalle sue parole: «L’esser di parte inerisce all’ontologia della natura umana, e ogni unità supposta, rimpianta o vagheggiata, passata o futura, è soltanto una forma di dominazione più perfetta. Prenderne atto, dire sì a questo atto di conflittualità permanente, che attraversa in primo luogo i soggetti, è difficile a misura di quanto si subisce dentro di sé il ricatto del vantaggio che la partecipazione a un ordine dato sa fornire».
L’ontologia della natura umana presuppone, direi, sia la divisione sia la tensione a un ordine (che è altra cosa, va da sé, dalla pretesa palingenetica di un suo raggiungimento definitivo e risolutivo): la divisione dell’io in inconscio e conscio e quella dei popoli, delle razze, delle classi, dei generi non possono reprimere la tensione verso una maggiore unità, tanto dell’io quanto dell’essere umano in quanto essere generico. Questa divisione e questa tensione sono ineliminabili e in conflitto permanente con l’assetto vigente che, all’interno dell’io e fuori di esso, nel sistema economico e politico, le cristallizza, le comprime e spesso (non sempre) riesce a soffocarle.
Prender parte è dunque, secondo Giglioli, costitutivo del soggetto. Su questa strada egli recupera la lezione positiva del Novecento, un secolo di cui vede le storture e i limiti ma che è anche, scrive, il secolo del prender partito, il secolo del Partigiano. Il rischio della posizione di Giglioli sta però nel fatto che la unica conflittualità che indica, oltre a quella di genere (a cui peraltro allude assai rapidamente), sembrerebbe in interiore homine: è la critica verso se stessi e in particolare verso la parte di noi che giunge a compromessi o a forme di complicità col sistema.
Io credo che ragioni di conflittualità e possibilità di prendere posizione stiano anche e forse soprattutto nella situazione storica presente. La situazione attuale del pianeta è segnata dal disordine, da forme infinite di ibridazione e di tensione, spesso torbide e confuse, da una grande conflittualità e mobilità, che solo con estrema fatica il sistema economico politico e militare dominante riesce a tenere in qualche modo sotto controllo. Per esempio, ci attendono nei prossimi anni, e sono già cominciate, migrazioni gigantesche di popoli incalzati dalla miseria, dalla desertificazione di vaste zone del pianeta e dalle guerre di religione, mentre la condizione di disoccupazione, di precariato e di esilio riguarda già oggi milioni di giovani all’interno stesso dell’Occidente schiacciati dall’onnipotenza delle regole economiche e dalla entropia stessa del sistema finanziario. (Altro che la favoletta della “piccola borghesia planetaria”…). Nelle lacerazioni che si aprono da che parte si sta? È immaginabile un incontro fra queste due diverse realtà di migranti e di precari? Quali conseguenze ne derivano per la masse intellettualizzate e proletarizzate (si sarebbe detto un tempo) dell’Occidente?
Si apre qui un terreno (su cui aveva cominciato a richiamare l’attenzione Said) che gli intellettuali occidentali da troppo tempo hanno lasciato scoperto abbandonandolo alle varie forme del volontariato, alla iniziativa delle Chiese o addirittura alle politiche governative. Si aggiunga che il potere di seduzione del sistema, come ci ricorda Giglioli, non è più quello degli anni ottanta, e si capirà che chi voglia prendere posizione può trovare, già oggi, molto pane per i propri denti.
Due libri da leggere, questi di Mazzoni e di Giglioli, non fosse altro perché ci fanno conoscere, in modo persino esemplare, le problematiche esistenziali e politiche (e forse più esistenziali che politiche) di una generazione di intellettuali. Di uno, che pure urta e irrita per il retroterra psicologico che rivela e per le conseguenze pratiche e comportamentali che propone, si può apprezzare la persino disarmata sincerità dell’esame di coscienza di un letterato italiano di oggi; dell’altro, che pure può mettere in sospetto per lo sforzo dell’argomentazione, la difficile continuità con una tradizione di pensiero critico e negativo che non rinuncia a passare a contrappelo il presente e a prendere posizione all’interno delle sue contraddizioni.
Romano Luperini

Fondazione Basso “La scuola della buona politica: le prospettive per l’europa”Roma, gennaio-maggio 2015

La Fondazione Basso di Roma anche quest’anno ha organizzato il ciclo di Lezioni “La scuola della Buona Politica” . Ogni lezione è tenuta da due specialisti introdotta e coordinata da un membro della Fondazione. Il tema di quest’anno è “Le prospettive per l’Europa”.
Come ogni anno pubblichiamo il programma degli incontri e il modulo per l’iscrizione a tutto il ciclo di incontri. Fondazione basso Programma 2015

“Vivere la democrazia, costruire la sfera pubblica”
Una scuola per la buona politica

Bando di iscrizione 2015

LE PROSPETTIVE DELL’EUROPA

La Fondazione Basso da anni organizza una Scuola per la buona politica ispirata all’esigenza di favorire la partecipazione democratica di cittadini consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri: una cultura politica tanto più necessaria quanto più complesso è divenuto il nostro sistema politico e istituzionale, inserito in una dimensione sopranazionale e in un quadro internazionale in continuo cambiamento. La scuola, diretta da Laura Pennacchi, ha una struttura molto semplice: un semestre all’anno di incontri mensili a carattere seminariale, che durano un intero pomeriggio: ore 14,30-19.00. Ogni incontro comprende due relazioni seguite da una discussione con interventi programmati e interventi degli iscritti al corso, coordinata da uno dei collaboratori della Fondazione; vi sarà, come negli anni passati, una preventiva fornitura di materiale bibliografico.
“Le prospettive dell’Europa” è il tema prescelto per il 2015. I docenti fanno parte delle risorse intellettuali interne ed esterne della Fondazione Basso.
La sede in cui si svolgeranno gli incontri sarà, salvo modifiche che saranno tempestivamente comunicate, quella della Fondazione Basso (Via Dogana Vecchia, 5).
Al termine del ciclo di incontri verrà rilasciato un attestato di frequenza. La frequenza minima richiesta per il rilascio del certificato è di 4 incontri su 6.

Iscrizioni

La scuola può ospitare al massimo 60 allievi.
Per iscriversi, è necessario riempire il modulo allegato ed inviarlo, per posta elettronica a: basso@fondazionebasso.it.
La quota di iscrizione è di Euro 150.00, da versare o sul c/c postale n. 82103003, intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso oppure tramite bonifico bancario intestato a Fondazione Lelio e Lisli Basso, IBAN IT18I0100503373000000002777.
Le quote andranno versate solo dopo aver ricevuto la conferma dell’iscrizione da parte della Fondazione.

Le iscrizioni sono aperte dal 3 novembre al 13 dicembre 2014.

Per informazioni:
segreteria Fondazione Basso tel. 06-6879953 – e-mail: basso@fondazionebasso.it

“Vivere la democrazia, costruire la sfera pubblica”
Una scuola per la buona politica

Gennaio-giugno 2015

Alla Presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso Dott.ssa Elena Paciotti

IL/LA SOTTOSCRITTO/A:

NATO/A A : IL:

RESIDENTE A :

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PROFESSIONE :

TELEFONO: FAX:

E-MAIL:

DATA:

CHIEDE DI ESSERE ISCRITTO ALLA SCUOLA PER LA BUONA POLITICA DELLA FONDAZIONE BASSO PER IL SEMESTRE GENNAIO-GIUGNO 2015

motivazioni del proprio interesse alla scuola (max 20 righe):

Una riflessione sull’equilibrio dei poteri in democrazia di G. De Stefanis

Riceviamo dal nostro redattore Giovanni De Stefanis
DALLA PARTE DELL’ INSTABILITA ‘ POLITICA
(se stabilità è sinonimo di…normalizzazione )

Ai tanti che accusano la mia associazione – ‘ Libertà e Giustizia ‘ – e la mia parte politica – SEL – di saper dire solo dei ‘ no ‘ al Governo e al suo leader, mi sento di poter dire che il sabotaggio dell’ esecutivo forte non rientra tra gli obiettivi né di Libertà e Giustizia né di Sel, impegnate da sempre a restituire credibilità ( l’ unica, vera ‘ forza ‘ in politica ) a tutte le Istituzioni, governo compreso naturalmente, in un quadro – però – di equilibrato rapporto tra Poteri . Rapporto, invece, che le riforme in atto de-stabilizzano in modo così ingenuamente autoritario da rendere quasi inutile il dibattito su quale Parlamento ci attenda. E che interrogarsi sul destino e sul ruolo del Parlamento nel nostro Paese sia diventato ormai quasi un ‘ optional ‘, una sorta di ‘ lusso salottiero ‘, la dice lunga sull’ involuzione anti-democratica di questa delicatissima fase politica , apertasi nell’ autunno del 2011 con il defenestramento eterodiretto di Berlusconi e proseguita con il ‘ commissariamento Monti-Troika-Napolitano ‘, il boicottaggio del progetto bersanian-vendoliano, la resa alla innaturale logica delle ‘ larghe intese ‘: in versione lettiana ( più soft ) prima e in versione renziana ( più hard ) poi.
A questa pericolosa involuzione, una comunità partecipe, attiva, adulta , responsabile risponde con un ‘ plus ‘ – non con un ‘ minus ‘ – di partecipazione, di attività, di maturità, di responsabilità. E quando vota, non dovrebbe farlo per paura ( come nelle recenti elezioni europee ) ma per convinzione. La ‘ via maestra ‘, quindi, per una politica ‘ buona ‘ , non succube della finanza e della speculazione, resta l’ attuazione della nostra Costituzione. ” In essa – scriveva Zagrebelsky – troviamo la politica, il bene pubblico che più oggi scarseggia “. Progetto, quindi, ben più ambizioso della pura e semplice ‘ stabilità politica ‘ : concetto che postula una fissità, una rigidità, una assenza di dialettica e di conflittualità. E’ questa ‘ falsa ‘ e non-democratica ‘ stabilità ‘ che ha bisogno di correttivi : i correttivi dell’ art. 3, comma 2 della Costituzione, per esempio, che ci dice chiaramente in cosa consiste il ‘ pieno sviluppo della persona umana ‘ oppure quelli degli artt.41 e 42 che privilegiano ‘ l’ utilità sociale ‘ e motivi di ‘ interesse generale ‘ rispetto alla libertà-senza-limiti del ‘ privato ‘ : sia esso imprenditore ‘ o semplice ‘ proprietario ‘. I correttivi, infine, di una seria e radicale riforma in senso democratico dei partiti , così come auspicato dall’ art.49 della Costituzione. E si potrebbe continuare quasi all’ infinito, solo se si conoscesse e si rispettasse un po’ di più la nostra Costituzione e si avesse un briciolo di fiducia in più nella democrazia ‘ vera e viva ‘, quella che non si fa ‘ stabilizzare ‘ né ‘ normalizzare ‘ né, tanto meno, ‘ commissariare ‘, e dove il confronto di idee e posizioni diverse non viene puntualmente demonizzato – come ‘ attività da gufi ‘ – ma, al contrario, rispettato come preziosa fonte di arricchimento etico, culturale e sociale per tutta la comunità civica.

Giovanni DeStefanis, LeG Napoli

“Quando le rottamazioni sono un rischio per la democrazia”

Pubblichiamo una riflessione del nostro redattore Giovanni De Stefanis . Il pezzo compare sul sito sfasato di qualche tempo rispetto alla data di composizione e rappresenta una testimonianza della discussione interna del gruppo di lavoro “A piene mani”:

Quando le rottamazioni sono un pericolo per la democrazia
di Giovanni De Stefanis

Che in questi anni di autentica ‘ sbornia globalizzatrice ‘ la democrazia rappresentativa, e la politica che la esprime, fossero entrate in grave crisi ( per la evidente loro subalternità alle ragioni dell’ economia finanziarizzata ) e che fosse – pertanto – necessario, nell’ interesse generale, un loro pronto recupero di ruolo, di credibilità e di prestigio, era chiaro a tutti. Quello che non era chiaro a tutti è che , per recuperare questa sorta di ‘ primato democratico ‘, fosse necessario – colmo del paradosso – ‘ rottamare ‘ la Costituzione e, con essa, la stessa democrazia.
Perchè, in effetti, ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi distratti è esattamente questo : la messa in discussione, cioè, dell’ impianto democratico sul quale si è retta – dal 1948 fino ad oggi – la nostra Repubblica. Così, anziché affrontare ( con la più urgente delle riforme, quella dei partiti ) la berlingueriana ‘ questione morale ‘ dell’ ormai insopportabile invasività, a tutti i livelli, di una politica-ostaggio-di-partiti-non-regolamentati e sempre più auto-referenziali, si è scelto di dis-educare alla buona politica i cittadini, privilegiando scorciatoie di tipo populistico e demagogico come la cosiddetta ‘ democrazia diretta ‘ ( basti pensare all’ enfasi sulle ‘ primarie aperte ‘ a tutti i cittadini, anche ai totalmente disimpegnati ), come la ‘ rottamazione dell’ anagraficamente vecchio e la sostituzione con l’ anagraficamente giovane, come la mitizzazione della governabilità a scapito della rappresentatività.
Il processo di ‘ forzatura ipermaggioritaria e incostituzionale ‘ – per usare le parole del prof. Azzariti ( http://www.libertaegiustizia.it/2014/05/06/laccordo-sulle-riforme-ha-partorito-un-mostro-giuridico/ ) era già in atto ben prima che si verificassero le ‘ mostruosità…politiche ‘ della mancata elezione del successore di Napolitano e dell’ operazione non… nobilissima dell’ insediamento di Renzi a Palazzo Chigi. Ma ciò che rende gravissima la responsabilità , sia di Napolitano che di Renzi ( e, naturalmente, delle forze politiche che hanno condiviso quei due vergognosi momenti ), è non aver tenuto in alcun conto il mònito contenuto nella sentenza ( n.1 del 2014 ) della Consulta sul Porcellum e nell’ aver risposto con inaudita arroganza alla più che esplicita de-legittimazione politica, dell’ attuale Parlamento, che quella sentenza implicava. E’ questo, a mio modestissimo avviso, che condanna l’ attuale leadership del Paese ad una continua, frenetica, ricerca di consenso legittimante da parte dell’ opinione pubblica, attraverso lo svuotamento e, di più, la quotidiana mortificazione del ruolo e delle funzioni del Parlamento e la strisciante trasformazione della ‘ partecipazione democratica dei cittadini ‘ – auspicata e sollecitata solo se ‘ consenziente ‘ – in vero e proprio ‘ plebiscitarismo ‘.
Se questa lettura ha un minimo di fondamento, è chiaro che il progetto ‘ finale ‘ non può essere che quello di smantellare l’ attuale assetto costituzionale , che fa della nostra una Repubblica parlamentare, ed instaurare nel nostro Paese – ignorandone la Storia e l’ originale sensibilità democratica – il presidenzialismo. Checchè se ne dica ,in queste ore di finto dibattito sulla elettività o meno dei ‘ senatori del futuro ‘ , quello è l’ obiettivo dei ‘ rottamatori ‘ cui dovrà contrapporsi l’ impegno e la partecipazione dei ‘ cittadini democratici ‘ di questo Paese.

Una riflessione su beni comuni e Costituzione

Il nostro redattore Giovanni De Stefanis ci ha inviato un’altra riflessione sul nesso Beni comuni e Costituzione a partire da un articolo di Alberto Lucarelli su Repubblica/Napoli del 6 maggio 2014:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/06/ne-parigi-ne-bulgariaNapoli10.html che commentava alcune delibere recenti del Comune di Napoli, importanti per un’azione concreta sui beni comuni ambientali.
Ringraziamo De Stefanis per il suo contributo e speriamo che altri vogliano intervenire:

La Costituzione come ‘ bene comune ‘.

Qualche riflessione a margine di un articolo di Alberto Lucarelli su Repubblica/Napoli del 6 maggio 2014

” Dove trovare ” – si chiede Gustavo Zagrebelsky – ” l’ ideale di una società giusta, che meriti che si mettano da parte gli egoismi e i privilegi particolari, che ci renda possibile intravedere una società in cui noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli, si possa vivere in libertà e giustizia ?Questo punto d’ appoggio c’è ed è la Costituzione. Nella Costituzione troviamo la politica, il bene pubblico che più, oggi, scarseggia “.

Ecco, queste parole del noto giurista mi sono tornate in mente durante la lettura del coraggioso articolo di Alberto Lucarelli. Coraggioso perchè il tema affrontato – quello della possibile acquisizione al patrimonio comunale , in casi particolari e circoscritti, senza indennizzo, di beni privati, aventi le caratteristiche di ” beni comuni “, ma sottratti, in relazione al loro attuale stato di abbandono, alla funzione sociale – non è certo tra quelli più di moda in una fase storica e politica che è tornata a privilegiare la cultura del privato su quella del pubblico,secondo il più scontato dei luoghi comuni : quello che ritiene il privato sinonimo di efficienza e di meritocrazia e il pubblico sinonimo di spreco, di incompetenza, di lassismo, di corruzione.
E coraggioso perchè di questa ‘ pedagogìa costituzionale ‘ in materia di ‘ beni comuni ‘, cui Lucarelli si sta dedicando da anni con competenza scientifica e passione civile, abbiamo tutti un estremo bisogno in un passaggio, tra i più delicati della nostra non lunga storia repubblicana, che potrebbe preludere davvero allo smantellamento dell’ impianto democratico così come c’era stato affidato dai Padri costituenti.
Quando Lucarelli ci ricorda la centralità, nella Costituzione, di concetti come ‘ funzione sociale, utilità sociale, interesse generale ‘ , davanti ai quali la funzione, l’ utilità e l’ interesse dei privati devono fare un passo indietro, non fa altro – in fondo – che sottolineare la centralità della politica , cuore pulsante di una democrazia vera e viva. Da questo punto di vista, gli articoli 41 e 42 sono emblematici di cosa debba intendersi per democrazia : un sistema all’ interno del quale devono poter coesistere pacificamente, nel reciproco rispetto, interesse privato e interesse pubblico, diritti dell’ impresa e diritti dei lavoratori, esigenze della produzione e tutela di valori universali come la libertà, la salute, la sicurezza, la dignità umana dei cittadini.
La democrazia è effettiva – ce lo ricorda il primo comma dell’ art.3 – se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge. Ma, per realizzare questa eguaglianza sostanziale, occorre – come recita il secondo comma dello stesso art.3 – che le istituzioni e la politica che le esprime operino scelte concrete per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ‘ impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese “.
Senza voler entrare nel merito della delibera proposta da Lucarelli ( rinvio, per questo, alla lettura dell’ articolo ), noto – comunque – che essa va esattamente nella direzione auspicata dal secondo comma dell’ art.3, perchè – in nome della ‘ funzione sociale ‘ che la proprietà, anche privata, deve garantire (art.42,Cost.) – rimuove l’ ostacolo , di ordine economico e sociale, rappresentato dal prolungato, mancato esercizio del diritto di proprietà e trasferisce il bene abbandonato – ” avente la caratteristica di ” bene comune ” , nozione – scrive Lucarelli – fisiologicamente riconducibile alla garanzia dei principi costituzionali ( artt.1,2,3,9,41,42,43 “) – nel patrimonio collettivo.
Mi piace, infine, vedere nella delibera proposta da Lucarelli, una risposta concreta – dal punto di vista sociale, politico e giuridico – ai bisogni di larga parte della cittadinanza che vive situazioni di gravissimo disagio ( occupazionale, abitativo, scolastico, sanitario, ecc.) e mi chiedo se qualcosa di analogo si possa ipotizzare con riferimento all’ art.41 che riconosce, naturalmente, il diritto ‘ privato ‘ di svolgere una libera iniziativa economica , a patto – però – che ” non si svolga in contrasto con l’ utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana “. Pensando al ‘cinismo’ dei Riva a Taranto, al meschino calcolo utilitaristico dei tanti imprenditori esperti in ‘ delocalizzazioni ‘, fino alle geniali trovate sulla ‘ precarizzazione a vita ‘ contenute nel renziano Jobs Act, mi verrebbe da invitare il frenetico rottamatore ad applicarla, la Costituzione, anzichè smantellarla, pezzo dopo pezzo.

Giovanni De Stefanis

“Se la democrazia è a dimensione del mercato” di Alberto Lucarelli

Riceviamo da Alberto Lucarelli, uno dei fondatori del nostro gruppo, un intervento sul tema della democrazia che approfondisce alcuni temi presenti in altri post- del nostro sito, proiettandoli in una prospettiva europea. L’intervento è stato pubblicato da “Il manifesto” del 14/3/214 :

Per un’Europa sociale: Se la democrazia è a misura del mercato
da IL “Il Manifesto” del 12 /3/214

Da L’altra Europa ci si aspetta la proposta di un nuovo e rinnovato contratto sociale europeo, ben al di là degli sforzi di democratizzazione delle istituzioni europee avutisi negli ultimi anni. Riforme che, se da una parte hanno avuto l’obiettivo di ridurre il deficit democratico della rappresentanza, dall’altra non hanno colmato la distanza tra comunità ed apparati.
Manca ancora l’intreccio di una pluralità di dimensioni della democrazia, si è ancora lontani da un “diritto costituzionale europeo” e soprattutto il tanto auspicato principio di omogeneità, ovvero che negli stati membri operi un sistema costituzionale omogeneo, tale da non contraddire i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o contrarie allo Stato di diritto (artt. 2 e 7 TUE) si è dimostrato non sufficiente a trasformare una democrazia formale in democrazia sostanziale.
Insomma il c.d. federalizing process europeo che passa attraverso un’omogeneizzazione delle legislazioni e dei principi costituzionali, a fondamento del patto tra Stati membri, assolve ad esigenze formali, soprattutto da quando i paesi dominanti all’interno dell’Unione europea hanno deciso di abbandonare il modello economico europeo fondato sul compromesso della c.d. Scuola di Friburgo ovvero keynesiani in casa e liberisti in Europa e da quando i contro-limiti “sociali” delle Costituzioni post seconda guerra mondiale hanno ceduto di fronte a mercato e privatizzazioni.
Così come non tranquillizza l’art. 6 del Trattato che attribuisce alla Carta dei diritti fondamentali del 2000 lo stesso valore giuridico dei Trattati. Basti vedere come libertà di impresa (art. 16), diritto di proprietà (art. 17) e servizi di interesse economico generale (art. 36), appaiano regressivi rispetto agli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione.
Basti pensare come è formulata la disposizione sul diritto di proprietà che riconduce tale diritto alle libertà civili ed al principio albertino dell’inviolabilità, propria dello Stato liberale non democratico ottocentesco. Con il bill of rights europeo scompare la funzione sociale della proprietà ed il principio di eguaglianza sostanziale; la libertà di impresa è liberata dai “limiti” del sociale.
Questo è lo scenario con il quale dovrà confrontarsi e confliggere L’Altra Europa con Tsipras ponendo inoltre, come ha fatto già nella sua fase di partenza, le basi per superare le condivisibili perplessità espresse anni fa da Dieter Grimm, il quale affermava che, in assenza di presupposti pre-giuridici, quali dei veri e nuovi soggetti politici su scala europea, piuttosto che meccaniche aggregazioni o la mancanza di una coscienza politica europea, fatta di lotte e condizioni materiali, sarebbe inimmaginabile un’unione politica sovranazionale e irrisolvibile dunque il problema della legittimazione democratica.
Tuttavia, sul piano giuridico-istituzionale, ci sono spazi per un’ azione politica realmente alternativa e lì dovrà inserirsi L’Altra Europa, anche smascherando ipocrisie, come si è fatto nella battaglia referendaria, durante la quale la Corte costituzionale veniva costretta ad affermare che il diritto europeo non imponeva la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali.
Dunque una lotta per un nuovo “contratto sociale europeo”, per affermare che il paradigma della coesione economico – sociale non possa essere costituito unicamente dal binomio libertà – solidarietà, e che mercato e concorrenza vadano subordinate al raggiungimento di fini sociali, per superare i limiti di una politica economica fondata sull’austerity.

“La democrazia può sostenere la diseguaglianza?” di Giovanni De Stefanis

Ancora una riflessione sulla democrazia e sui pericoli che corre da parte di Giovanni De Stefanis, nostro redattore, e impegnato nella riflessione e nell’azione politica della nostra città.
Riceviamo e pubblichiamo sperando che si possa aprire un dibattito su democrazia, crisi e mutamenti istituzionali:

Come poter salvare dalla disgregazione la nostra democrazia. di Giovanni De Stefanis

Chi ha a cuore la salute della nostra fragile democrazia non può non essere preoccupato per il prolungarsi di una crisi che da finanziaria si è fatta economica e sociale, finendo inevitabilmente con il produrre effetti disgreganti all’ interno di quella comunità che definire ‘ sovrana ‘ sembra quasi una provocazione. I drammatici dati sulla ‘ esclusione ‘ dal mondo del lavoro e sulla conseguente crescita della diseguaglianza e della povertà nel nostro Paese, infatti, rendono vano – così come del resto saggiamente previsto dai padri costituenti – qualsiasi discorso sulla ineliminabile funzione della rappresentanza e sulla crescente importanza della partecipazione democratica dei cittadini.
Da questo punto di vista, il secondo comma dell’ art.3 della Costituzione non si presta certo ad equivoci: ” E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’ eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese “. Senza la rimozione di questi ostacoli – in altre parole – i cittadini non sono in grado di esercitare liberamente – cioè, senza condizionamento alcuno – i loro diritti civili e politici .E senza un popolo sovrano, libero e consapevole – lo sappiamo bene – non avremo mai una democrazia ma, tutt’ al più, un’ oligarchia tecnocratica che accrescerà la forbice tra i sempre più ricchi e i sempre più poveri e aumenterà, fatalmente, il solco che si è venuto a creare tra la cittadinanza e la politica, tra la cosiddetta società civile e le Istituzioni.
Istituzioni di cui la classe politica, in assenza di controlli e di partecipazione da parte nostra, cioè dei cittadini, rischia di ‘ appropriarsi ‘ mantenendo irrisolta, anzi acuendo, quella ‘ questione morale ‘ di berlingueriana memoria che è la causa principale del discredito dei partiti, del disinteresse per la cosa pubblica e dell’ attesa – rassegnata quanto ‘ impolitica ‘ – del leader forte, dell’ uomo della Provvidenza.
A chi pensa che la ‘ questione morale ‘ possa essere risolta con leggi elettorali e riforme costituzionali che ridimensionano fortemente il ruolo del Parlamento esaltando quello del potere esecutivo, bisognerà far capire che il prezzo da pagare per la governabilità non può arrivare alla cancellazione delle minoranze che storicamente rappresentano ( o cercano di rappresentare ) le istanze degli ultimi, dei non-inclusi, dei non-sovrani.
Così come, a chi pensa che la drammatica ‘ questione sociale ‘ possa essere risolta con ulteriori tagli al sistema del welfare, si dovrà rispondere – oltre che con un coraggioso e corale impegno di solidarietà ed una seria e pacifica rivendicazione di maggiori diritti e migliori protezioni sociali – con l’ individuazione delle cause di questi terribili squilibri e l’ elaborazione di un progetto di sviluppo alternativo che sappia conciliare, per esempio, diritto al lavoro , diritto alla salute e salvaguardia dell’ ambiente. Ciò al fine di ‘ salvare ‘ la democrazia dai tanti qualunquisti che la danno per esaurita, per non più coinvolgente, per non più appassionante perchè sostanzialmente impotente davanti alle dure e ciniche leggi dell’ economia di mercato

“Per chi suona la campana?” un intervento sull’università di A. Arienzo, T. Drago e U.M.Olivieri

Un documento che interviene nel dibattito sul sistema della valutazione della ricerca nelle scienze umane a partire dal recente intervento del ” Manifesto per la difesa delle scienze umane” di A. Asor Rosa, R. Esposito e E. Galli Della Loggia: per_chi_suona_la_campana nomi in calce

Giovanni De Stefanis, “Una riflessione sulla democrazia”

Pubblichiamo una riflessione del nostro redattore Giovanni De Stefanis sull’attuale “deriva” in senso populista della democrazia in Italia. Auspichiamo che altri vogliano intervenire sull’argomento dando luogo ad una riflessione partecipata sul tema “Democrazia formale, democrazia rappresentativa, democrazia diretta”

IL LABILE CONFINE TRA DEMOCRAZIA E POPULISMO.
Non vi è dubbio che la democrazia viva di partecipazione e di fiducioso consenso e che l’ esercizio del diritto di voto sia un passaggio centrale per una democrazia rappresentativa… in salute. I problemi nascono, evidentemente, quando il sistema della rappresentanza entra in crisi, quando – cioè – i partiti politici si arroccano sui propri privilegi , diventando sempre più auto-referenziali e non venendo più percepiti dall’ opinione pubblica come lo strumento più idoneo per fare politica .
Succede, così, che i cittadini decidano o di disinteressarsi del tutto della politica o di praticare esclusivamente forme di cosiddetta democrazia diretta, by-passando il filtro ideologico e organizzativo rappresentato dai partiti politici e dai loro programmi e presumendo di sostituirli del tutto e non, semplicemente, di affiancarli e, se necessario, stimolarli affinchè svolgano al meglio la funzione che la Costituzione affida loro.
Inevitabile, a questo punto, il rischio di una deriva demagogica e populista che – come acutamente osserva Alberto Lucarelli nel suo recente ‘ Costituzione e beni comuni ‘ – nasce dal ‘ confusionismo sociale, da fenomeni lobbistici e dalla frammentazione di finalità ed obiettivi ‘ per evitare i quali ‘ occorre la configurazione di soggettività politiche nuove, in grado di alimentarsi attraverso un processo continuo di formazione ed informazione intorno a programmi e obiettivi comuni e condivisi ‘.
Formazione, soprattutto, che deve corrispondere ad un lavoro di studio e di approfondita conoscenza dei problemi e ad una ricerca umile e rigorosa delle soluzioni . Senza arroganza, senza spirito di rivalsa, senza rivendicazioni ‘ provinciali ‘ di primogenitura, senza tentazioni epuratrici del dissenso. Ma con quella ostinata passione, squisitamente politica, per la mediazione, per l’ incontro rispettoso tra diversi, per l’ approdo a posizioni ‘ plurali ‘, condivise, democratiche. Diffidando, nel contempo, sia dei cortigiani avvezzi all’ incensamento, sia degli iper-critici pronti a bocciare e infangare tutto e tutti.
Solo così potremo evitare che la nostra atavica predisposizione alla delega ci faccia correre il rischio di non diventare mai ‘ popolo sovrano ‘, maturo e responsabile, ma di rimanere una massa indistinta, anònima e un po’ infantile che si affida all’ uomo forte di turno, efficiente, decisionista, nonché esperto in comunicazione ….demagogica. Una comunicazione, cioè, diretta tra il capo e il suo popolo che , lungi dal rappresentare una conquista della democrazia, potrebbe avere – come la storia ci insegna – uno sbocco autoritario.
Giovanni De Stefanis

Dibattito sulla crisi: De Stefanis “dalla parte delle democrazia”

Iniziamo con questo articolo del nostro redattore Giovanni De Stefanis un “Dibattito sulla crisi” in cui ameremmo ospitare opinioni e punti di vista anche esterni alla redazione sulla crisi di sistema e di rappresentanza che connota la politica in questa fase storica.
Chiediamo a chi interviene possibilmente di affrontare il tema da un punto di vista “teorico” più che contingente proprio per la funzione di “laboratorio” che stiamo cercando di dare alla nostra presenza.

DALLA PARTE DELLA DEMOCRAZIA.

Al di là del ‘ magic moment ‘ che la nostra Costituzione – oggetto di veri e propri tentativi di manipolazione, spacciati per urgenti e indifferibili riforme – sta vivendo nella coscienza collettiva più accorta del Paese, c’è da rilevare che la mobilitazione in sua difesa può avere successo solo se l’ opinione pubblica si regolerà come… tutte le squadre che si prefiggono di vincere le partite e, non soltanto, di non perderle : adottando, cioè, una efficace strategia di attacco dopo aver individuato i punti deboli dell’ avversario.
Premesso che l’ avversario da battere, per una democrazia, è il rischio di una sua deriva oligarchica, dobbiamo chiederci se questa degenerazione – in atto un po’ in tutto il mondo e sotto gli occhi di tutti coloro che mantengono un minimo di attenzione e di curiosità per la politica – è il frutto inevitabile della definitiva vittoria del mercato, nella sua cinica versione ‘ globalizzatrice ‘, oppure è la spia del suo sostanziale fallimento, una sorta di colpo di coda da animale ferito.
Questa breve riflessione non ha l’ ambizione di dare una risposta a questo interrogativo. Certo è che appare davvero inspiegabile – sulla base di quelle che pensavamo essere le reazioni ‘ canoniche ‘ in congiunture di questa gravità – che una crisi planetaria del sistema capitalistico, come quella che stiamo vivendo da oltre 5 anni, non abbia determinato – per esempio – un’ affermazione ( elettorale e non solo ) dei vari schieramenti progressisti che di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico fanno, o…dovrebbero fare, la loro bandiera.
Questa assenza di reazione, da parte dell’ opinione pubblica, può spiegarsi – certo – come un graduale processo di imborghesimento delle coscienze ma, anche, come semplice pigrizia intellettuale, come rinuncia a qualsiasi approfondimento e come comoda e incondizionata resa a quella che si è rivelata essere – almeno in casa nostra – la lettura più accreditata della crisi. E, cioè, l’ assoluta mancanza di spirito di servizio da parte delle classi dirigenti – nei partiti come nelle istituzioni – degenerate tutte in caste ( inevitabilmente oligarchiche ) di privilegiati, per di più corrotti.
Ecco, se riuscissimo a convogliare tutto il livore – legittimo, per carità – che i cittadini nutrono nei confronti della politica e dei suoi principali attori, in direzione dei disvalori che il ‘ pensiero unico liberista ha ormai introdotto nella nostra cultura e nei nostri comportamenti, io credo che tutto il fronte progressista ne trarrebbe un grande vantaggio perchè sarebbe costretto ad accantonare il vecchio e ormai insopportabile stile propagandistico di fare politica per inaugurare una stagione di nuove forme di partecipazione democratica, più laiche e meno ideologiche, via maestra per un recupero di valori etici, culturali e sociali.
Senza dei quali valori – anche con la classe politica più irreprensibile e meno autoreferenziale di questo mondo – sono personalmente convinto che avremmo enormi e, forse, insormontabili difficoltà a realizzare quel formidabile secondo comma dell’ art.3 della Costituzione che attribuisce alla ‘ Repubblica ‘, cioè a tutti noi, “ il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’ eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese “.
“ Dobbiamo crescere “ – scrive Gustavo Zagrebelsky – “ diffondendo consapevolezza e cultura politica, fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci “.

Giovanni De Stefanis