Un intervento di R.Luperini su due libri: I destini generali di G. Mazzoni e Stati di minorità di D.Giglioli

L’intervento che Luperini ci ha inviato e che volentieri pubblichiamo è una recensione di due libri G. Mazzoni, I destini generali e D. Giglioli, Stati di minorità, appena usciti nella nuova collana Solaris dell’editore Laterza. E’ anche, e soprattutto, un’appassionata discussione sulla posizione del soggetto intellettuale nel discorso sociale, una decostruzione degli orizzonti d’attesa che precedono e determinano le scelte del canone nelle società “post-democratiche” di cui parla D. Crunch.

IMPOTENZA POLITICA E STATO DI MINORITA’: È POSSIBILE SOLO UNA FORMA DI DISAGIO?

La nuova collana di Laterza Solaris, formata da brevi saggi, si presenta con due volumetti di due autori coetanei (fra i quaranta e i cinquanta anni) che muovono dallo stesso assunto ma arrivano a conclusioni opposte. Si tratta di I destini generali di Guido Mazzoni e di Stato di minorità di Daniele Giglioli. Lo stato di minorità è la condizione di impotenza, la impossibilità di agire, che per Mazzoni è oggettiva, per Giglioli è, anche, una strategia dell’assetto di potere vigente che si perpetua diffondendo tale sensazione. La conclusione di Mazzoni è che non resta altro da fare che adattarsi e, tutt’al più, testimoniare una «forma di disagio», quella di Giglioli è che bisogna scegliere, prendere posizione, schierarsi.
Già in via preliminare Mazzoni sente il bisogno di ammettere una «ambivalenza» del proprio discorso e prega il lettore di non scioglierla e soprattutto di non spostare «l’asse del discorso dall’analisi al giudizio»: come se l’analisi fosse neutra e non fosse determinata da un implicito sistema di valori e di giudizi che la condiziona. Una preghiera significativa: evidentemente Mazzoni si accorge di un impaccio o di una contraddizione e cerca di ripararvi argomentando che quello che conta è capire non «prendere posizione». Così, seppure in modo surrettizio, emerge però il reale problema di Mazzoni: non prendere posizione. D’altronde, a suo avviso, prendere posizione e superare l’ambivalenza non sarebbe possibile a causa della «inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente». E tuttavia resta una incongruenza, alla quale l’autore gira intorno nella parte iniziale e di cui prende atto più direttamente nella parte finale del libro: queste categorie inefficaci sono pure quelle che sostengono e conducono tutta l’analisi. Dunque sarebbero efficaci ai fini analitici e inefficaci per quanto riguarda la presa di posizione e il giudizio? Alquanto bizzarro, direi.
Tutta l’analisi sottintende valori e vettori di senso che invece vengono esplicitamente rifiutati in quanto anacronistici. Anche il linguaggio che tratteggia la situazione di impotenza è tutt’altro che neutro, anzi ha il colori del pathos. Lo stile è commosso, tendenzialmente tragico: sin dall’inizio si dice che tutti noi siamo «travolti» dalla mutazione avvenuta cinquant’anni fa: le persone vivono «scisse», nell’«isolamento» e nella «segregazione» diventati condizione normale, conducono «esistenze frammentarie e attimali» in uno «spazio disgregato», dove non si danno più né passato né futuro e domina il privato; anzi tutta l’esistenza si svolge ormai «sotto l’impero del privato», nel «puro consumo», in modo «irresponsabile, inappartenente, centrifugo». Infine si ammette persino che si vive in un sistema fondato sullo «sfruttamento di una persona sulla persona» e sulla oppressione di vaste zone del pianeta. D’accordo, ma tutto questo non è già giudizio? Un giudizio, aggiungo, che più volte abbiamo sentito risuonare nelle nostre letture (nemmeno recentissime: dai teorici del marxismo a Lacan e Pasolini, peraltro accettati senza rivisitazione critica o attualizzante)… Nella descrizione e persino nel linguaggio impiegato non riecheggiano le voci di un pensiero critico che ha attraversato la modernità, al punto che, come ammette Mazzoni nella zona finale del libro, vi appare persino «l’ombra dell’Altro innominabile», lo spettro del comunismo e delle utopie del movimento operaio elaborate nel corso degli ultimi due secoli?
Ma è proprio qui che Mazzoni s’impunta. La paura di essere inattuale, anacronistico e ridicolo è il vettore nascosto di tutto il suo libro. Per questo preferisce restare nell’ambivalenza. E, se proprio deve uscirne, lo fa per tessere l’elogio dell’«adattamento» e della saggezza del senso comune: «Quell’amore per l’adattamento, il compromesso, la consuetudine, la superficie che è tipico di ogni senso comune contiene, alla fine, una forma profonda di saggezza», scrive. Dalla tragedia dell’analisi si passa dunque alla commedia dei comportamenti pratici. D’altra parte, dato che ormai si vive in una prospettiva postutopica, sarebbe inutile, scrive Mazzoni, stare a pensare ai «problemi essenziali» perché essi non «hanno storia, se non nella lunga o lunghissima durata, cioè in una dimensione che non ci riguarda». Meglio adattarsi e fare i cavoli nostri, insomma. Non resta, parrebbe, che la possibilità di un tranquillo cinismo quotidiano. Insomma, si chiede infatti Mazzoni (neppure tanto paradossalmente), perché Fabrizio Corona (secondo cui niente altro si può fare «se non godere sino all’ultimo») «dovrebbe avere torto»? D’altra parte, ci ricorda ancora, il popolino di Belli e i borgatari di Pasolini e di Siti, col loro vitalismo cinico, disilluso e nichilistico, non ci indicano questa strada?
Certo, accettare questa prospettiva comporta una «forma di disagio». Al Western way of life niente altro si potrebbe opporre. Un nobile disagio, naturalmente, una pensosa malinconia. Ma, se ci si predispone agli adattamenti del cinismo quotidiano, perché indulgere a questi struggimenti da anima bella e infelice?
Direi che tutto il libro di Mazzoni è scritto saldamente all’interno del Western way of life (da questo punto di vista i suoi «destini generali» sono assai poco «generali» e anzi molto particolari). Ogni altra prospettiva è liquidata come utopica e anacronistica. Ma anche il punto di vista delle vittime (delle vittime del Western way of life) è anacronistico e inattuale? Lo stesso fondamentalismo islamico non è un modo rozzo e barbaro di esprimere un trauma planetario che ci riguarda? E più in generale: non vi sono, in realtà, infinite maniere, anche nella vita quotidiana e, anzi, nel modo stesso di pensare, per prendere posizione e schierarsi? E invece Mazzoni vede solo un’alternativa secca: o il Western way of life o il collasso del sistema. Secca, e comoda. Prendere posizione sarà magari «inefficace», ma stare ad aspettare il collasso e intanto adagiarsi nel «disagio» della propria impotenza è certamente ancor più inefficace.
E’ qui che si apre la pars costruens del discorso di Giglioli. Discorso difficile, meno lineare di quello di Mazzoni, più tortuoso, a tratti forse volontaristico, ma almeno rischioso, almeno inquieto e aperto, perché volto non a giustificare una impotenza, ma a individuare i modi per superarla.
Anzitutto, scrive Giglioli, il senso d’impotenza è un effetto del sistema di potere vigente. «Una società in cui l’agency [l’azione politica] è inibita non è il risultato di una configurazione astrale. C’è chi ha lavorato e lavora per questo. Che l’agire politico dei più sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio. La mancanza di agency non è mai davvero generalizzata: quelli che possono impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Limitarsi a prendere atto dell’impotenza è insomma una forma di complicità. È nella complicità e nella cecità di fronte alla complicità, ci ricorda Giglioli, che si annida il maggior errore che possiamo fare. «Rescindere il nesso di complicità con un assetto di potere significa desolidarizzarsi con quelle parti di sé che ne garantiscono il funzionamento». La prima azione critica è verso se stessi ma da lì muove per poi porre in crisi l’«assetto di potere».
Su questo terreno in occidente si è soprattutto esercitato, in modo esemplare, il pensiero critico delle femministe, particolarmente a cavallo fra anni settanta e ottanta del Novecento, e in modi meno radicali ancora oggi. E al punto di vista delle donne in un passo del suo libro Giglioli si rifà espressamente perché senza dubbio la divisione di genere è una linea di contraddizione.
Ma Giglioli si spinge anche su un terreno fondativo che vale la pena considerare più da vicino. Partiamo intanto dalle sue parole: «L’esser di parte inerisce all’ontologia della natura umana, e ogni unità supposta, rimpianta o vagheggiata, passata o futura, è soltanto una forma di dominazione più perfetta. Prenderne atto, dire sì a questo atto di conflittualità permanente, che attraversa in primo luogo i soggetti, è difficile a misura di quanto si subisce dentro di sé il ricatto del vantaggio che la partecipazione a un ordine dato sa fornire».
L’ontologia della natura umana presuppone, direi, sia la divisione sia la tensione a un ordine (che è altra cosa, va da sé, dalla pretesa palingenetica di un suo raggiungimento definitivo e risolutivo): la divisione dell’io in inconscio e conscio e quella dei popoli, delle razze, delle classi, dei generi non possono reprimere la tensione verso una maggiore unità, tanto dell’io quanto dell’essere umano in quanto essere generico. Questa divisione e questa tensione sono ineliminabili e in conflitto permanente con l’assetto vigente che, all’interno dell’io e fuori di esso, nel sistema economico e politico, le cristallizza, le comprime e spesso (non sempre) riesce a soffocarle.
Prender parte è dunque, secondo Giglioli, costitutivo del soggetto. Su questa strada egli recupera la lezione positiva del Novecento, un secolo di cui vede le storture e i limiti ma che è anche, scrive, il secolo del prender partito, il secolo del Partigiano. Il rischio della posizione di Giglioli sta però nel fatto che la unica conflittualità che indica, oltre a quella di genere (a cui peraltro allude assai rapidamente), sembrerebbe in interiore homine: è la critica verso se stessi e in particolare verso la parte di noi che giunge a compromessi o a forme di complicità col sistema.
Io credo che ragioni di conflittualità e possibilità di prendere posizione stiano anche e forse soprattutto nella situazione storica presente. La situazione attuale del pianeta è segnata dal disordine, da forme infinite di ibridazione e di tensione, spesso torbide e confuse, da una grande conflittualità e mobilità, che solo con estrema fatica il sistema economico politico e militare dominante riesce a tenere in qualche modo sotto controllo. Per esempio, ci attendono nei prossimi anni, e sono già cominciate, migrazioni gigantesche di popoli incalzati dalla miseria, dalla desertificazione di vaste zone del pianeta e dalle guerre di religione, mentre la condizione di disoccupazione, di precariato e di esilio riguarda già oggi milioni di giovani all’interno stesso dell’Occidente schiacciati dall’onnipotenza delle regole economiche e dalla entropia stessa del sistema finanziario. (Altro che la favoletta della “piccola borghesia planetaria”…). Nelle lacerazioni che si aprono da che parte si sta? È immaginabile un incontro fra queste due diverse realtà di migranti e di precari? Quali conseguenze ne derivano per la masse intellettualizzate e proletarizzate (si sarebbe detto un tempo) dell’Occidente?
Si apre qui un terreno (su cui aveva cominciato a richiamare l’attenzione Said) che gli intellettuali occidentali da troppo tempo hanno lasciato scoperto abbandonandolo alle varie forme del volontariato, alla iniziativa delle Chiese o addirittura alle politiche governative. Si aggiunga che il potere di seduzione del sistema, come ci ricorda Giglioli, non è più quello degli anni ottanta, e si capirà che chi voglia prendere posizione può trovare, già oggi, molto pane per i propri denti.
Due libri da leggere, questi di Mazzoni e di Giglioli, non fosse altro perché ci fanno conoscere, in modo persino esemplare, le problematiche esistenziali e politiche (e forse più esistenziali che politiche) di una generazione di intellettuali. Di uno, che pure urta e irrita per il retroterra psicologico che rivela e per le conseguenze pratiche e comportamentali che propone, si può apprezzare la persino disarmata sincerità dell’esame di coscienza di un letterato italiano di oggi; dell’altro, che pure può mettere in sospetto per lo sforzo dell’argomentazione, la difficile continuità con una tradizione di pensiero critico e negativo che non rinuncia a passare a contrappelo il presente e a prendere posizione all’interno delle sue contraddizioni.
Romano Luperini

Intervista sulla semiotica di Ph. Hamon

Ringraziamo Philippe Hamon per l’anteprima di questa intervista che comparirà in autunno sulla rivista francese “Signata” dedicata a Letteratura e semiotica :

Un parcours à partir de la sémiotique
Entretien avec Philippe Hamon

Réalisé par Jean-Pierre Bertrand.

Dans votre formation et votre parcours, à quel moment avez-vous rencontré la sémiotique, qui ne portait sans doute pas encore ce nom ?
Il est vrai que le problème terminologique se pose dès le départ entre sémiotique et sémiologie. Les francophiles préfèrent se référer à Saussure qui a proposé la « sémiologie » dès 1916, dans son Cours de linguistique générale. Il y a eu ensuite le terme américain « semiotics » qui a donné « sémiotique ». Pour ma part, je les emploie généralement comme des synonymes. Au mieux, je distingue la sémiologie, science générale de tous les systèmes de signes, et les diverses sémiotiques relatives aux secteurs disciplinaires. Historiquement, les choses ont déjà été balisées, notamment par François Dosse dans son Histoire du structuralisme, qui a étudié cette émergence d’une discipline. On le sait, tout commence dans les années 60 avec le colloque de l’Université d’Indiana, Style in Language, dirigé par Thomas Sebeok. Il fait partie de ces penseurs de l’Europe de l’Est issus du formalisme russe et de la linguistique. Le colloque est fondateur dans la mesure où il comporte les premières analyses structurales. Par la suite, l’année 1966 a été cruciale en France : les plus grands théoriciens y ont fait paraître un texte majeur, sur fond de querelles importantes comme celle qui oppose Barthes et Picard. Là est le creuset historique, avec des lieux fondateurs telle l’École Pratique des Hautes Études, où se réunissaient Todorov, Kristeva et d’autres, et des lieux plus excentrés, comme Urbino où se tenaient régulièrement des colloques, avec les participations de Cesare Segre et du jeune Umberto Eco, notamment.

Où vous situez-vous dans ces débuts de la discipline ?
Comme beaucoup d’autres, je venais de la Sorbonne, c’est-à-dire que je faisais mes études dans un milieu universitaire largement inféodé à l’histoire littéraire. On étudiait les maîtresses de Racine, l’apprentissage de Diderot, mais pas les œuvres elles-mêmes. Ainsi, j’ai suivi un cours sur Diderot pendant une année, au cours de laquelle on n’a jamais parlé du texte de Diderot ! C’étaient l’enfance de Diderot, ses lectures, ses copains, son contexte. Les gens qui ont eu comme moi vingt ans en 1960 ont donc rencontré ces nouvelles influences sur fond d’insatisfaction à l’égard de l’histoire littéraire et ce qu’elle impliquait de paraphrase et d’éloignement des textes. Ces nouvelles disciplines semblaient alors pour le moins décoiffantes : je lisais Greimas et Les Mythologiques de Lévi-Strauss sans tout comprendre. Mais la mayonnaise a rapidement pris, à partir de 1966 et au moins jusqu’en 1975, avec cette production de champs nouveaux, de grammaires du récit, et des retombées étonnantes, comme la création du CADIR de Lyon (Centre pour l’analyse du discours religieux), où des prêtres et chercheurs catholiques ont appliqué le structuralisme à l’étude de la Bible.

Ce qui s’est passé pour vous d’essentiel à l’époque, c’est donc le retour au texte.
Oui, on pourrait dire cela. Par la suite, on a accusé la sémiotique littéraire d’être formaliste, mais la rupture était là. Et mes premiers articles ont été un peu provocateurs en suivant la mouvance formaliste. J’en remettais volontiers dans les schémas et les formules algébriques sur le modèle de la formule du mythe selon Lévi-Strauss.

Sur quels sujets ont porté vos premiers travaux ?
Avant mon article sur le statut sémiologique du personnage romanesque, j’ai écrit une étude sur l’analyse structurale du Horla de Maupassant. C’est aussi la grande époque de floraison des revues : Littérature, Poétique, Semiotica qui ont rapidement accuilli les premières recherches en la matière.

À propos des revues, il faut considérer l’engagement des éditeurs : Le Seuil, Larousse.
Oui, il y a même eu le vieil éditeur catholique Mame, de Tours, qui a lancé à ce moment une collection « Univers Sémiotiques » où paraissait notamment les articles de Jean-Claude Coquet. Les PUF ont suivi elles aussi, pendant un moment.

En dehors de la Sorbonne, y a-t-il eu des enseignements prenant le parti de ce nouveau formalisme ? Je me suis laissé dire que l’Université Paris VII était un peu à l’avant-garde.
C’est après mai 68 que l’université dite « de Paris » a essaimé en treize universités parisiennes ; la querelle Barthes-Picard à la Sorbonne est antérieure. Les choses ont donc commencé à la Sorbonne, puis il y a eu une redistribution des personnes et des institutions. Plus que Paris-VII, c’est le Centre universitaire de Vincennes qui a alors été un des foyers importants, avec Genette, Kristeva, Meschonnic et d’autres linguistes. Il reste que la situation de la littérature à l’intérieur de la sémiotique n’a pas toujours été claire. S’agit-il d’un domaine parmi d’autres ou constitue-t-elle le principal d’entre eux, dans la mesure où la littérature filtre l’opinion et l’idéologie d’une époque ? Je n’ai malheureusement pas la réponse à cette question. C’est d’autant plus complexe qu’il y a eu d’autres tensions que la querelle de la Sorbonne. Ainsi des débats autour du « Nouveau roman ». Ainsi de la bataille intellectuelle communiste menée par Lucien Sebag et d’autres contre les structuralistes, accusés de formalisme au nom du matérialisme historique. On oublie souvent cette dynamique souvent conflictuelle du champ culturel à l’époque.

Parlons maintenant de la postérité de la sémiotique. Qu’est-ce qui vous semble être resté, avoir persisté ? Cela ne tient pas seulement aux concepts, mais peut-être aussi aux attitudes de lecture.
Absolument. Il est resté un vocabulaire descriptif précis, une capacité à mieux définir les niveaux de description de l’ objet étudié, sans mélanger l’approche syntaxique, pragmatique et sémantique par exemple, à nommer les concepts et les objets d’une manière plus rationnelle. Maintenant, par exemple, on ne dit plus « son » mais « phonème » ; on ne confond plus phonétique et phonologie. Chez ceux qui le veulent, il reste une certaine rigueur dans le lexique descriptif, et une attention à toutes les manifestations (textes, mythes, chansons, contes populaires etc.)textuelles et intertextuelles sans exclusive. La récente ethnocritique de l’Ecole de Metz, et une certaine génétique littéraire, me paraissent aujourd’hui conserver le souci de rigueur de la sémiotique.

Cela signifie-t-il que ce qui se faisait auparavant, avec l’histoire littéraire, manquait de rigueur à certains égards ?
C’était un héritage du dix-neuvième siècle, depuis la méthode biographique de Sainte-Beuve, héritage rationnalisé ensuite par Taine (le milieu, la race, le moment) et Lanson. Encore faut-il préciser qu’il y a eu le Lanson historien et le Lanson textualiste de L’Art de la prose, attentif aux constructions stylistiques des oeuvres,qui a lancé par exemple la notion de « forme fixe » en prose. On a eu alors tendance à ce moment de rupture critique à considérer sévèrement l’histoire comme une science sans méthode, sans concept, sans finalité, et sans objet (pour l’historien, tout est histoire) tandis que la sémiotique nous a appris à définir et à construire l’objet, avec des étapes d’analyse. Ce sont ces grandes règles épistémologiques qui restent. Des philosophes des sciences des années 60-70, comme Michel Serres, Gilbert Simondon, Gilles Gaston Granger et même un certain Bachelard, ont contribué à conforter ces influences et ont réfléchi aux conditions d’analyse des textes. Ils ont encouragé à une clarification des méthodes, qui allait dans même sens que le travail épistémologique réalisé au même moment en sémiotique. Ce qui plaisait dans la méthode de l’analyse structurale, c’est précisément qu’elle était homogène, reproductible, simple et heuristique. Il y avait certes, par ailleurs, de grands critiques comme Roland Barthes ou Georges Blin, mais ils étaient les seuls capables de faire du Barthes ou du Blin…
Tout le monde ne dresse pas le même bilan que vous concernant ces acquis de la sémiotique. Antoine Compagnon exprime sur un ton désabusé dans Le Démon de la théorie que tout cela n’a abouti qu’à une forme de récupération à usage pédagogique. S’agit-il d’une dérive de la discipline ?
Dérive, je ne sais pas. Cela a été en tout cas une retombée. Il y a eu une vulgarisation un peu lâche des propositions de la sémiotique. Je pense aussi à la revue Pratiques, qui existe toujours, et qui a presque incarné cela. Elle n’était pas seulement portée par le didactisme, mais aussi par un véritable projet éducationnel, presque politique

Abordons à présent la question de l’Histoire. Ce qui me semble intéressant dans votre rapport particulier à la sémiotique, c’est que la question de l’Histoire y est présente. Or, le défaut souvent reproché à la sémiotique, c’est précisément qu’elle aurait abandonné ce paramètre.
L’accusation d’abandon de l’Histoire est un peu un faux procès, même si elle est vraie globalement et se vérifie sur des objets comme le conte populaire et le mythe. Si les premiers structuralistes (Bédier, Propp, Levi-Strauss…) n’ont pas été historiens, c’est que les textes qu’ils étudiaient étaient sans auteurs, sans dates, sans formes.Vladimir Propp, par exemple, a typiquement choisi un corpus sans histoire : le conte populaire russe appréhendé dans sa dimension transhistorique. Mais si on regarde de près, le reproche ne tient pas, l’histoire ne s’oppose ni à la littérature ni à la sémiotique. Une forme a toujours une histoire, l’histoire est un genre littéraire, et la littérature fait « l’histoire des gens qui n’ont pas d’histoire » selon le joli mot des Goncourt.Youri Lotman, de l’Université de Tartu en Estonie, a lancé l’hypothèse d’une sémiotique des cultures avant même le développement de l’histoire culturelle. Il a proposé une discipline où serait systématiquement étudiée comme phénomène culturel l’interférence des médias (texte, image, etc.). Même chez les autres, les approches sémiotiques sont généralement précédées d’une mise en contexte historique, y compris lorsque l’« histoire » n’est pas mentionnée comme telle.De sorte que s’il y a effectivement eu une première approche sémiotique qui en rajoutait dans le formalisme par volonté tactique de rupture avec la Sorbonne, par la suite l’histoire s’est retrouvée intégrée aux études. La question du contexte n’a jamais été complètement mise entre parenthèses. Même Lévi-Strauss, à la fin des Mythologiques, replace les mythes dans une perspective d’évolution.

L’histoire n’est-elle pas aussi revenue par le biais de la critique de l’idéologie ?
En effet. Pour répondre avec une anecdote personnelle, j’ai fait ma thèse sur le système des personnages dans le roman, parue chez Droz en version condensée. Pour cela, j’ai supprimé un tiers de la thèse, c’est-à-dire les passages qui intervenaient après les descriptions formalistes. Ces passages, je les ai publiés ensuite dans l’essai Texte et idéologie. C’était là la dimension contextuelle, historique, de l’analyse, mais comme je me méfiais du terme « histoire », j’ai essayé de construire la notion d’idéologie pour désigner l’ensemble des systèmes de valeurs d’une société donnée à un moment donné de son histoire. J’ai ainsi récupéré l’enracinement historique sous un autre nom. Les deux livres doivent donc être lus ensemble. La notion de « nœud idéologique » que j’ai proposée est d’ailleurs un articulateur, un embrayeur entre structure et conjoncture.

Vous souvenez-vous de cette collection publiée chez Larousse, « Thèmes et Textes » ?
Absolument. J’évoquais aussi la collection de l’éditeur Mame précédemment. C’est la même époque. Si on veut retracer honnêtement l’évolution de la sémiotique, on doit considérer aussi ces productions et on ne peut pas affirmer qu’il y a abandon de l’histoire.

Il semble que, dans votre parcours, ce qui a établi le lien entre le texte et l’histoire, c’est l’image. On pense tout de suite à Imageries et Expositions.
Cela participe de la même volonté de tenir compte de l’ensemble des différents systèmes de signes. Jakobson s’est interrogé sur la poésie et le cinéma. Sebeok a appliqué dans Style in Language l’une des premières analyses structurales à un texte populaire. Les travaux initiaux de Eco ont porté sur la musique et l’architecture. Cela permet aussi l’ancrage dans l’histoire, puisque les systèmes historiquement datés que sont la photographie au milieu du XIXe siècle ou le cinéma au début du XXe siècle sont nécessairement en interférence avec les systèmes de textes. Il y avait cette volonté plurimédiatique ou médiologique chez Debray de tenir compte de l’ensemble des systèmes de signes, rejoignant la définition saussurienne originale. C’est par ce biais de l’interconnexion que l’histoire est réintégrée à la sémiotique. Kristeva affirme d’ailleurs que l’intertextualité est la manière dont un texte s’inscrit dans l’histoire : on ne peut faire l’économie de la citation, qui situe d’emblée dans une filiation. Un texte qui cite, c’est un texte qui se situe.

Votre approche de l’image est-elle redevable à la sémiotique visuelle ou s’est-elle construite autrement ?
Il y avait des avancées du côté de l’histoire de l’art : étude des archives, des influences, des sources. Rappelons les travaux de Louis Marin et de Hubert Damish. Comment passe-t-on, par exemple, de l’Italie copiant l’Antiquité à la France ? Mais il y a eu assez tôt, avec Erwin Panofsky et son iconologie, une autre approche qui mettait l’accent sur la combinatoire de certains motifs. Pour ma part, j’ai évolué vers cette histoire culturelle intermédiatique. Encore faut-il bien distinguer les deux sens de « média » : support matériel (la presse, par exemple) et médiation (au sens épistémologique : structure intermédiaire entre deux pratiques). C’est dans cette deuxième acception que j’ai construit mon travail sur l’idéologie, en posant globalement la question : qu’y a-t-il entre nous et le monde ? À partir du moment où il y a médiation, il y a règles (juridiques, grammaticales, technologiques, pulsionnelles) et là où il y a règles, il y a de la valeur, du positif et du négatif, donc de l’idéologie, puisque certaines règles sont perçues comme bonnes, d’autres non. Dans Imageries, ce qui m’a intéressé, ce sont les relations entre le texte et l’image, mais l’image du moment : non la peinture, mais la photographie, la lithographie, le graffiti, l’affiche publicitaire. En somme, les images industrielles du XIXe siècle, en une première récupération culturelle qui préfigure en quelque sorte le pop art et qui renouvelle l’ensemble du champ.

Ce qui peut étonner, dans la situation actuelle de la sémiotique, c’est que l’objet littéraire n’y existe presque plus, tandis que le visuel occupe presque toute la place.
Il y a en effet une inflation des études du visuel, ce qui pose des problèmes dans la mesure où une stricte application des outils du sémioticien ne va pas de soi. C’est d’autant plus complexe que le signe visuel est difficile à différencier. Si le signe (arbitraire)étudié par le sémioticien se définit de manière distinctive par rapport aux autres signes (symboles, icônes, indices), en revanche il est malaisé de distinguer des unités dans un tableau pictural, par exemple, et a fortiori des combinatoires, des paradigmes et une syntaxe. Chez Panofsky, la notion de motif constituait un premier essai pour définir de telles unités paradigmatiques.

Et comment expliqueriez-vous alors l’abandon de l’objet littéraire par la sémiotique ?
Sans doute par ce que la situation actuelle de la littérature elle-même est devenue floue : on ne sait plus trop où elle est ni ce qu’elle est, et elle s’est fortement réduite au roman. Il y a par ailleurs une fatigue de fréquentation de la littérature, au moins depuis le Nouveau Roman. Or, à bien y regarder, certaines formes littéraires sont toujours vivaces, mais déplacées ailleurs, notamment dans les séries télévisées revisitant le roman-feuilleton, ou dans la bande dessinée. La notion de genre doit donc être renouvelée.

En ce qui concerne les rapports de la littérature à la sociologie, un renversement a pu récemment renouveler la réflexion : qu’est-ce que la littérature a apporté à la sociologie ? C’est l’approche développée par Jacques Dubois. Mais l’équivalent ne semble pas exister pour la sémiotique, alors qu’on pourrait se demander ce qu’il en est, notamment, de Zola sémiologue.
Tout à fait, d’autant plus que le courant réaliste-naturaliste n’a cessé d’affirmer qu’il ne faisait pas du roman, mais bien des enquêtes documentaires, des comptes rendus sociaux, des études de mœurs. Mais c’était un moment où les diverses sciences sociales n’avaient pas encore pignon sur rue.

Cette question pourrait aussi être posée à Denis Bertrand, auteur d’un Précis de sémiotique littéraire.
Denis Bertrand est héritier du groupe de Greimas. Tandis que ce dernier s’employait à la construction d’une grammaire narrative abstraite, Bertrand travaillait plutôt sur les niveaux de description du style et de l’œuvre. Il a écrit un ouvrage sur le système de l’espace chez Zola et a travaillé sur la notion de style. De manière générale, il y a un pallier important, encore observable actuellement, dans lequel on voit émerger peu de nouvelles écoles critiques, sauf peut-être la génétique littéraire et l’ethnocritique, qui sont actives et obtiennent des résultats intéressants. Toutes deux ont d’ailleurs gardé un substrat d’approche sémiotique structuraliste. Le Cadir de Lyon, déjà évoqué, s’est formé à partir d’un article peu connu de Roland Barthes, l’analyse d’un passage de la Bible, celui de la lutte de Jacob avec l’ange. On mesure l’étendue des possibles sémiotiques et les avantages d’une méthode qui est et reste reproductible et transposable.

Paris, le 13 décembre 2013.

“Il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and media”, Torino 21-25 luglio. Un resoconto

La cognizione del letterario: il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014.

La rivoluzione delle nostre soglie percettive, delle nostre emozioni e dei modi di sperimentarle e riconoscerle attraverso e nei testi di finzione, apportata dai nuovi media, sta veramente cambiando il nostro approccio alla letteratura e il suo posto nel sociale. Questo è uno dei motivi per cui ci sembra appropriato, oggi, dare al concetto di canone un’accezione ampia che copre più livelli d’analisi e più oggetti. Canone, innanzitutto, come insieme di testi e di autori “autorevoli” destinati ad una continua ridiscussione e riposizionamento, ma anche canone come abitudini e attitudini interpretative sottoposte a un vaglio e un mutamento spesso più veloce che approfondito. I materiali critici che sono presenti nel sito stanno a testimoniare una ripresa di riflessione soprattutto su questa accezione di “canone” , proponendo approcci variati e un sostanziale “eclettismo” di metodi , positivo se non rinuncia alla chiarezza delle premesse metodologiche dei vari discorsi.
Pubblichiamo quindi il resoconto del Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014 redatto da Rosamaria Loretelli, anglista e studiosa di teoria del romanzo, che mostra bene l’intreccio oggi presente in un settore degli studi letterari e dei media tra neuro-scienze e teoria del letterario.

Robot ed emozioni. Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014

Rosamaria Loretelli

Forme di attenzione, recita il titolo di un vecchio libro di Frank Kermode. E’ l’attenzione ravvicinata alle opere letterarie, a quelle mosse del linguaggio che in noi accendono risonanze, ai significati che dopo decine di letture balenano nella mente del critico, epifanie rilasciate dalla rete testuale.
Questa attenzione la insegnava la critica filologico-interpretativa di Kermode, la insegnava la semiotica testuale di Roland Barthes. Oggi, di un tale esercizio all’attenzione abbiamo disperato bisogno, perché la velocità con cui il Web ci consente di trovare le informazioni la stiamo pagando con una riduzione del tempo dell’apertura empatica all’arte. All’osservazione attenta educava l’analisi letteraria, se svolgeva correttamente la sua funzione; e la didattica apriva la mente degli studenti, attivava in loro uno sguardo estetico e li abituava anche al ragionamento. La migliore ricerca letteraria faceva questo, ma non tutta: l’altra si perdeva in meccaniche ripetitività.
Forse ad alcuni quello che sto per dire apparirà banale e scontato, ma per altri sarà faticoso da accettare: occorre che chi oggi insegna letteratura all’università separi il suo insegnamento, che sarebbe importante educasse a quelle forme di attenzione di cui ho appena detto, dalla sua ricerca. Questo impongono i cambiamenti avvenuti nell’università italiana degli ultimi quindici anni; e a questo porta anche quella che attualmente è la ricerca di punta degli studi letterari. Metodi e prospettive di grande interesse, che non consentono però un traduzione immediata della ricerca in didattica, come era la prassi di un tempo.
Di questa ricerca di punta ha dato un copioso spaccato il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media, tenutosi a Torino dal 21 al 25 luglio e organizzato da Aldo Nemesio, dell’Università di Torino, attuale Vice Presidente di quella Società.
Il convegno è stato aperto da una conferenza plenaria di Elly A. Konijn, professore di “Media Psychology” alla “VU University” di Amsterdam, la quale ha dimostrato quale ruolo fondamentale abbia assunto oggi la psicologia dei media, facendone comprendere gli enormi risvolti etici.
Se nel 2000, quando si era tenuto il primo convengo della Società a Toronto, l’attenzione degli psicologi dei media si focalizzava sulle emozioni suscitate dai media tradizionali – libri, cinema, televisione – nel 2014 la ricerca sta invece lavorando a ritmi sostenuti sugli effetti dei nuovi media: i social media, la realtà virtuale, gli avatar, e quelli che vengono chiamati i lean-forward media, cioè media creati per utenti del Web che non possono prestare attenzione a lungo, perché sono impegnati a fare anche altro, ma hanno bisogno di raggiungere presto l’informazione che cercano. La loro attenzione dunque si concentra solo per brevi frazioni temporali. Pensiamo, per esempio, ai giornalisti o agli operatori di borsa, che durante il loro lavoro devono seguire anche una varietà di notizie; e pensiamo ai tanti che per le più varie ragioni operano scanning veloci alla ricerca di specifici contenuti. Per questi utenti vengono confezionati articoli corti che giungono subito al punto, o snippets di video o video divisi in clip di pochi minuiti.
Ciò che accomuna tutti i nuovi media, sostiene Elly A. Konijn, è l’attrito continuo tra realtà e finzione. Non si tratta esclusivamente – e questo già non sarebbe poco – della possibilità di far passare per realtà quello che invece è finzione, discussione che emblematicamente si aprì molti anni fa con il video The Blair Witch Project, presentato come girato da amatori, in un bosco dal quale non avevano fatto ritorno. Si tratta anche di educare attraverso i videogames a comportamenti che gli interessati senza rendersene conto adottano poi nella realtà. L’esempio più eclatante portato da Konijn è l’utilizzo massiccio da parte dell’esercito statunitense di videogames per reclutare e addestrare soldati alla guerra in Iraq, creando in loro la percezione che quando sparavano sul serio era come se continuassero a giocare di fronte a un videogame.
La percezione di realismo può però anche servire per fini eticamente validi. Ad esempio l’immagine della ragazzina sudvietnamita (‘sweetie’ program) creata sul Web per scoprire i pedofili; oppure il robot inventato proprio dalla VU University of Amsterdam e chiamato Alice – al quale è stato dato volto umano ma, volutamente, non corpo umano – che risponde appropriatamente sia con parole che con espressioni facciali alle persone che lo interrogano. Alice è stata creata per affiancare il personale sanitario, e i ricercatori hanno scoperto che gli anziani in situazioni di solitudine apprezzano e reagiscono positivamente alla comunicazione con lei, pur sapendo tutto il tempo che è solo un robot. Sempre riferendo sul lavoro svolto alla VU University di Amsterdam, Konijn ha anche parlato di ricerche sull’effetto psicologico dei videogames sugli adolescenti, in termini di modellamento della personalità, soprattutto per quel che riguarda l’attitudine alla violenza.
Ho riportato diffusamente l’intervento di Konijn per l’interesse che la ricerca da lei illustrata presenta, anche metodologicamente, in quanto frutto di un’integrazione operativamente efficace di professionalità molto diverse. Ma l’integrazione di competenze differenti e la mescolanza disciplinare è comunque proprio alla base degli studi empirici, anche sulla letterature. Di solito, i gruppi di ricerca comprendono letterati, psicologi e statistici, che osservano e quantificano le reazioni alla lettura di testi specifici.
Due altre relazioni plenarie sono state di notevole interesse, quella di Arthur Jacob, che ha illustrato una ricerca i cui risultati usciranno a stampa fra qualche mese sotto il titolo di “Towards a neurocognitive poetics model of literary reading”; e quella dello storico Jerome Bourdon, intitolata “Detextualizing. How to write the history of audiences”.
Le comunicazioni hanno presentato una varietà di prospettive. Alcune si basavano su teorie scientifiche quali la “theory of mind”, e utilizzavano tecniche di brain imaging; altre mettevano assieme teorie neurobiologiche e modelli linguistici; altre ancora portavano i risultati di ricerche quantitative su effetti della lettura.
Presenti erano i ricercatori che hanno dato maggior impulso agli empirical studies negli ultimi dieci anni, e che costituiscono tuttora, per prestigio e per competenza, delle guide rispetto agli indirizzi da seguire. Mi riferisco a David S. Miall, Marisa Bortolussi e Peter Dixon, Don Kuiken e, per l’Italia, lo stesso Nemesio.
Ma al congresso sono comparsi anche temi e studiosi non strettamente legati agli studi empirici. Per esempio, una figura di rilievo internazionale della più recente narratologia, quale Monika Fludernik; studiosi di “Biocultures”, un settore disciplinare fondato più di una decina di anni fa da Lennard Davis (il manifesto è uscito su New Literary History nel 2008) sulla base di un forte impegno etico, quale quello di far dialogare ricercatori di ambito scientifico – soprattutto medico – con studiosi di letterature, filosofia, storia. Lo scopo è elaborare assieme le ‘giuste’ domande da porre volta a volta alla ricerca scientifica.
Anche la semiotica era presente in questo convegno, tra gli altri con un intervento di taglio epistemologico di Guido Ferraro, il quale, sostenendo che la ricerca empirica non ha in effetti smentito alcun modello semiotico, ha prospettato l’opportunità di una ricerca integrata tra studi semiotici e studi empirici della letteratura. In un intervento di grande interesse, Stefania Sini ha aggiornato sugli scritti dei Formalisti Russi trovati di recente e che si sono andati ad aggiungere all’importante corpus dei loro testi.
Ma, possiamo chiederci, c’era qualcosa che unificava le comunicazioni a questo congresso? Un tema, magari? In effetti c’era; ed è stata una costante: le emozioni. Da qualsiasi prospettiva parlassero – sia la neuroscientifica che la quantitativa, sia la psicologica che la narratologica e linguistica – quasi tutte le comunicazioni hanno ruotato attorno a temi quali la risposta estetica e quella emotiva, l’identificazione, il coinvolgimento, il trasporto nei mondi narrati, il piacere e il dolore che la lettura ci comunica. Insomma, le emozioni. Per dirla con la domanda di una comunicazione: “how and why words make us cry and create absorption”?

Seminario : “Borghesia. Mitologie” a cura di F. de Cristofaro-G.Maffei-U.M.Olivieri-F.Storti

Il ciclo di incontri seminariali “Opificio di Letteratura Reale” condotto da F. de Cristofaro e G. Maffei ha scelto quest’anno come parola chiave “Borghesia”. Una parola densa, attuale poiché va ridefinita sia storicamente che antropologicamente. Accanto agli incontri settimanali che proseguono il giovedi ore 15 con letture e analisi di testi critici e letterari, si apre adesso una “finestra” che interessa i temi che vogliamo mettere al centro del nostro lavoro su “Canone/Canoni, Multicultura”: un approccio genealogico e antropologico ai concetti della modernità.
Sotto la dicitura “Borghesia. Mitologie” si apre un ciclo di tre incontri, con cadenza mensile, che hanno come sfondo una “mitografia” del termine borghesia, mitografia nel senso di confluenza d’immagini, di dispositivi discorsivi, di strategie testuali e politiche che sostengono e difendono la borghesia come termine e come terminale di rapporti sociali:
Aula magna Piovani del Dipartimento di Studi Umanistici, via porta di Massa 1, alle ore 16:
20 marzo Mitologia del borghese con S. De Matteis, T. Montanari, U.M. Olivieri, F. Storti
10 aprile Piccoli borghesi, grandi proletari con S. Manferlotti, M. Meriggi, C. Cerciello, I. Villa, e la compagnia dell’Elicantropo.
23 maggio, ore 15 Epatant le bourgeois. con C. Calenda, A.Saccone, G. Ruozzi, D. Tomasello

“Per chi suona la campana?” un intervento sull’università di A. Arienzo, T. Drago e U.M.Olivieri

Un documento che interviene nel dibattito sul sistema della valutazione della ricerca nelle scienze umane a partire dal recente intervento del ” Manifesto per la difesa delle scienze umane” di A. Asor Rosa, R. Esposito e E. Galli Della Loggia: per_chi_suona_la_campana nomi in calce

Il dibattito sul canone: un’intervista con Thomas Pavel, docente di Letteratura Comparata, Università di Chicago Università di Chicago

Intervista sul canone a Thomas Pavel di Silvia Guslandi

Pubblichiamo un’interessante intervista a Thomas Pavel, conosciuto dal pubblico italiano per il suo testo sui mondi d’invenzione (Einaudi, 1992), sul canone e sui rapporti tra teoria della letteratura e senso comune nella fruizione dei romanzi. E’ interessante come, tra i romanzi italiani che Pavel ritiene importanti per un proprio canone dei “moderni”, compaiano accanto ai I promessi sposi, Le Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo.
L’intervista ci è stata mandata da Silvia Guslandi, dottoranda presso l’università di Genova e attualmente all’Università di Chicago per una ricerca attinente la sua tesi, che ringraziamo.

L’autore
Thomas Pavel è nato in Romania nel 1941, dopo gli studi in patria si è trasferito in Francia ove è entrato in contatto con gli esponenti dello strutturalismo letterario ed ha discusso una tesi presso l’École des hautes études en sciences sociales sulle tragedie di Pierre Corneille, divenuta il suo primo libro (La Syntaxe narrative des tragédies de Corneille: Recherches et propositions, Parigi, Klincksieck, 1976). Trasferitosi in Canada ha insegnato all’Università di Ottawa e poi di Montreal. Dal 1998 insegna Letteratura Comparata all’Università di Chicago. Pavel, pur senza mettere in discussione la sua iniziale formazione strutturalista, ha criticato l’ambizione dello strutturalismo di spiegare la letteratura unicamente attraverso la linguistica (Le Mirage linguistique e De Barthes à Balzac tornano su S/Z). E’conosciuto in Italia soprattutto per il suo ricorso alla teoria filosofica dei mondi possibili allo scopo di studiare gli universi della finzione Univers de la fiction, Parigi, Seuil, 1988 (Mondi di invenzione. Realtà e immaginario narrativo, Torino, Einaudi, 1992). Con quest’opera ha contribuito alla riflessione sui rapporti tra universi fittizi e universi di riferimento, sull’ontologia dei personaggi e il valore della verità nella finzione. Il suo lavoro più recente La Pensée du roman (The Thinking Novel), Paris, Gallimard, 2003 (in corso di traduzione presso l’editore Mimesis) è una storia del romanzo, dal romanzo greco alla finzione del ventunesimo secolo, in cui l’autore, oltre a letture brillanti e penetranti di Goethe, Eliot, Dickens, Flaubert e Tolstoj, avanza l’idea che il romanzo come forma che pensa e esplora il complesso rapporto tra gli individui e le loro norme sociali morali. Un approccio filosofico che lo porta a dialogare con filosofi come Martha Nussbaum, Alasdair MacIntyre e Robert Pippin, che trovano nella finzione narrativa potenti risorse per comprendere e mettere in discussione l’etica. Pavel è anche autore di romanzi e racconti pubblicati in Romania e Francia.

Silvia Guslandi
The University of Chicago

Intervista a Thomas Pavel

Il prof. Thomas Pavel – noto teorico della letteratura – sul tema del canone è chiaro: non deve essere inteso come un rigido insieme di opere considerate indispensabili ad una letteratura, bensì come categoria aperta, inclusiva, in perenno divenire, nella quale le gerarchie del passato sono fatte per essere sovvertite in ogni momento. L’indicazione più preziosa offerta dallo studioso al dibattito sul ruolo critica letteraria è l’accento posto su una letteratura che non sia interessante da un punto meramente tecnicistico e formale, ma che abbia qualcosa di importante da dire al mondo oggi. Traspare dalle risposte del prof. Pavel il ritratto di uno studioso che non guarda ai testi dal punto di vista erudito del docente universitario, ma da quello, potremmo dire, più naïf del lettore comune che si lascia appassionare e travolgere dalla lettura. La critica letteraria, dunque, riscopre la sua funzione di servizio ai lettori reali, mettendo al centro non tanto l’analisi testuale, quanto la capacità della letteratura di rispondere davvero ai problemi del presente.

Professor Pavel, quale contributo può offrire la teoria letteraria alla creazione di un canone della modernità?

Spero che i critici letterari abbandonino man mano la ricerca di un canone definitivo, ossia di un elenco di classici considerati essenziali e insostituibili una volta per tutte. Il mio lavoro sulla storia del romanzo – che uscirà a breve in Italiano dalla casa editrice Mimesis – mi ha insegnato che alcuni romanzi meno noti, per esempio le Etiopiche di Eliodoro, ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo del genere, mentre romanzi che un tempo erano celebri, come Jean-Cristophe di Romain Rolland, sono oggi quasi del tutto dimenticati.

Quali criteri dovrebbero essere seguiti nella creazione di un canone della modernità, fermo restando le riserve appena fatte? Quali sono alcuni degli autori e delle opere che lei includerebbe in un canone della modernità e per quale motivo?

Io, appunto, manterrei la cosa il più flessibile possibile. Il mio criterio guida avrebbe meno a che fare con la perfezione o l’innovazione formale che con la ricchezza dei contenuti umani. Le opere letterarie parlano di noi esseri umani, dei nostri ideali, delle nostre imperfezioni, dei nostri conflitti e, come asserì molto tempo fa il teorico della letteratura Georg Lukàcs, della nostra speranza di poterci sentire a casa in questo mondo. Io selezionerei opere che hanno qualcosa da dirci, che ci commuovono, che ci fanno pensare. In molti casi, la gente le legge comunque. Tra i romanzi del diciannovesimo secolo includerei: I promessi sposi di Manzoni, La certosa di Parma di Stendhal, Middlemarch di George Eliot, Un’educazione sentimentale di Flaubert, Anna Karenina di Tolsoij, Delitto e Castigo di Dostoevskij. Ma aggiungerei anche Le confessioni di un italiano di Nievo, Effi Briest di Fontane, Fortunata e Giacinta di Galdós e I Maia di Eça de Queros. Queste sono opere straordinarie che meritano di essere conosciute meglio.

All’inizio delle sue lezioni, ricorda spesso che il suo corso non è dedicato alla teoria letteraria e anzi è semmai volto allo scopo di imparare a leggere senza teorie. Qual è il suo pensiero sul ruolo della teoria letteraria oggi – soprattutto considerato che i lettori si affidano sempre meno alla teoria e ai critici nelle loro scelte?

Una volta che un campo esiste, solitamente continua ad essere produttivo. A mio parere, la teoria letteraria ci può servire a costruire un vocabolario critico, a spiegare cosa sono le figure retoriche, a discutere di trama e personaggi, a riflettere sugli andamenti storici (senza, però, trasformarli in celle di prigione nelle quali rinchiudere gruppi di autori). Ma la teoria letteraria non può dire alla gente che cosa pensare e che cosa leggere. Questo dipende dalle scelte individuali e dalla qualità delle opere letterarie.

Lei ha esordito nel campo della critica come parte, o almeno vicino al movimento strutturalista – che rimarcava il legame tra teoria letteraria e un certo tipo di scrittura. In seguito, ha enfatizzato maggiormente questioni contenutistiche rispetto a quelle puramente formali. Cosa ne pensa del rapporto tra teoria letteraria e movimenti letterari specifici?

Sono stato molto contento di essere vicino al movimento strutturalista perché, almeno in linea di principio, richiedeva precisione e rigore. Ma per quanto sia necessario essere attenti alla forma letteraria io (e immagino la maggior parte delle persone faccia come me) leggo romanzi per vedere che cosa accade, per capire perché le persone si comportino in questo o in quell’altro modo, e quali sono le conseguenze delle loro azioni. Come dico spesso, quando leggo Madame Bovary mi fa piacere che Flaubert ricorra al discorso indiretto libero, ma ciò a cui è rivolta la mia attenzione è la protagonista, questa donna infelice e confusa, le sue azioni e il suo destino.

Infine, lei è anche romanziere. Che conseguenze ha la sua attività di scrittore di romanzi sul suo lavoro di critico e vice versa?

Il mio personale lavoro di scrittura nell’ambito del romanzo mi ha insegnato quanto sia difficile mettere insieme un’opera coesa e dunque ha accresciuto il mio rispetto per i grandi autori. Quando li insegno nei miei corsi, piuttosto che proporre le mie interpretazioni personali delle loro opere, cerco di capire che cose volevano dire loro.

Prof. Pavel, what contribution can literary theory offer to the creation of a modern canon?

I hope literary scholars will gradually stop searching for a definitive cannon, that is for a list of classics that are once and for all considered essential and irreplaceable. My work on the history of the novel – soon to be published in Italian by the Mimesis – taught me that some of the less-known novels, The Ethiopian Story by Heliodorus, for instance, were incredibly important for the development of the genre, while novels that were once famous, for instance, Jean-Christophe by Romain Rolland, are now almost entirely forgotten.

According to which criteria should a modern canon be formed? What are some of the authors and works that you would include in a modern canon and why?

I would, precisely, let things be as flexible as possible. My main criteria would have less to do with formal perfection or innovation than with the richness of the human content. Literary works are about us, humans, our ideals, our imperfection, our conflicts and, as the literary theoretician Georg Lukács argued long ago, our hope that we can be at home in this world. I would select works that speak to us, move us, make us think. In most cases, people read these books anyway. Among 19th-century novels: I promessi sposi by Manzoni, The Charterhouse of Parma by Stendhal, Middlemarch by George Eliot, Sentimental Education by Flaubert, Anna Karenina by Tolstoi and Crime and punishment by Dostoevski. But I would also add The Confessions of an Italian by Nievo, Effi Briest by Fontane, Fortunata and Jacinta by Galdós, and The Maias by Eça de Queiros. These are fabulous works that deserve to be better known.

At the beginning of your classes you often mention that the course was not on literary theory, rather, on learning to read without theories. What do you think about the role of literary theory today – particularly since readers rely less and less on theory and critics in their choices?

Once a field exists, it usually continues to be productive. In my view, literary theory can help us build a critical vocabulary, explain what the stylistic tropes are, discuss plot and character, and reflect on historical trends (without, however, transforming them into prison cells in which groups of writers are locked). But theory cannot tell people what to think or what to read. This is something that depends on individual choices and the quality of the literary works.

You began your work as part of, or at least close to, the structuralist movement – which stressed the link between literary theory and a specific kind of writing. Later on, you emphasized content over form. What do you think about the relationship between literary theory and specific literary movements?

I was very happy to be close to the Structuralist movement because, in principle at least, it required precision and rigor. But as much as we need to be aware of literary form, I (and I guess most people) read novels to see what happens, why people act in this or that way, and what are the consequences of their deeds. As I often say, when I read Madame Bovary I am happy that Flaubert uses free indirect discourse, but my attention is directed towards the protagonist, this unhappy, misdirected woman, her actions, and her fate.

Finally, you are also a novelist yourself. How does your writing affect your critical work and vice versa?

My own work in fiction taught me how difficult it is for a writer to put a coherent work together and thus reinforced my respect for the great authors. When I teach them, rather than promote my own speculations about their books, I try to capture what they want to say.

Felicità/Benessere. Il Dono della Letteratura. Video 2° tempo

Napoli, 11 ottobre 2012.

Brau (Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica).

Felicità/Benessere. Il dono della letteratura.

introduce Arturo De Vivo
presiede Mario Rusciano

ore 10,30
Elena Pulcini
Rossana Valenti
Romano Luperini

ore 15,30
Francesco Fiorentino
Rosamaria Loretelli

11 ottobre 2012

Felicità/Benessere. Il dono della letteratura. Video 1 tempo

Napoli, 11 ottobre 2012

Brau (Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica).

Felicità/Benessere. Il dono della letteratura.

introduce Arturo De Vivo
presiede Mario Rusciano

ore 10,30
Elena Pulcini
Rossana Valenti
Romano Luperini

ore 15,30
Francesco Fiorentino
Rosamaria Loretelli

11 ottobre 2012