“Quando le rottamazioni sono un rischio per la democrazia”

Pubblichiamo una riflessione del nostro redattore Giovanni De Stefanis . Il pezzo compare sul sito sfasato di qualche tempo rispetto alla data di composizione e rappresenta una testimonianza della discussione interna del gruppo di lavoro “A piene mani”:

Quando le rottamazioni sono un pericolo per la democrazia
di Giovanni De Stefanis

Che in questi anni di autentica ‘ sbornia globalizzatrice ‘ la democrazia rappresentativa, e la politica che la esprime, fossero entrate in grave crisi ( per la evidente loro subalternità alle ragioni dell’ economia finanziarizzata ) e che fosse – pertanto – necessario, nell’ interesse generale, un loro pronto recupero di ruolo, di credibilità e di prestigio, era chiaro a tutti. Quello che non era chiaro a tutti è che , per recuperare questa sorta di ‘ primato democratico ‘, fosse necessario – colmo del paradosso – ‘ rottamare ‘ la Costituzione e, con essa, la stessa democrazia.
Perchè, in effetti, ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi distratti è esattamente questo : la messa in discussione, cioè, dell’ impianto democratico sul quale si è retta – dal 1948 fino ad oggi – la nostra Repubblica. Così, anziché affrontare ( con la più urgente delle riforme, quella dei partiti ) la berlingueriana ‘ questione morale ‘ dell’ ormai insopportabile invasività, a tutti i livelli, di una politica-ostaggio-di-partiti-non-regolamentati e sempre più auto-referenziali, si è scelto di dis-educare alla buona politica i cittadini, privilegiando scorciatoie di tipo populistico e demagogico come la cosiddetta ‘ democrazia diretta ‘ ( basti pensare all’ enfasi sulle ‘ primarie aperte ‘ a tutti i cittadini, anche ai totalmente disimpegnati ), come la ‘ rottamazione dell’ anagraficamente vecchio e la sostituzione con l’ anagraficamente giovane, come la mitizzazione della governabilità a scapito della rappresentatività.
Il processo di ‘ forzatura ipermaggioritaria e incostituzionale ‘ – per usare le parole del prof. Azzariti ( http://www.libertaegiustizia.it/2014/05/06/laccordo-sulle-riforme-ha-partorito-un-mostro-giuridico/ ) era già in atto ben prima che si verificassero le ‘ mostruosità…politiche ‘ della mancata elezione del successore di Napolitano e dell’ operazione non… nobilissima dell’ insediamento di Renzi a Palazzo Chigi. Ma ciò che rende gravissima la responsabilità , sia di Napolitano che di Renzi ( e, naturalmente, delle forze politiche che hanno condiviso quei due vergognosi momenti ), è non aver tenuto in alcun conto il mònito contenuto nella sentenza ( n.1 del 2014 ) della Consulta sul Porcellum e nell’ aver risposto con inaudita arroganza alla più che esplicita de-legittimazione politica, dell’ attuale Parlamento, che quella sentenza implicava. E’ questo, a mio modestissimo avviso, che condanna l’ attuale leadership del Paese ad una continua, frenetica, ricerca di consenso legittimante da parte dell’ opinione pubblica, attraverso lo svuotamento e, di più, la quotidiana mortificazione del ruolo e delle funzioni del Parlamento e la strisciante trasformazione della ‘ partecipazione democratica dei cittadini ‘ – auspicata e sollecitata solo se ‘ consenziente ‘ – in vero e proprio ‘ plebiscitarismo ‘.
Se questa lettura ha un minimo di fondamento, è chiaro che il progetto ‘ finale ‘ non può essere che quello di smantellare l’ attuale assetto costituzionale , che fa della nostra una Repubblica parlamentare, ed instaurare nel nostro Paese – ignorandone la Storia e l’ originale sensibilità democratica – il presidenzialismo. Checchè se ne dica ,in queste ore di finto dibattito sulla elettività o meno dei ‘ senatori del futuro ‘ , quello è l’ obiettivo dei ‘ rottamatori ‘ cui dovrà contrapporsi l’ impegno e la partecipazione dei ‘ cittadini democratici ‘ di questo Paese.

“Il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and media”, Torino 21-25 luglio. Un resoconto

La cognizione del letterario: il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014.

La rivoluzione delle nostre soglie percettive, delle nostre emozioni e dei modi di sperimentarle e riconoscerle attraverso e nei testi di finzione, apportata dai nuovi media, sta veramente cambiando il nostro approccio alla letteratura e il suo posto nel sociale. Questo è uno dei motivi per cui ci sembra appropriato, oggi, dare al concetto di canone un’accezione ampia che copre più livelli d’analisi e più oggetti. Canone, innanzitutto, come insieme di testi e di autori “autorevoli” destinati ad una continua ridiscussione e riposizionamento, ma anche canone come abitudini e attitudini interpretative sottoposte a un vaglio e un mutamento spesso più veloce che approfondito. I materiali critici che sono presenti nel sito stanno a testimoniare una ripresa di riflessione soprattutto su questa accezione di “canone” , proponendo approcci variati e un sostanziale “eclettismo” di metodi , positivo se non rinuncia alla chiarezza delle premesse metodologiche dei vari discorsi.
Pubblichiamo quindi il resoconto del Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014 redatto da Rosamaria Loretelli, anglista e studiosa di teoria del romanzo, che mostra bene l’intreccio oggi presente in un settore degli studi letterari e dei media tra neuro-scienze e teoria del letterario.

Robot ed emozioni. Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media. Torino 21-25 luglio 2014

Rosamaria Loretelli

Forme di attenzione, recita il titolo di un vecchio libro di Frank Kermode. E’ l’attenzione ravvicinata alle opere letterarie, a quelle mosse del linguaggio che in noi accendono risonanze, ai significati che dopo decine di letture balenano nella mente del critico, epifanie rilasciate dalla rete testuale.
Questa attenzione la insegnava la critica filologico-interpretativa di Kermode, la insegnava la semiotica testuale di Roland Barthes. Oggi, di un tale esercizio all’attenzione abbiamo disperato bisogno, perché la velocità con cui il Web ci consente di trovare le informazioni la stiamo pagando con una riduzione del tempo dell’apertura empatica all’arte. All’osservazione attenta educava l’analisi letteraria, se svolgeva correttamente la sua funzione; e la didattica apriva la mente degli studenti, attivava in loro uno sguardo estetico e li abituava anche al ragionamento. La migliore ricerca letteraria faceva questo, ma non tutta: l’altra si perdeva in meccaniche ripetitività.
Forse ad alcuni quello che sto per dire apparirà banale e scontato, ma per altri sarà faticoso da accettare: occorre che chi oggi insegna letteratura all’università separi il suo insegnamento, che sarebbe importante educasse a quelle forme di attenzione di cui ho appena detto, dalla sua ricerca. Questo impongono i cambiamenti avvenuti nell’università italiana degli ultimi quindici anni; e a questo porta anche quella che attualmente è la ricerca di punta degli studi letterari. Metodi e prospettive di grande interesse, che non consentono però un traduzione immediata della ricerca in didattica, come era la prassi di un tempo.
Di questa ricerca di punta ha dato un copioso spaccato il Congresso della International Society for the Empirical Study of Literature and Media, tenutosi a Torino dal 21 al 25 luglio e organizzato da Aldo Nemesio, dell’Università di Torino, attuale Vice Presidente di quella Società.
Il convegno è stato aperto da una conferenza plenaria di Elly A. Konijn, professore di “Media Psychology” alla “VU University” di Amsterdam, la quale ha dimostrato quale ruolo fondamentale abbia assunto oggi la psicologia dei media, facendone comprendere gli enormi risvolti etici.
Se nel 2000, quando si era tenuto il primo convengo della Società a Toronto, l’attenzione degli psicologi dei media si focalizzava sulle emozioni suscitate dai media tradizionali – libri, cinema, televisione – nel 2014 la ricerca sta invece lavorando a ritmi sostenuti sugli effetti dei nuovi media: i social media, la realtà virtuale, gli avatar, e quelli che vengono chiamati i lean-forward media, cioè media creati per utenti del Web che non possono prestare attenzione a lungo, perché sono impegnati a fare anche altro, ma hanno bisogno di raggiungere presto l’informazione che cercano. La loro attenzione dunque si concentra solo per brevi frazioni temporali. Pensiamo, per esempio, ai giornalisti o agli operatori di borsa, che durante il loro lavoro devono seguire anche una varietà di notizie; e pensiamo ai tanti che per le più varie ragioni operano scanning veloci alla ricerca di specifici contenuti. Per questi utenti vengono confezionati articoli corti che giungono subito al punto, o snippets di video o video divisi in clip di pochi minuiti.
Ciò che accomuna tutti i nuovi media, sostiene Elly A. Konijn, è l’attrito continuo tra realtà e finzione. Non si tratta esclusivamente – e questo già non sarebbe poco – della possibilità di far passare per realtà quello che invece è finzione, discussione che emblematicamente si aprì molti anni fa con il video The Blair Witch Project, presentato come girato da amatori, in un bosco dal quale non avevano fatto ritorno. Si tratta anche di educare attraverso i videogames a comportamenti che gli interessati senza rendersene conto adottano poi nella realtà. L’esempio più eclatante portato da Konijn è l’utilizzo massiccio da parte dell’esercito statunitense di videogames per reclutare e addestrare soldati alla guerra in Iraq, creando in loro la percezione che quando sparavano sul serio era come se continuassero a giocare di fronte a un videogame.
La percezione di realismo può però anche servire per fini eticamente validi. Ad esempio l’immagine della ragazzina sudvietnamita (‘sweetie’ program) creata sul Web per scoprire i pedofili; oppure il robot inventato proprio dalla VU University of Amsterdam e chiamato Alice – al quale è stato dato volto umano ma, volutamente, non corpo umano – che risponde appropriatamente sia con parole che con espressioni facciali alle persone che lo interrogano. Alice è stata creata per affiancare il personale sanitario, e i ricercatori hanno scoperto che gli anziani in situazioni di solitudine apprezzano e reagiscono positivamente alla comunicazione con lei, pur sapendo tutto il tempo che è solo un robot. Sempre riferendo sul lavoro svolto alla VU University di Amsterdam, Konijn ha anche parlato di ricerche sull’effetto psicologico dei videogames sugli adolescenti, in termini di modellamento della personalità, soprattutto per quel che riguarda l’attitudine alla violenza.
Ho riportato diffusamente l’intervento di Konijn per l’interesse che la ricerca da lei illustrata presenta, anche metodologicamente, in quanto frutto di un’integrazione operativamente efficace di professionalità molto diverse. Ma l’integrazione di competenze differenti e la mescolanza disciplinare è comunque proprio alla base degli studi empirici, anche sulla letterature. Di solito, i gruppi di ricerca comprendono letterati, psicologi e statistici, che osservano e quantificano le reazioni alla lettura di testi specifici.
Due altre relazioni plenarie sono state di notevole interesse, quella di Arthur Jacob, che ha illustrato una ricerca i cui risultati usciranno a stampa fra qualche mese sotto il titolo di “Towards a neurocognitive poetics model of literary reading”; e quella dello storico Jerome Bourdon, intitolata “Detextualizing. How to write the history of audiences”.
Le comunicazioni hanno presentato una varietà di prospettive. Alcune si basavano su teorie scientifiche quali la “theory of mind”, e utilizzavano tecniche di brain imaging; altre mettevano assieme teorie neurobiologiche e modelli linguistici; altre ancora portavano i risultati di ricerche quantitative su effetti della lettura.
Presenti erano i ricercatori che hanno dato maggior impulso agli empirical studies negli ultimi dieci anni, e che costituiscono tuttora, per prestigio e per competenza, delle guide rispetto agli indirizzi da seguire. Mi riferisco a David S. Miall, Marisa Bortolussi e Peter Dixon, Don Kuiken e, per l’Italia, lo stesso Nemesio.
Ma al congresso sono comparsi anche temi e studiosi non strettamente legati agli studi empirici. Per esempio, una figura di rilievo internazionale della più recente narratologia, quale Monika Fludernik; studiosi di “Biocultures”, un settore disciplinare fondato più di una decina di anni fa da Lennard Davis (il manifesto è uscito su New Literary History nel 2008) sulla base di un forte impegno etico, quale quello di far dialogare ricercatori di ambito scientifico – soprattutto medico – con studiosi di letterature, filosofia, storia. Lo scopo è elaborare assieme le ‘giuste’ domande da porre volta a volta alla ricerca scientifica.
Anche la semiotica era presente in questo convegno, tra gli altri con un intervento di taglio epistemologico di Guido Ferraro, il quale, sostenendo che la ricerca empirica non ha in effetti smentito alcun modello semiotico, ha prospettato l’opportunità di una ricerca integrata tra studi semiotici e studi empirici della letteratura. In un intervento di grande interesse, Stefania Sini ha aggiornato sugli scritti dei Formalisti Russi trovati di recente e che si sono andati ad aggiungere all’importante corpus dei loro testi.
Ma, possiamo chiederci, c’era qualcosa che unificava le comunicazioni a questo congresso? Un tema, magari? In effetti c’era; ed è stata una costante: le emozioni. Da qualsiasi prospettiva parlassero – sia la neuroscientifica che la quantitativa, sia la psicologica che la narratologica e linguistica – quasi tutte le comunicazioni hanno ruotato attorno a temi quali la risposta estetica e quella emotiva, l’identificazione, il coinvolgimento, il trasporto nei mondi narrati, il piacere e il dolore che la lettura ci comunica. Insomma, le emozioni. Per dirla con la domanda di una comunicazione: “how and why words make us cry and create absorption”?