Il dibattito sul canone: un’intervista con Thomas Pavel, docente di Letteratura Comparata, Università di Chicago Università di Chicago

Intervista sul canone a Thomas Pavel di Silvia Guslandi

Pubblichiamo un’interessante intervista a Thomas Pavel, conosciuto dal pubblico italiano per il suo testo sui mondi d’invenzione (Einaudi, 1992), sul canone e sui rapporti tra teoria della letteratura e senso comune nella fruizione dei romanzi. E’ interessante come, tra i romanzi italiani che Pavel ritiene importanti per un proprio canone dei “moderni”, compaiano accanto ai I promessi sposi, Le Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo.
L’intervista ci è stata mandata da Silvia Guslandi, dottoranda presso l’università di Genova e attualmente all’Università di Chicago per una ricerca attinente la sua tesi, che ringraziamo.

L’autore
Thomas Pavel è nato in Romania nel 1941, dopo gli studi in patria si è trasferito in Francia ove è entrato in contatto con gli esponenti dello strutturalismo letterario ed ha discusso una tesi presso l’École des hautes études en sciences sociales sulle tragedie di Pierre Corneille, divenuta il suo primo libro (La Syntaxe narrative des tragédies de Corneille: Recherches et propositions, Parigi, Klincksieck, 1976). Trasferitosi in Canada ha insegnato all’Università di Ottawa e poi di Montreal. Dal 1998 insegna Letteratura Comparata all’Università di Chicago. Pavel, pur senza mettere in discussione la sua iniziale formazione strutturalista, ha criticato l’ambizione dello strutturalismo di spiegare la letteratura unicamente attraverso la linguistica (Le Mirage linguistique e De Barthes à Balzac tornano su S/Z). E’conosciuto in Italia soprattutto per il suo ricorso alla teoria filosofica dei mondi possibili allo scopo di studiare gli universi della finzione Univers de la fiction, Parigi, Seuil, 1988 (Mondi di invenzione. Realtà e immaginario narrativo, Torino, Einaudi, 1992). Con quest’opera ha contribuito alla riflessione sui rapporti tra universi fittizi e universi di riferimento, sull’ontologia dei personaggi e il valore della verità nella finzione. Il suo lavoro più recente La Pensée du roman (The Thinking Novel), Paris, Gallimard, 2003 (in corso di traduzione presso l’editore Mimesis) è una storia del romanzo, dal romanzo greco alla finzione del ventunesimo secolo, in cui l’autore, oltre a letture brillanti e penetranti di Goethe, Eliot, Dickens, Flaubert e Tolstoj, avanza l’idea che il romanzo come forma che pensa e esplora il complesso rapporto tra gli individui e le loro norme sociali morali. Un approccio filosofico che lo porta a dialogare con filosofi come Martha Nussbaum, Alasdair MacIntyre e Robert Pippin, che trovano nella finzione narrativa potenti risorse per comprendere e mettere in discussione l’etica. Pavel è anche autore di romanzi e racconti pubblicati in Romania e Francia.

Silvia Guslandi
The University of Chicago

Intervista a Thomas Pavel

Il prof. Thomas Pavel – noto teorico della letteratura – sul tema del canone è chiaro: non deve essere inteso come un rigido insieme di opere considerate indispensabili ad una letteratura, bensì come categoria aperta, inclusiva, in perenno divenire, nella quale le gerarchie del passato sono fatte per essere sovvertite in ogni momento. L’indicazione più preziosa offerta dallo studioso al dibattito sul ruolo critica letteraria è l’accento posto su una letteratura che non sia interessante da un punto meramente tecnicistico e formale, ma che abbia qualcosa di importante da dire al mondo oggi. Traspare dalle risposte del prof. Pavel il ritratto di uno studioso che non guarda ai testi dal punto di vista erudito del docente universitario, ma da quello, potremmo dire, più naïf del lettore comune che si lascia appassionare e travolgere dalla lettura. La critica letteraria, dunque, riscopre la sua funzione di servizio ai lettori reali, mettendo al centro non tanto l’analisi testuale, quanto la capacità della letteratura di rispondere davvero ai problemi del presente.

Professor Pavel, quale contributo può offrire la teoria letteraria alla creazione di un canone della modernità?

Spero che i critici letterari abbandonino man mano la ricerca di un canone definitivo, ossia di un elenco di classici considerati essenziali e insostituibili una volta per tutte. Il mio lavoro sulla storia del romanzo – che uscirà a breve in Italiano dalla casa editrice Mimesis – mi ha insegnato che alcuni romanzi meno noti, per esempio le Etiopiche di Eliodoro, ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo del genere, mentre romanzi che un tempo erano celebri, come Jean-Cristophe di Romain Rolland, sono oggi quasi del tutto dimenticati.

Quali criteri dovrebbero essere seguiti nella creazione di un canone della modernità, fermo restando le riserve appena fatte? Quali sono alcuni degli autori e delle opere che lei includerebbe in un canone della modernità e per quale motivo?

Io, appunto, manterrei la cosa il più flessibile possibile. Il mio criterio guida avrebbe meno a che fare con la perfezione o l’innovazione formale che con la ricchezza dei contenuti umani. Le opere letterarie parlano di noi esseri umani, dei nostri ideali, delle nostre imperfezioni, dei nostri conflitti e, come asserì molto tempo fa il teorico della letteratura Georg Lukàcs, della nostra speranza di poterci sentire a casa in questo mondo. Io selezionerei opere che hanno qualcosa da dirci, che ci commuovono, che ci fanno pensare. In molti casi, la gente le legge comunque. Tra i romanzi del diciannovesimo secolo includerei: I promessi sposi di Manzoni, La certosa di Parma di Stendhal, Middlemarch di George Eliot, Un’educazione sentimentale di Flaubert, Anna Karenina di Tolsoij, Delitto e Castigo di Dostoevskij. Ma aggiungerei anche Le confessioni di un italiano di Nievo, Effi Briest di Fontane, Fortunata e Giacinta di Galdós e I Maia di Eça de Queros. Queste sono opere straordinarie che meritano di essere conosciute meglio.

All’inizio delle sue lezioni, ricorda spesso che il suo corso non è dedicato alla teoria letteraria e anzi è semmai volto allo scopo di imparare a leggere senza teorie. Qual è il suo pensiero sul ruolo della teoria letteraria oggi – soprattutto considerato che i lettori si affidano sempre meno alla teoria e ai critici nelle loro scelte?

Una volta che un campo esiste, solitamente continua ad essere produttivo. A mio parere, la teoria letteraria ci può servire a costruire un vocabolario critico, a spiegare cosa sono le figure retoriche, a discutere di trama e personaggi, a riflettere sugli andamenti storici (senza, però, trasformarli in celle di prigione nelle quali rinchiudere gruppi di autori). Ma la teoria letteraria non può dire alla gente che cosa pensare e che cosa leggere. Questo dipende dalle scelte individuali e dalla qualità delle opere letterarie.

Lei ha esordito nel campo della critica come parte, o almeno vicino al movimento strutturalista – che rimarcava il legame tra teoria letteraria e un certo tipo di scrittura. In seguito, ha enfatizzato maggiormente questioni contenutistiche rispetto a quelle puramente formali. Cosa ne pensa del rapporto tra teoria letteraria e movimenti letterari specifici?

Sono stato molto contento di essere vicino al movimento strutturalista perché, almeno in linea di principio, richiedeva precisione e rigore. Ma per quanto sia necessario essere attenti alla forma letteraria io (e immagino la maggior parte delle persone faccia come me) leggo romanzi per vedere che cosa accade, per capire perché le persone si comportino in questo o in quell’altro modo, e quali sono le conseguenze delle loro azioni. Come dico spesso, quando leggo Madame Bovary mi fa piacere che Flaubert ricorra al discorso indiretto libero, ma ciò a cui è rivolta la mia attenzione è la protagonista, questa donna infelice e confusa, le sue azioni e il suo destino.

Infine, lei è anche romanziere. Che conseguenze ha la sua attività di scrittore di romanzi sul suo lavoro di critico e vice versa?

Il mio personale lavoro di scrittura nell’ambito del romanzo mi ha insegnato quanto sia difficile mettere insieme un’opera coesa e dunque ha accresciuto il mio rispetto per i grandi autori. Quando li insegno nei miei corsi, piuttosto che proporre le mie interpretazioni personali delle loro opere, cerco di capire che cose volevano dire loro.

Prof. Pavel, what contribution can literary theory offer to the creation of a modern canon?

I hope literary scholars will gradually stop searching for a definitive cannon, that is for a list of classics that are once and for all considered essential and irreplaceable. My work on the history of the novel – soon to be published in Italian by the Mimesis – taught me that some of the less-known novels, The Ethiopian Story by Heliodorus, for instance, were incredibly important for the development of the genre, while novels that were once famous, for instance, Jean-Christophe by Romain Rolland, are now almost entirely forgotten.

According to which criteria should a modern canon be formed? What are some of the authors and works that you would include in a modern canon and why?

I would, precisely, let things be as flexible as possible. My main criteria would have less to do with formal perfection or innovation than with the richness of the human content. Literary works are about us, humans, our ideals, our imperfection, our conflicts and, as the literary theoretician Georg Lukács argued long ago, our hope that we can be at home in this world. I would select works that speak to us, move us, make us think. In most cases, people read these books anyway. Among 19th-century novels: I promessi sposi by Manzoni, The Charterhouse of Parma by Stendhal, Middlemarch by George Eliot, Sentimental Education by Flaubert, Anna Karenina by Tolstoi and Crime and punishment by Dostoevski. But I would also add The Confessions of an Italian by Nievo, Effi Briest by Fontane, Fortunata and Jacinta by Galdós, and The Maias by Eça de Queiros. These are fabulous works that deserve to be better known.

At the beginning of your classes you often mention that the course was not on literary theory, rather, on learning to read without theories. What do you think about the role of literary theory today – particularly since readers rely less and less on theory and critics in their choices?

Once a field exists, it usually continues to be productive. In my view, literary theory can help us build a critical vocabulary, explain what the stylistic tropes are, discuss plot and character, and reflect on historical trends (without, however, transforming them into prison cells in which groups of writers are locked). But theory cannot tell people what to think or what to read. This is something that depends on individual choices and the quality of the literary works.

You began your work as part of, or at least close to, the structuralist movement – which stressed the link between literary theory and a specific kind of writing. Later on, you emphasized content over form. What do you think about the relationship between literary theory and specific literary movements?

I was very happy to be close to the Structuralist movement because, in principle at least, it required precision and rigor. But as much as we need to be aware of literary form, I (and I guess most people) read novels to see what happens, why people act in this or that way, and what are the consequences of their deeds. As I often say, when I read Madame Bovary I am happy that Flaubert uses free indirect discourse, but my attention is directed towards the protagonist, this unhappy, misdirected woman, her actions, and her fate.

Finally, you are also a novelist yourself. How does your writing affect your critical work and vice versa?

My own work in fiction taught me how difficult it is for a writer to put a coherent work together and thus reinforced my respect for the great authors. When I teach them, rather than promote my own speculations about their books, I try to capture what they want to say.