Appello per la difesa dell’università pubblica da “Il manifesto” del 8/1/13

Riprendiamo da “Il manifesto” dell’ 8/1/13 quest’appello per la difesa dell’Università pubblica lanciato, tra gli altri, da alcuni nostri redattori :

“il manifesto” 2013.01.08

Salviamo l’università pubblica di
Alessandro Arienzo, Piero Bevilacqua, Alberto Lucarelli, Ugo Olivieri
La cura per uccidere la formazione di Stato sta funzionando: il Fondo quest’anno non basterà a coprire gli stipendi e le spese fisse. Per questo chiediamo al futuro governo un cambio di priorità e lanciamo un appello a tagliare i tagli. E aggiungiamo qualche proposta per riformare gli atenei
Il malato è terminale, la cura per uccidere l’Università pubblica sta riuscendo. La Legge di Stabilità mette in discussione la sopravvivenza stessa del sistema universitario nel momento in cui fissa la quota di incremento del Fondo di finanziamento ordinario delle università a soli 100 milioni di euro a fronte di 400 milioni di euro di tagli già preventivati. I finanziamenti necessari per il pagamento degli stipendi al personale sono di 6,62 miliardi di euro mentre lo stato quest’anno trasferisce alle Università 6,6 miliardi. La differenza è minima ma significativa poichè il Fondo questa volta non basta a coprire gli stipendi e le spese fisse.
La Conferenza dei Rettori aveva chiesto al governo uno stanziamento di 500 milioni di euro come reintegro dei tagli precedenti in modo da ipotizzare un sia pur irrisorio incremento per le spese di funzionamento. Ne sono stati assegnati all’Università solo 100 con un taglio effettivo di risorse del -4,3%, un taglio superiore a quello del 2011 (-3,8%). Se c’era bisogno di una prova che il governo Monti, il governo dei professori, aveva un obiettivo preciso – la destrutturazione dell’università pubblica- la legge di stabilità l’ha definitivamente svelato. Con queste cifre rischiano il default e il commissariamento almeno 20 università, in maggioranza meridionali.
Noi riteniamo che prima che ciò avvenga sia necessario promuovere una mobilitazione a difesa della sopravvivenza dell’università pubblica.
Noi chiediamo al futuro governo una ridefinizione delle priorità economiche e politiche delineate nella legge di stabilità e riteniamo che sia possibile rifinanziare il sistema universitario come mostrano alcune delle voci di spesa: i 750 ml di euro nel prossimo triennio per il sistema Mose di Venezia; la spesa di 840 ml di euro per il prossimo triennio e 150 ml per ciascuno degli anni dal 2016 al 2029 per la Tav Torino-Lione; i circa 300 ml di euro per la società Stretto di Messina Spa; il contributo straordinario di 0,8 milioni di euro annui a favore della Fondazione Ebri; i 600 mila euro per l’Investment and Technology Promotion Office (Itpo/Unido) di Roma e sono state pienamente rifinanziate le spese militari. A fronte di tutto questo non si sono trovati 400 milioni di euro per l’intero sistema universitario nazionale!
Noi lanciamo un appello alle organizzazioni studentesche, alle organizzazioni sindacali universitarie, ai colleghi che credono nella difesa dell’università pubblica, agli stessi Rettori perché firmino e appoggino questa richiesta di rientro dai tagli previsti dalla legge di stabilità.
Noi, come proponenti dell’appello e primi firmatari, riteniamo condizione minima e necessaria per ripartire nella discussione su una vera riforma democratica dell’Università, la garanzia di una sopravvivenza ordinaria delle strutture.
Non siamo certo per una difesa dell’esistente ma per un rilancio dell’Università come bene pubblico. Come singoli siamo già intervenuti in altre occasioni per denunciare la logica privatistica e verticistica della legge Gelmini, ultimo atto di un processo ventennale di trasformazione dell’Università da bene pubblico in agenzia educativa al servizio di interessi baronali e confindustriali. In sostanza, nell’Università come nella scuola, si toglie al pubblico per dare al privato come strumento per costruire una società basata sulla competizione e la selezione. Convinti, come siamo, che sia necessario un processo di revisione delle regole del sistema ma che questo processo debba avvenire attraverso una consultazione dal basso di tutte le componenti che nell’Università operano e vivono, chiediamo al futuro Ministro la convocazione degli Stati Generali dell’Università.
A questo processo intendiamo offrire alcuni spunti di discussione. In merito al diritto allo studio e alla ricerca, al funzionamento democratico delle strutture, e al reclutamento e all’avanzamento nella carriera riteniamo che sia importante: 1) Realizzare un vero diritto allo studio, assicurando a tutti gli studenti idonei la borsa di studio, aumentando e migliorando i servizi (biblioteche, aule, laboratori, ecc.) e le condizioni di vita degli studenti (residenze, mense, ecc.); 2) In alternativa ai poteri estesi e antidemocratici del rettore e del Cda, rafforzare il Senato Accademico, direttamente eletto da tutte le componenti, con responsabilità della programmazione, del coordinamento e del controllo; 3) Introdurre meccanismi di reclutamento in ruolo che impediscano la cooptazione personale; garantire un avanzamento di carriera basato esclusivamente su valutazioni individuali, all’interno di un ruolo unico della docenza, senza distinzioni di funzioni e di diritti e doveri, nel quale comprendere gli attuali ordinari, associati e ricercatori; 4) Azzerare l’operato e le strutture dell’Anvur per ripartire con un diverso sistema di valutazione, trasparente nelle nomine come nei processi di valutazione, volti a recuperare le criticità del sistema e non a penalizzarne le strutture.
Noi chiediamo a quanti sottoscrivono anche questa parte dell’appello al futuro governo di condividere con noi non necessariamente tutti i contenuti, ma la richiesta di un metodo di consultazione e di formazione delle leggi di riforma, che tenga conto della voce e dei saperi di chi nell’università vive ed opera.

Hanno aderito: Maurizio Matteuzzi, Alberto Burgio, Angelo d’Orsi, Tonino Perna, Giorgio Tassinari, Saverio Luzzi, Mario Lavagetto, Elena Pulcini, Adriano Prosperi, Raffaele Perrelli Preside Facoltà di Lettere e Filosofia università della Calabria, Alberto Asor Rosa, Giuliano Volpe, Alberto Maria Banti, Raffaele Simone, Gisèle Vanhese, Antonio Pioletti, Nadia Urbinati, Giorgio Inglese, Piero Di Girolamo, Enzo Scandurra, Pasquale Colella, Ugo Leone, , Guerino D’Ignazio, Giuseppe Roma, Paolo Veltri, Domenico Pantaleo, CoNPass, rivista “il Tetto”

Per aderire all’appello le firme si raccolgono su:
www.docenti-preoccupati.it
www.amigi.org

P. Cacciari et alii, “Viaggio nell’Italia dei beni comuni” recensione di P. Bevilacqua

Riprendiamo per i nostri lettori da “Il Manifesto” la recensione di Piero Bevilacqua ad un recente ed interessante libro sui beni comuni curato da P. Cacciari, N. Carestiato e D. Passeri :

“il manifesto” 2013.01.11 – 11 CULTURA

SAGGI – «Viaggio nell’Italia dei beni comuni», un libro collettivo
Appunti per meglio conoscere il paese ignoto della buona vita
di Piero Bevilacqua
È la prima volta che leggo direttamente in rete un libro, che nella sua composizione, caratteristiche di costruzione, modalità di distribuzione, aderisce così profondamente allo spirito del suo oggetto: i beni comuni. Il testo è quello curato da Paolo Cacciari, Nadia Carestiato e Daniela Passeri, Viaggio nell’Italia dei beni comuni. Rassegna di gestioni condivise (Marotta & Cafiero, pp. 246 consultabile in rete http://creativecommons.org).
Infatti, come dichiarano sin dall’inizio i curatori, «Questo libro è una produzione dal basso… è autoprodotto dai lettori », liberamente consultabile e scaricabile, come un bene comune che sia veramente tale, ed è anche pienamente utilizzabile, trasferibile, distribuibile da qualunque lettore. Esso appartiene a tutti e il suo uso collettivo non lo deprezza, né lo consuma. Il suo stesso contenuto corrisponde in altro modo al tema, perché «non è un libro: è una scatola aperta, un contenitore di esempi eterogenei di gestione comunitaria di beni di interesse collettivo». Esso cioé riflette nella sua stessa concezione e composizione il carattere molteplice, vario, polimorfo con cui i beni comuni si presentano alla nostra esperienza. Una esperienza che in Italia va crescendo e porta alla scoperta di sempre nuovi spazi e realtà in cui i beni comuni si vengono configurando.
Il libro dunque è un vero viaggio in Italia, che parte da Oriente, da dove sorge il sole e prosegue verso Occidente. Ed esso incontra nel suo itinerario una varietà davvero sorprendente di esperienze, molte delle quali sconosciute ai più. Molto opportunamente, prima della partenza, i curatori hanno distribuito un «libretto di istruzioni» per comprendere meglio le tappe dell’itinerario: è l’articolo introduttivo di Alberto Lucarelli – un giurista protagonista della grande battaglia referendaria per l’acqua pubblica – che fornisce alcune riflessioni fondative sul concetto di beni comuni. Lucarelli smonta il carattere ideologico della nozione di sovranità popolare – dietro cui agiscono anche gruppi e poteri privilegiati – e mette anche in luce l’insufficienza della Carta costituzionale nel garantire il processo di democratizzazione del diritto pubblico negli ultimi decenni. La progressiva demolizione dello stato sociale, il depauperamento delle risorse collettive, la privatizzazione del patrimonio pubblico rendono necessaria una messa in discussione del regime proprietario così, come esso si è configurato e la fondazione di una «teoria che parta dalla comunità, dai diritti, per arrivare ai beni e non viceversa.».
Il viaggio inizia a Riace, nella Calabria jonica, dove da alcuni anni la comunità locale, trascinata da Mimmo Lucano – un sindaco di straordinario coraggio e generosità – ha invertito e capovolto la tendenza razzista e securitaria con cui tanta Italia ricca si è rivolta alle comunità degli immigrati. A Riace – come poco dopo anche a Caulonia e Stignano, Monasterace e Benestare, sempre sulla stessa costa calabrese – gli immigrati sono stati accolti, ospitati nelle case abbandonate dei borghi, aiutati a far rifiorire antichi mestieri artigiani. Come racconta Giovanni Maiolo nella sua testimonianza, i gruppi di extracomunitari che vivono a Riace – con non poche difficoltà, vista la cronica scarsità di lavoro – ricevono anche una limitata assistenza da parte del Ministero dell’Interno attraverso i Care (Centri Collettivi di Attesa per i Richiedenti Asilo). Ma i soldi ministeriali arrivano tardi, mentre le donne, i bambini, gli uomini devono nel frattempo vivere. Così sono state coniate delle monete locali, con su stampate le facce di Che Guevara, Gandi, Luther King, grazie alle quali – in virtù degli accordi stabiliti dal comune con i negozianti – gli immigrati possono acquistare i beni necessari alla vita in attesa che arrivino i soldi veri. Qui i nuovi ospiti, non solo sono aiutati a sopravvivere, nelle terre fra le più povere del nostro opulento Paese, ma grazie a una modifica dello Statuto comunale godono di una cittadinanza piena: hanno anche diritto di voto, diversamente da quanto accade nel resto d’Italia. È giusto ricordare, come fa Anna Maria Graziano nel suo saggio sempre dedicato a Riace, l’aiuto che a questo e ad altri comuni è stato dato dalla Rete dei Comuni Solidali (ReCoSol) coordinato da Chiara Sasso, che continua a prodigarsi in iniziative culturali e a tessere la tela dei legami fra le comunità e le istituzioni. Ma che cosa lega l’esperienza di questi comuni e di Riace , del suo sindaco – sulla cui porta sta scritto «il sindaco riceve sempre» – con il tema dei beni comuni ? Il legame è molteplice. Come spiega sempre la Graziano « I beni territoriali sono stati considerati come beni comuni. Ma il territorio ha anche una dimensione immateriale profonda, che riguarda l’identità, la conoscenza e i saperi tradizionali, la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, la bellezza».
Il viaggio attraversa poi territori disparatissimi e stazioni di transito molteplici di cui è impossibile dar conto. Si va dal bene «comune libro» (I. Bonadies e R. Esposito La Rossa) all’ acqua potabile a Napoli (R.Briganti): dall’autoricostruzione comunitaria di Pescocontanzo, dopo il terremoto che ha devastato l’Aquila (F. Tronca) alla Laguna di Morano, in Friuli (N.Carestiato) soggetta da secoli ad uso civico; dall’ esperienza innovativa e carica di significati generali del Teatro Valle occupato (U. Mattei), ai terreni sottratti ai boss mafiosi in Sicilia (F. Forno); dalle forme di proprietà collettiva di cui fanno esperienza da secoli alcune comunità delle Alpi e degli Appennini (D.Strazzaboschi e B. Mariotti), sino ad esperienze recenti di pratiche comunitarie, come il condominio in cohousing a Fidenza (D.Passeri) e la comunità «Spiazzi Verdi alla Giudecca» nel cuore di Venezia (Eliana Caramelli). Alla fine di una così lunga e varia peregrinazione si ha l’impressione di aver visitato un Paese diverso da quello che i media ci rappresentano con monotona e uniforme insistenza. Sotto la superficie dell’ Italia devastata dalla pacchiana versione nazionale del neoliberismo dell’epoca, si intravedono mutamenti molecolari che sembrano prefigurare, se non nuovi assetti sociali, certamente nuovi modo di vivere, di costruire relazioni, nuove forme di tessitura di quella trama che fa la felicità possibile sulla terra che è lo stare insieme in modo solidale.