“I nostri eventi”: “Della conoscenza come bene comune”, Napoli 27/1, ore 16, Biblioteca di Ricerca Area Umanistica

Una discussione in pubblico del concetto di Beni comuni a partire dal libro di A. Lucarelli, Beni comuni. Dalla teoria all’azione, Dissensi, 2010 :

Università degli Studi di Napoli Federico II
Polo delle Scienze Umane e Sociali
Facoltà di Lettere e Filosofia

A PIENE MANI
DONO, DIS-INTERESSE E BENI COMUNI

DELLA CONOSCENZA
COME BENE COMUNE

Seminario a partire da
A. Lucarelli, Beni comuni.
Dalla teoria all’azione, Dissensi 2010

con
Mario Rusciano
Ugo Olivieri
Gianfranco Borrelli
Alberto Lucarelli

VENERDÌ 27 GENNAIO 2012, ORE 16
Biblioteca di Area Umanistica BRAU

“Gli eventi degli altri”: un ciclo di seminari della Fondazione Basso su “I dilemmi della democrazia contemporanea”

Riceviamo dalla Fondazione Basso il programma del nuovo ciclo di seminari del 2012 su:

I dilemmi della democrazia contemporanea

1. Individuo e società (giovedì 26 gennaio 2012, ore 14,30 -19)

La secolarizzazione della società e la costruzione della modernità sono state attraversate da una tensione costante tra individuo e società, a cui ha dato una forte spinta l’innalzamento dell’“economico” a un ruolo privilegiato, il quale è sembrato fondarsi sul premio a tutte le istanze individualistiche, egoistiche, acquisitive. Non a caso la nozione di individuo adottata dall’economia standard (in cui l’egoismo è dato per acquisito e l’altruismo ha bisogno di essere dimostrato) si distacca sia da quella propria del liberalismo classico – non del neoliberismo – che fa parlare di “socievolezza liberale”, sia da quella tipica dell’“individualismo democratico” americano. Sono così rimosse le idee da una parte che gli esseri umani sono costitutivamente fragili, bisognosi di “cura” e di “relazioni”, dall’altra che la loro razionalità è complessa, intrisa di affettività e di emozionalità, non solo puramente strumentale. Il legame sociale non è più concepito e vissuto come fondante della propria individualità ma come problema. L’individualismo della differenza attraversa gli ultimi due secoli ed arriva con caratteristiche nuove e specifiche nelle nostre società contemporanee. Le giuste rivendicazioni di rispetto per individualità e differenze sempre più si sono andate coniugando con forti rivendicazioni di appartenenza gruppali, comunitariste e familistiche. Insomma il neoindividualismo tardomoderno tiene insieme unicità individuale e appartenenze. Di fronte a questo misto d’individualismo e comunitarismo in che modo possiamo parlare del sociale e dei legami sociali? Sono le appartenenze di classe ancora significative? Esistono possibili forme di legami sociali che siano solidali senza essere annullanti dell’individualità e delle diversità? Quali sono le nuove forme di condivisione? Esistono oggi forme di legame sociale che riescano a tenere ben salde due categorie: quella dell’interdipendenza e quella dell’autonomia individuale? Registrata l’impossibilità di rinunciare ciascuno alla propria autonomia e alla propria differenza e registrata anche la impraticabilità di un corpus di norme e valori che sia cogente per tutti, bisognerà ricercare quali relazioni, quali pratiche sociali, quali interazioni producano e riannodino legami sociali. E quali siano i mutamenti nei processi di aggregazione sociale e nelle nuove forme di partecipazione.

Relazioni: Massimo Paci, Simona Argentieri, Gabriella Turnaturi
Discussione
Coordina: Alessandro Montebugnoli

2. Pubblico e privato (giovedì 23 febbraio 2012, ore 14,30 -19)

L’evoluzione della relazione tra pubblico e privato segna la storia della modernità, se è vero che l’autoriflessività moderna si è espressa primarimante come “ragionamento e dibattito in pubblico”, rendendo inscindibili lo sviluppo della democrazia e quello della “sfera pubblica”. Il trentennio neoliberista con la privatizzazione delle funzioni pubbliche che lo ha contraddistinto ha dato vita a una paradossale congiunzione tra un depotenziamento della “sfera pubblica” da un lato, un degrado della sfera privata dall’altro, quest’ultima sottoposta a un processo perverso di pubblicizzazione (per esempio, come messa in scena pubblica, in forme altamente emotivizzate, di passioni e sentimenti). La crisi economico-finanziaria ha riproposto la rilevanza del pubblico, dando vita, però, a un ulteriore paradosso: l’intervento pubblico è stato riscoperto per il tempo di salvare dal collasso il sistema bancario e finanziario mondiale e ora che il perdurare di una incredibile disoccupazione e la contrazione del tenore di vita dei ceti medi imporrebbero misure aggiuntive a sostegno dello sviluppo e degli investimenti, si pretende di tornare, specie in Europa, alla fallace ortodossia neoliberista e monetarista delle politiche restrittive e deflazionistiche, drasticamente avverse alla spesa pubblica. La superfetazione della finanza ha modificato la natura della finanza stessa, mentre ha distorto profondamente l’economia reale. I problemi oggi sono immensi, si pongono su scala globale e riguardano sia l’inefficienza economica, sia l’ingiustizia sociale, sia la sostenibilità ambientale. Esplode, infatti, anche la problematica del “comune” e dei “beni comuni”. Come dobbiamo leggere oggi la relazione pubblico-privato? Quali ricadute su di essa può avere la problematica del “comune”? E’ corretto considerarla una terza via completamente autosufficiente che surroga tanto il pubblico che il privato? Ma un nuovo modello di sviluppo potrà sorgere dalla pur auspicabile polimorfia del tessuto sociale e dall’autoregolazione spontanea e molecolare di una pluralità di soggetti, che pure è bene assecondare e favorire, o non richiede un pubblico rinnovato e forte? D’altro canto, non possiamo rinunziare a trovare le forme contemporanee di quella complessa “mediazione istituzionale pubblica” in cui storicamente si è inverata la “ragione pubblica” dell’illuminismo e della modernità.

Relazioni: Carlo Donolo, Pierluigi Ciocca, Laura Pennacchi
Discussione
Coordina: Elena Granaglia

3. Laicità e verità (giovedì 22 marzo 2012, ore 14,30-19)

Dobbiamo a Benedetto XVI un’affermazione di grande rilevanza per i rapporti tra culture della laicità e religione nelle società post-secolari. “Quella carica di speranza – ha detto ricordando Woytyla – che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo”. Le parole del papa designano un problema davvero spinoso per le culture della laicità. Sino ad anni recenti, l’idea che le nostre società si fossero laicizzate, avendo accolto e incorporato i risultati del processo storico di secolarizzazione sia nelle condotte ordinarie di vita sia nelle regole del sistema democratico, sembrava pacifica. Oggi però assistiamo a un cambio di prospettiva, che induce non pochi a parlare di una nuova stagione del post-secolarismo. Lo spettacolare ritorno della religione nel discorso pubblico sembra restituire alle dottrine profetiche della religione biblica un ruolo nuovamente intramondano, non tanto (o non più) nel loro richiamarsi a “beni salvifici” ricavabili dal messaggio evangelico, quanto piuttosto nella loro eventuale trasformazione in “religione civile” con un marcato ruolo di supplenza.
Quali sono oggi i punti di forza in grado di rilanciare – invece – il ruolo pubblico della laicità? Uno innanzitutto: il principio costituzionale del pluralismo. Ed una diversa concezione della natura umana.

Relazioni: Emma Fattorini, Francesco Rimoli, Alessandro Ferrara
Discussione
Coordina: Gabriella Bonacchi

4. Sovranità e territorio (giovedì 19 aprile 2012, ore 14,30-19)

Le più recenti trasformazioni dello Stato nazionale, caratterizzate da consistenti cessioni di sovranità sia in favore di organizzazioni internazionali di vario tipo (Unione Europea, Omc, Wto), sia in favore di enti territoriali infra-statuali (regioni, enti locali), inducono oggi ad interrogarsi sulla forme e sulle modalità di persistenza dell’elemento territoriale come ambito spaziale su cui si è tradizionalmente esercitata la sovranità. A riguardo vi è chi da un lato riconosce un esercizio di sovranità aperta ai vincoli internazionali, propria delle istituzioni della globalizzazione, dall’altro chi invece nega che possa esistere alcun fenomeno giuridico senza un ambito spaziale entro cui esso debba necessariamente ricadere. Si tratta di interrogativi fondamentali e complessi, che pongono con forza il problema dell’elemento territoriale rispetto all’organizzazione del potere e alle norme giuridiche. In questo contesto è particolarmente degno di nota in molti ordinamenti il processo di accelerazione del principio autonomistico anche in senso spiccatamente federale, processo che caratterizza le più recenti trasformazioni dello Stato nazionale. In Italia la riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione segna una svolta importante, determinando un forte incremento dei poteri normativi amministrativi e finanziari degli enti territoriali. In particolare la recente riforma sul federalismo fiscale ha costituito un momento ulteriore di attuazione di questo percorso non sempre in linea con i principi fondamentali della carta costituzionale, come appare evidente nella prima fase di approvazione dei decreti attuativi. Da questo punto di vista, bisognerebbe interrogarsi sulla possibilità di conciliare una consistente devoluzione di risorse finanziarie e fiscali alle autonomie territoriali con la tutela di principi fondamentali della Costituzione, da quello unitario, a quello solidaristico, a quello che impone un grado minimo di omogeneità tra le diverse aree territoriali nella fruizione dei diritti costituzionali.

Relazioni: Paolo Perulli, Mario Del Pero, Daniele Archibugi
Discussione
Coordina: Chiara Giorgi

5. Migrazioni e cittadinanza (giovedì 24 maggio 2012, ore 14,30-19)

Di fronte al fenomeno delle contemporanee migrazioni transnazionali gli strumenti di analisi e le risposte politiche si sono rivelati largamente insufficienti finendo per far prevalere l’idea di un’Europa assediata, di una “Fortezza europea”, che, attraverso il regime di controllo dei confini, conduce una vera e propria guerra a bassa intensità contro i migranti. Le migrazioni non devono essere considerate come un oggetto di conoscenza “astorico” ed “essenzializzato”, ma devono essere ricollocate nello spazio concreto attraverso il quale si muovono, costituito da una molteplicità di confini istituzionali, giuridici, politici e simbolici. Confini che seguono i migranti all’interno dello spazio europeo ridisegnando i caratteri della cittadinanza e la struttura del mercato del lavoro. Nella composizione di questo spazio concreto i migranti non sono meri fruitori passivi ma soggetti attivi che sfidano le forme codificate della cittadinanza, riplasmano e arricchiscono i diritti che costituiscono il “materiale” di questo status, rimettendone in questione i limiti istituzionali e cognitivi. La cittadinanza, e le sue trasformazioni, non solo dunque come concetto giuridico formale, ma come campo di tensione e di contestazione. È a partire da questo assunto che si devono inquadrare i fenomeni migratori e i contraddittori processi di “integrazione” nei contesti nazionale e sopranazionale. Le stesse molteplici teorie della migrazione aiutano a comprendere il fenomeno nella sua eterogeneità e a evidenziare le relazioni che sussistono tra sviluppo economico, sviluppo umano, povertà e migrazione.

Relazioni: Oliviero Forti, Enrico Pugliese, Enrica Rigo
Discussione
Coordina: Giancarlo Monina

6. Poteri e rischio (giovedì 21 giugno 2012, ore14,30-19)

Allo storico capita raramente di poter indicare una data precisa per l’emersione di una parola che sembra compendiare in sé i caratteri di un’epoca. La parola in questione è “rischio” e la data il 1986: l’anno della prima edizione de La società del rischio di Ulrich Beck e del disastro nucleare di Chernobyl. Quella di Beck è una riflessione sulla cosiddetta “seconda modernità”, maturata sul finire degli anni Settanta e incentrata sull’idea che lo sviluppo scientifico e tecnologico abbia prodotto tanta ricchezza quanta mancanza di sicurezza sociale e della vita. Le contaminazioni nucleari e chimiche, la tossicità degli alimenti e le moderne pandemie legate alla produzione agro-alimentare, quindi ancora gli sconvolgimenti climatici minacciano la sopravvivenza dell’umanità, generano nuove domande e geografie politiche, impongono un ripensamento del processo di globalizzazione economica e del modo di intendere la sovranità nazionale e sovranazionale. In particolare la questione nucleare, tuttavia, non solleva soltanto una domanda di maggiore riflessività dello sviluppo e la tematica del rischio non si esaurisce in quella della sicurezza. La minaccia e, ora, la rinnovata esperienza della catastrofe nucleare nascono da scelte di attori sociali mossi da vantaggi economici e politici e portati a produrre volontariamente un rischio scaricato sull’intera collettività e sulle generazioni future. La capacità di fronteggiare il rischio per assicurare la competitività individuale e collettiva è al centro del pensiero neoliberista, mentre i teorici della crescita economica assicurano la sostenibilità ambientale del nucleare e – ancora dopo Fukushima – i suoi innalzati livelli di sicurezza. Al contrario, al centro della contestazione nucleare c’è una critica radicale a un modello di sviluppo che nega le sue ragioni sociali perché rischia di minare le basi stesse della vita. La “seconda modernità” non corrisponde forse allora alla fase di maturità di uno sviluppo capitalistico che mostra tutte le sue contraddizioni? La domanda di sicurezza non si coniuga forse ancora con la tutela di un interesse generale sottratto alle logiche di mercato? Con la richiesta di partecipazione democratica ai processi decisionali, di redistribuzione delle risorse e di salvaguardia dei “beni comuni”?

Relazioni: Carlo Galli, Piero Bevilacqua, Flavia Zucco
Discussione
Coordina: Catia Papa

“Le nostre bibliografie”: Rassegna di studi su dono e mondo antico della nostra redattrice Rosaria Luzzi

La nostra redattrice Rosaria Luzzi ha scritto una rassegna di studi ragionata su “Dono e mondo antico” che, a nostra conoscenza, è uno dei pochi contributi recenti sull’argomento :

Il beneficium nel mondo romano
tra prassi sociale e riflessione filosofica.
A proposito di alcuni recenti studi

1. Il dono è una pratica culturale attestata nel corso della storia umana, in tutte le società, in ogni latitudine e in ogni tempo. L’identità del dono si configura nella successione dei tre momenti in cui esso si articola (dare-ricevere-ricambiare) e nelle finalità che sottendono l’atto oblativo. Infatti, a differenza del baratto o del rapporto di vendita e acquisto, lo scambio di doni non ha una matrice economica e materiale, bensì è finalizzato alla costruzione di una relazione sociale. Di conseguenza, non è l’oggetto, che viene donato e ricevuto, ad assumere una funzione centrale, bensì i due soggetti (donatore e donatario) che prendono parte all’atto e che, attraverso il dono dell’oggetto, instaurano tra di loro una relazione, destinata, a sua volta, a non esaurirsi in se stessa, bensì a generare altre relazioni.
Pur essendo la finalità relazionale del dono la componente comune a tutte le culture, è anche vero, tuttavia, che ogni civiltà ha elaborato, in riferimento alla pratica del dono, modalità e criteri spesso molto differenti, legati anche ai diversi contesti in cui ogni cultura si è sviluppata. Tali differenze – appare scontato – risultano essere molto marcate nel momento in cui si confrontano la funzione e le modalità dell’atto donativo in culture molto distanti tra loro nello spazio come nel tempo. È il caso, per esempio, del mondo romano, una civiltà che, pur distante nel tempo, risulta legata alla moderna civiltà occidentale da una forte continuità sia geografica che culturale, quest’ultima sicuramente evidente nei più svariati ambiti (lingua, diritto, politica, tecnologia, letteratura, arte). Allo stesso tempo, tuttavia, bisogna fare attenzione a non considerare il rapporto tra mondo romano e mondo moderno come una relazione lineare che si sviluppa solo attraverso legami di continuità. Al contrario, sono diversi gli ambiti culturali in cui tale rapporto si pone in termini di netta e decisa alterità, e la dimensione del dono rappresenta indubbiamente uno di questi ambiti. Nonostante, infatti, alcune pratiche donative particolarmente diffuse nella nostra cultura derivino direttamente dalla civiltà latina (per tutte la pratica di fare doni a Natale, che trae origine dall’usanza romana di fare piccoli regali in occasione delle feste invernali dei Saturnalia), l’analisi del dono nel mondo romano fa emergere tutta la complessità e la pluralità di sfaccettature che caratterizzano questa pratica.

2. Un primo dato ci viene fornito dal lessico, che, in quanto espressione della civiltà che lo produce, spesso rappresenta una delle chiavi di accesso più efficaci alla comprensione di problematiche di carattere culturale e antropologico.
In latino in riferimento al “dono” sono attestati tre differenti vocaboli: donum, munus e beneficium. La presenza di più sinonimi per indicare il dono, in realtà, è un dato ricorrente in diverse lingue (si pensi solo all’italiano “dono”, “presente”, “regalo”, o all’inglese present e gift) a dimostrazione della difficoltà di quasi tutte le culture di classificare – linguisticamente e concettualmente – in maniera univoca una realtà che, evidentemente, nelle sue manifestazioni, si presenta come multiforme e articolata.
Il vocabolo donum deriva dalla medesima radice del verbo dare e indica il dono in senso concreto, inteso come l’oggetto che fa da tramite nella relazione tra donatore e donatario. In tal senso, il termine donum è usato in ogni contesto, per indicare oggetti tanto materiali quanto immateriali e in riferimento sia alle offerte di doni agli uomini che alla divinità .
Il termine munus si presenta, invece, decisamente più sfaccettato dal punto di vista semantico e la definizione di che cosa sia specificamente il munus e di quale sia la sua differenza col donum è resa ancora più difficile dalle non sempre chiare definizioni presenti nelle fonti antiche. Così, per esempio, il giurista Ulpiano (Digesta L 16, 194 ) sostiene che il munus è un donum che viene fatto in base a una causa precisa, come nel caso di una ricorrenza (nascita, matrimonio…). Diversamente, un altro giurista, Marciano (Digesta L 16, 214), distingue categoricamente il munus dal donum, affermando che, mentre il donum è una prestazione spontanea, il munus è un’elargizione fatta per dovere. Dal punto di vista strettamente semantico, gli studiosi Ernout e Meillet ritengono che nel concetto di munus sarebbero presenti sia l’idea del “ricevere un dono” che del “fare un dono”, ma sarebbe quest’ultimo a essere attestato con più frequenza nella lingua latina. Di conseguenza il munus sarebbe il dono che viene elargito da qualcuno, come forma di gratificazione, ma anche di ricompensa. Non a caso alla medesima famiglia etimologia di munus appartiene anche il verbo remunero “ricompensare”, che nell’italiano assume significativamente un valore semantico non tanto legato alla sfera del dono disinteressato, quanto a quella dell’economia.
Altrettanto complesso, infine, è il concetto di beneficium. Sostantivo derivato dal verbo composto benefacio, il concetto di beneficium indica, genericamente, un’azione benevola (non necessariamente un dono) che viene compiuta da qualcuno nei confronti di un altro individuo . Il beneficium, in tal senso, può essere attribuito tanto agli uomini quanto agli animali o agli dei. Accanto a questo significato generico, tuttavia, il termine beneficium è impiegato anche nel senso di “elargizione” (solitamente di un bene materiale) all’interno, però, di specifici contesti che riguardano la vita pubblica. Con questa specifica accezione il concetto di beneficium può riferirsi sia agli onori che vengono attribuiti dal popolo ai magistrati, sia ai privilegi e ai diritti attribuiti ai propri alleati; ma soprattutto il beneficium è messo in atto all’interno di relazioni non paritarie, in cui, di solito, è chi si trova in una condizione di superiorità a elargire un dono all’individuo che si trova, invece, in una situazione di inferiorità. È il caso, per esempio, delle elargizioni compiute dai patroni romani alle loro folte schiere di clientes o, con l’avvento dell’Impero, delle donazioni sia individuali che collettive effettuate dal princeps nei confronti dei sudditi. È evidente che, in questi specifici contesti, il concetto di beneficium (al di là del valore materiale del dono) indica una precisa pratica sociale, atta a creare specifiche relazioni sociali.

3. Nell’ambito degli studi sulla cultura latina, il dono costituisce un campo ancora poco esplorato. Nonostante le fondamentali ricerche di carattere linguistico-antropologico compiute da E. Benveniste , successivamente né il lessico del dono né le pratiche donative hanno riscosso grande interesse tra gli studiosi del mondo romano.
Solo negli ultimi decenni, grazie anche allo sviluppo di un’importantissima branca di studi, qual è appunto quella costituita dall’antropologia romana, l’attenzione nei confronti di questa pratica culturale è cresciuto, permettendo la realizzazione di alcuni, significativi studi, incentrati soprattutto sul beneficium. Questa istituzione, infatti, proprio per la sua peculiarità e complessità, costituisce un campo di studio particolarmente interessante e ricco di informazioni, tanto più che essa è ampiamente documentata da numerose fonti, a dimostrazione della sua diffusione e della sua rilevanza nel mondo romano.
Sulle dinamiche del beneficium un’interessante analisi di carattere socio-antropologico è stata compiuta dal latinista M. LENTANO, nel saggio Il dono e il debito. Verso un’antropologia del beneficio nella cultura romana, presente nel volume a cura di A. HALTENHOFF, A. HEIL, F. MUTSCHLER, Römische Werte als Gegenstand der Altertumswissenschaft, Saur, München – Leipzig 2005 pp. 125-142.
Nel suo contributo Lentano sottolinea come lo studio del beneficium nella società romana possa rivelarsi di grande interesse e utilità dal momento che, pur trovandoci di fronte a una società molto diversa dalle dinamiche della società contemporanea, il mondo romano presenti già i caratteri di una realtà sociale complessa, in cui la pratica del dono è affiancata da un sistema economico ben definito, basato sul denaro e regolato da appositi strumenti giuridici. Sebbene, quindi, a Roma lo scambio di doni non abbia alcuna valenza economica, allo stesso tempo, la presenza di un’economia di compravendita non rende lo scambio di doni marginale. Al contrario, è proprio lo scambio commerciale a essere considerato una variante “imperfetta” del dono, in quanto privo di quel carattere di gratuità che è, invece, alla base della pratica oblativa. Inoltre, mentre il commercio ha mere finalità di guadagno individuale, il beneficium, ricopre a Roma un’importantissima funzione sociale, che si realizza con l’istaurarsi della relazione tra benefattore e beneficato.
Sulla base dei nostri schemi culturali noi siamo abituati a considerare la relazione donatore-donatario come una relazione “positiva”, dominata da sentimenti di rispetto e riconoscimento reciproco. Come hanno messo in luce diversi studi di carattere socio-antropologico nella nostra società contemporanea, il dono è innanzitutto una forma di comunicazione tra due individui, il cui obiettivo è la costruzione di una relazione paritaria. Perché s’inneschi questa dinamica, tuttavia, è necessario che fra i due partners si realizzi un riconoscimento reciproco e che sia, in primo luogo, il benefattore ad agire nei confronti del beneficato, in modo da far emergere la sua volontà di riconoscere l’altro.
L’aspetto più significativo, messo in evidenza da Lentano nel suo contributo, è offerto proprio dalla constatazione che a Roma la pratica del beneficium mira, invece, alla costruzione di una relazione sociale basata sulla disparità fra i partner: mentre, infatti, il benefattore, attraverso l’elargizione del beneficium, sancisce pubblicamente la sua importanza e il suo prestigio sociale, il beneficato, al contrario, col ricevere e con l’accettare il beneficium, finisce per porsi nelle condizioni di un debitore che deve necessariamente ricambiare il dono ricevuto. Questo, naturalmente, determina degli effetti controproducenti nella relazione benefattore-beneficato, poiché, quanto il beneficium è troppo ingente per poter essere ricambiato, implica che il debito del beneficato sia difficilmente solvibile e, di conseguenza, si determini un rapporto di perpetua dipendenza dal benefattore. Questa peculiarità del beneficium è strettamente legata alla sua funzione sociale: garantire la coesione e l’equilibrio tra i vari gruppi della comunità, mantenendo inalterata la rigida struttura gerarchica della società romana.
Non a caso, il beneficium costituisce per i Romani una sorta di modello paradigmatico su cui fondare (e giustificare) anche altri tipi di relazione sociale, quali, in primo luogo, quella tra padrone e schiavo e tra padre e figlio. In entrambi questi tipi di rapporto, infatti, la relazione è determinata dall’elargizione di un beneficium fondamentale: la vita, che il padrone concede allo schiavo e il padre concede al figlio. Di fronte alla concessione di un beneficium così grande, il beneficato (schiavo o figlio) non potrà mai risarcire completamente il benefattore del dono ricevuto, venendosi così a trovare in una condizione di completa, totale e perenne dipendenza.

5. L’importanza che la pratica del beneficium assume come paradigma delle relazioni sociali a Roma emerge anche nella riflessione di due tra i più significativi autori del mondo latino: Cicerone, che fa riferimento al beneficium nel suo trattato sui doveri (De officiis), e, soprattutto, Seneca, che al beneficium dedica un intera opera in sette libri, intitolata appunto De beneficiis.
Con ogni probabilità Seneca scrive il De beneficiis tra il 62 e il 64 d.C., pochissimi anni prima di essere condannato a morte da Nerone, con l’accusa di aver partecipato alla congiura organizzata dal senatore Pisone ai danni del principe.
Il De beneficiis è quindi un saggio composto dal filosofo latino una fase molto particolare della storia di Roma, una fase in cui si stavano definitivamente consolidando quei cambiamenti politici e sociali che avevano segnato il passaggio dalla res publica senatoriale a un nuovo modello di governo basato sul potere pressoché assoluto del princeps. Il cambiamento politico si riflette anche nelle dinamiche delle relazioni sociali e finisce per influenzare, inevitabilmente, anche l’ambito connesso alla pratica del beneficium. Questa istituzione, che, come abbiamo visto, in età repubblicana era la manifestazione concreta di una relazione sociale attraverso la quale gli esponenti della classe aristocratica e senatoriale affermavano il loro potere e prestigio politico e sociale, finisce per radicalizzare, nel nuovo contesto politico, questa sua valenza. È in questo contesto politico e sociale, pertanto, che Seneca elabora la sua riflessione.
Ne consegue che il De beneficiis, al di là del suo valore documentario e delle preziose informazioni di carattere socio-antropologico che ci fornisce sulla pratica del beneficium, costituisce una radicale messa in discussione di questo istituto sociale. E proprio l’originalità e la portata innovativa del pensiero senecano hanno fatto sì che quest’opera, per molto tempo ingiustamente trascurata dagli studiosi di Seneca, sia stata finalmente riportata all’attenzione di filologi e commentatori, divenendo oggetto, in questi ultimi, di importanti studi .
Nella nostra rassegna abbiamo scelto di soffermarci su alcuni contributi molto recenti (pubblicati tra il 2008 e il 2009), che, a nostro parere, hanno avuto il merito di analizzare le tematiche affrontate nel De beneficiis di Seneca attraverso linee di ricerca decisamente innovative e interessanti:

– P. LI CAUSI, La teoria in azione. Il dono di Eschine e la riflessione senecana sui beneficia, in Annali Online di Ferrara- Lettere, vol. I (2008), pp. 95-110 e IDEM, Fra creditum e beneficium. La pratica difficile del ‘dono’ nel de beneficiis di Seneca, in «I Quaderni del Ramo d’Oro on-line», 2 (2009), pp. 226-252;

– M. LENTANO, La gratitudine e la memoria. Una lettura del De beneficiis, in «Bollettino di Studi Latini» 39, 1, 2009, pp. 1-28;

– Benefattori e beneficati. La relazione asimmetrica nel de beneficiis di Seneca, a cura di G. PICONE, L. BELTRAMI, L. RICOTTILI, Letteratura Classica, Palumbo, Palermo 2009.

Tra i lavori citati, merita sicuramente attenzione il corposo volume miscellaneo Benefattori e beneficati, che raccoglie le ricerche svolte de tre gruppi di studio, rispettivamente delle Università di Palermo, Siena e Verona, nell’ambito di due Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN 2004-2006 e 2007-2009) cofinanziati dal MIUR.
Il volume comprende i seguenti saggi:
D. AVERNA, Fortuna nel de beneficiis di Seneca, pp. 9-24;
E. CALABRESE, Il dono e la relazione padre-figlio nella Fedra di Seneca, pp. 25-45;
M. CAROSSO, Le relazioni del dono. Chiavi di lettura recenti di un classico dell’antropologia, pp. 47-95;
E. DELLE VEDOVE, Aspetti della presenza del dedicatario nel de beneficiis di Seneca e raffronto con le prefazioni di Seneca Padre, pp. 97-120;
A. DE CARO, Voluntas luceat. Riconoscimento e riconoscenza nel beneficium, pp. 121-158;
E. DUCCI, La rivalutazione del tempo nel de beneficiis. Analisi tematica dei libri I-II, pp. 159-172;
G. M. FACCHINI – C. MORATELLO, Donum-Munus: dalle fonti letterarie alla documentazione archeologica. Alcuni esempi nell’arte suntuaria di età romana, pp. 173-183;
M. LENTANO, Come uccidere un padre (della patria): Seneca e l’ingratitudine di Bruto, pp. 185-209;
P. LI CAUSI, Una mediazione conflittuale per una pratica della teoria. Dinamiche e funzioni dell’interlocutore immaginario in alcuni loci del de beneficiis di Seneca, pp. 211-231;
M. LO PICCOLO, Dentro e fuori il de beneficiis. Notazioni sui temi del beneficium e della clementia in Seneca e in Cicerone, pp. 233-244;
R. R. MARCHESE, Dignità e disuguaglianza. Il rispetto nella relazione fra benefattori e beneficati, pp. 245-271;
R. MARINO, Lo ‘stigma’ dell’estraneità: il beneficium tra volontà e virtù, pp. 273-288;
G. PICONE, Ercole e il serpente. Figure di ricordo, modelli mitici, modelli etici nel de beneficiis di Seneca, pp. 289-302;
R. RACCANELLI, Cambiare il dono: per una pragmatica delle relazioni nel de beneficiis senecano, pp. 303-356;
G. RASPANTI, Il de obitu Theodosii di Ambrogio e l’ideale senecano della clementia principis, pp. 357-398;
L. RICOTTILLI, Aspetti della rappresentazione gestuale nel de beneficiis, pp. 399-428.

Benefattori e beneficati rappresenta sicuramente uno dei contributi più completi e articolati tra quelli pubblicati sul De beneficiis di Seneca. La novità e la rilevanza di questo lavoro sta nelle metodologie e nelle prospettive d’indagine in base alle quali è stato analizzato il testo senecano. A differenza, infatti, di buona parte dei precedenti studi sul De beneficiis, non prevale un’indagine di carattere filologico-letterario, bensì antropologico e sociale. Inoltre, il volume si caratterizza per il suo taglio interdisciplinare, grazie ai contributi, oltre che di latinisti, anche di antropologi e archeologi, che, pur non occupandosi direttamente del De beneficiis, contribuiscono sia a fornire una serie di preziose informazioni di metodo (è il caso del saggio di M. CAROSSO), sia ad ampliare la nostra conoscenza sul contesto culturale all’interno del quale si sviluppa la riflessione di Seneca (si vedano in tal senso il contributo di G. M. FACCHINI e C. MORATELLO).

Facendo pertanto riferimento al volume e agli articoli sopra citati, nella sezione seguente ci limiteremo a fornire un breve quadro relativo alla problematica del beneficium in Seneca, soffermandoci, in particolar modo, sulle tematiche del riconoscimento, della riconoscenza e dell’ingratitudine, sulle quali la riflessione di Seneca offre spunti critici di grande spessore e interesse.

6. Come ricorda opportunamente DE CARO, il De beneficiis di Seneca non è solo un’analisi sociologica, ma è un testo di carattere fortemente speculativo, in cui Seneca si riaggancia a tutta una lunga tradizione di opere filosofiche che si sono occupate del dono, a partire da Aristotele e dalla sua Etica nicomachea. Allo stesso tempo, la tematica del beneficium s’inserisce in maniera perfettamente organica e coerente all’interno della grande riflessione morale di Seneca, che, infatti, mira all’individuazione di un principio etico su cui gli uomini possano fondare la propria esistenza e regolare le proprie azioni nella pluralità delle situazioni della vita concreta.
Partendo dall’analisi della realtà sociale della sua epoca e, in particolar modo, della pratica del patronato, il filosofo latino mette in evidenza come il beneficium che il patronus concede ai suoi clientes (ma anche il princeps ai suoi sottoposti) non sia finalizzato a costruire una relazione paritaria con l’altro, quanto piuttosto a sancire la dipendenza (economica e sociale) del beneficato rispetto al benefattore. Anzi, come sottolinea P. LI CAUSI (Fra creditum e beneficium…cit., pp. 232-3), il beneficium viene definito da Seneca come un vero e proprio genus crediti, un “tipo di credito” (De beneficiis I 1, 3), che il benefattore vanta nei confronti del beneficato. Pertanto, di fronte alle disparità e alle ingiustizie sociali della Roma del I sec. d.C. – nonché ai pericoli che queste comportano per la coesione della comunità – l’obiettivo che Seneca si prefigge è quello di attuare una vera e propria rifondazione dell’etica sociale posta alla base del beneficium, partendo dalla ridefinizione dei rapporti interpersonali tra donatore e donatario, attraverso l’individuazione del principio morale atto a regolare questa relazione. E il principio morale viene individuato da Seneca nell’ideale stoico della “filantropia”, ovvero l’atteggiamento di benevolenza e liberalità che il saggio deve attuare nei confronti degli altri uomini, in modo disinteressato e impersonale: un atteggiamento che non è semplicemente uno stato emotivo-comportamentale, ma ha un fondamento filosofico poiché riflette l’armonia che, nella concezione stoica, domina l’intero universo e che, a livello microscopico, deve regolare anche la convivenza umana armoniosa.
Da qui la necessità di rifondare lo statuto sociale del beneficium, contrapponendo al riconoscimento sociale – che genera la disparità tra benefattore e beneficato – il riconoscimento della persona, come l’elemento che trasforma l’atto del beneficio in una relazione umana autentica e capace di produrre un effetto morale. Il benefattore che dona in base alla propria volontà, in maniera spontanea e disinteressata, senza mirare ad alcun riconoscimento sociale, manifesta, col suo atto, la volontà di uscire dalla dimensione egoistica, per riconoscere l’altro come persona e inviargli, col dono, una richiesta di amicitia. In tal modo, a sua volta, il beneficato non percepirà il dono come un mezzo di sopraffazione, bensì come un atto attraverso cui egli viene riconosciuto e rispettato in quanto persona.
Da quanto detto risulta evidente che nella relazione del beneficium la funzione principale è svolta dal benefattore. È infatti a partire dal suo comportamento che s’innescano le dinamiche che rendono la relazione costruttiva e positiva. Non basta solo donare in modo libero e spontaneo. Occorre anche manifestare la propria volontà di donare. Come sottolineano diversi studiosi (in primis RACCANELLI e RICOTTILLI), Seneca si sofferma con particolare attenzione sull’atteggiamento del benefattore e su quella che, in termini moderni, possiamo definire la pragmatica della comunicazione all’interno della relazione donatore-donatario. Come evidenzia a tal proposito MARCHESE, sono proprio gli atteggiamenti sbagliati del benefattore, nell’atto del dare, a essere corruttori della gratia e a innescare, di conseguenza, l’ingratitudine del beneficiato nei confronti del beneficium ricevuto. Secondo Seneca, infatti, l’ingratitudine del beneficiato è in molti casi la risultante di un errore che si è verificato all’interno delle dinamiche relazionali e che può dipendere, appunto, dall’atteggiamento inappropriato del benefattore. Per ovviare a questo è necessario che il benefattore ponga in atto una serie di specifiche strategie comportamentali: in primo luogo è opportuno che il dono abbia carattere singolativo, ovvero debba essere pensato specificamente per il donatario; ma soprattutto il donatore deve rendere evidente la sua volontà di donare, attraverso le parole, i gesti, la mimica (nonché i tempi – come ha dimostrato DUCCI), poiché solo, in tal modo, il donatario può avere l’effettiva percezione di essere riconosciuto come individuo ed esprimere in tal modo la sua gratitudine.
Una gratitudine che, proprio perché basata sulla consapevolezza del beneficato di essere riconosciuto come persona dal benefattore, non corrisponde più all’affannoso (e spesso inutile) tentativo di sciogliere il “debito” contratto col benefattore, bensì assume le caratteristiche di un sentimento autentico e spontaneo, una sorta di “riconoscimento di ritorno” (così DE CARO), attraverso cui il beneficato manifesta la sua intenzione di rispondere positivamente alla richiesta di amicitia fattagli dal donatore, senza che ci sia più neanche bisogno di ricambiare il beneficium attraverso l’offerta di un dono concreto (remuneratio). Infatti come evidenzia Lentano, per Seneca già solo il ricordo (memoria) del beneficio ricevuto, può essere considerato esso stesso una forma sufficiente di remuneratio.
Probabilmente, l’elemento più innovativo della riflessione senecana sul beneficium riguarda proprio la riflessione sulla gratitudine.
Come messo efficacemente in rilievo da Lentano (La gratitudine e la memoria…cit.) e da MARCHESE, affermare che il beneficium non debba essere necessariamente ricambiato significa svincolare quest’ultimo non solo dalla sua dimensione materiale, ma anche dalla sua fondamentale valenza di strumento di potere sociale. Se, infatti, per ricambiare un beneficio, è sufficiente esprimere la propria gratitudine semplicemente a parole o con il ricordo, è evidente che nessun obbligo concreto lega il beneficato al benefattore, il quale, a sua volta, non può più servirsi del beneficium come strumento per esercitare il proprio potere. Del resto, se è la filantropia il principio che deve muovere il benefattore, ne consegue che il beneficium è prima di tutto un atto individuale determinato dalla volontà e l’interiorità del benefattore e che pertanto assume valore in sé, indipendentemente dalla gratitudine che manifesterà il beneficato. Secondo il filosofo di Cordoba, infatti, la gioia che il beneficio procura è nell’atto stesso del donare e non nel ricevere qualcosa in cambio; di conseguenza il benefattore non deve aspettarsi dal beneficato nulla, neanche la sua stessa gratitudine.
Da quanto detto, appare evidente che la riflessione di Seneca stravolge completamente i fondamenti del beneficium romano. Da istituzione finalizzata a sancire la superiorità e il prestigio sociale del benefattore, il beneficium diventa, infatti, la base per la costruzione di relazioni paritarie e fondate sul rispetto reciproco. E da garante della rigida e gerarchica struttura sociale romana, esso viene trasformato dal filosofo latino in un esercizio di virtus morale, atto libero, individuale e volontario, finalizzato esclusivamente al raggiungimento della perfezione morale.

Rosaria Luzzi

“Le bibliografie degli altri”: Anna Cossetta del Google group sul dono: Bibliografia sul dono

Abbiamo recentemente ricevuto da Anna Cossetta, del google group sul dono, che ringraziamo, un post interessante poichè rinvia a una bibliografia molto completa sul tema del dono approntata dalla biblioteca Panizzi di Reggio Emilia:

Che bella sorpresa stamattina, avere scovato in rete questa bella iniziativa pubblicata lo scorso anno dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia! Si tratta un percorso di lettura sul dono piuttosto ampio e completo affiancato da una bibliografia ancora più dettagliata con molte proposte per i bambini di tutte le età.
Un libro sul dono a Natale: le proposte bibliografiche della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia

Blog: Ricerca sul dono
Post: Un libro sul dono a Natale
Link: http://ricercasuldono.blogspot.com/2011/12/un-libro-sul-dono-natale.html

“La discussione sui beni comuni”: la recensione di P. Cacciari a A. Lucarelli, Beni comuni,Dissensi, 2010

Un altro contributo alla discusione sui beni comuni con la recensione di P. Cacciari al libro di A. Lucarelli, Beni comuni,Dissensi, 2010, comparsa sul sito Democrazia Kmzero:

Lo statuto dei Beni Comuni di PAOLO CACCIARI
da http://www.democraziakmzero.org

Alla grande tematica dei beni comuni ci si può avvicinare da tanti, diversi punti di vista: fenomenologico e scientifico, attraverso l’ecologia; utilitaristico, attraverso l’economia; funzionale e finalistico, attraverso la sociologia e la filosofia; ideologico, attraversando tutti gli “ismi” di tutti i tempi. Oggi, grazie al lavoro di un gruppo di giuristi che hanno lavorato con Rodotà nella commissione incaricata dall’ultimo governo Prodi di modificare la parte del codice civile relativa alla proprietà pubblica, tra cui Alberto Lucarelli, professore di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e alla Sorbonne a Parigi, possiamo dire che il concetto di beni comuni ha acquisto anche un fondamentale spessore giuridico. Una leva importantissima nelle mani di quanti – movimenti, forze politiche e sindacali, amministratori pubblici – si stanno battendo contro il saccheggio delle risorse naturali, la depredazione dei servizi di pubblica utilità, la privatizzazione dei beni pubblici e devono ora – soprattutto dopo lo stupefacente risultato dei referendum sull’acqua e sull’energia pulita del giugno dello scorso anno – passare ad una fase propositiva, di concreta e praticabile proposta politica. Siamo in presenza del tentativo di tracciare una nuova teoria giuridica (non ancora presente nel nostro ordinamento) relativa ai beni comuni.
Da questo punto di vista, meritoria è l’iniziativa della casa editrice Dissensi che ha raccolto in un unico volume cinque saggi e svariati articoli di Lucarelli corredati da una vasta documentazione (tra cui le prime delibere del Comune di Napoli sulla ripubblicizzazione dei servizi acquedottistici e sulla democrazia partecipativa). La sensazione è che finalmente si sia aperta una breccia nel muro della dottrina accademica che fa da baluardo al potere incontrastato degli interessi economici dominanti. Esattamente come avvenne in altri campi, ad esempio, quando un gruppo di fisici contestarono il nucleare. O come quando gli psichiatri misero in dubbio il paradigma della segregazione. O da quando alcuni economisti eretici hanno cominciato a smascherare il mito truffaldino della crescita economica infinita. Un corto circuito liberatore che accade quando i saperi esperti, specialistici si contaminano con le ragioni dei saperi esperienziali, diffusi, “popolari”. Lo stesso percorso di vita del nostro amico autore (attivo nei movimenti per l’acqua e da ultimo assessore ai beni comuni e alla partecipazione nella sua città) ci suggerisce che il sottotiolo del libro potrebbe essere letto anche al contrario: dalle buone azioni alla buona teoria. Le innovazioni teoriche prendono forma nel corpo dei processi sociali.
Senza mai uscire dallo specifico disciplinare, rimanendo sul filo del diritto (naturale e sociale, pubblico e comunitario), Lucarelli decostruisce e sradica nientemeno che il concetto e l’istituto della proprietà quando essa si riferisce ad alcune categorie con funzioni particolari, ma comunissime, di beni e servizi. Quelle “fisiologicamente non orientate al mercato” che la relazione finale della Commissione Rodotà ha catalogato in tre aree: i “beni comuni”, appunto, (tra gli altri: i fiumi, le sorgenti, i laghi e le acque in generale, l’aria, i parchi e le riserve ambientali, le foreste, i lidi e le coste, la fauna selvatica e la flora tutelata, i beni culturali e archeologici), i “beni sovrani” (cioè quei beni strumentali all’erogazione di “servizi pubblici essenziali” di interesse economico generale, così come riconosciti anche alla Carta dei diritti fondamentali della Comunità europea) e i “beni sociali” (tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti ad ospedali, all’istruzione, le reti locali di servizio pubblico).
Fermandoci ai beni comuni, essi “sono beni che, al di là della proprietà, dell’appartenenza, che è tendenzialmente dello Stato, o comunque delle istituzioni pubbliche, assolvono, per vocazione naturale ed economica, all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti” (p.38).
Con una stringente e convincente semplicità, Lucarelli dimostra l’incompatibilità non solo della proprietà privata, ma anche di qualsiasi tipo di gestione business oriented (messa in atto anche degli enti pubblici attraverso le infinite variabili societarie commerciali) di beni e servizi indispensabili all’effettivo soddisfacimento di diritti fondamentali delle persone e delle comunità, della sopravvivenza e della dignità degli individui e della coesione sociale. Il risultato è stato la mancata attuazione dei principi e lo stravolgimento pratico di svariati articoli della Costituzione italiana. Si tratta quindi di invertire il processo involutivo che ha portato nel corso dei secoli all’evaporazione dell’idea delle res communes omnium (e dell’esistenza stessa di res extra commercium) e alla cessione della sovranità politica a favore dei soggetti privati che agiscono nell’economia di mercato. Un percorso, quindi, che superi l’egoismo proprietario, “la concezione individualistica del diritto romano” (p.48), che recuperi l’idea di pubblico e la dimensione del “comune”, che per Lucarelli si tratta di un ordinamento in cui “la titolarità dei beni comuni vada ricondotta in capo alla collettività e la cui disciplina dovrebbe fondarsi su principi fondamentali che rimandano sostanzialmente all’idea di una loro indisponibilità di fondo, proprio in quanto costituenti il bagaglio fondamentale e inamovibile per il soddisfacimento dei bisogni primari di qualsiasi persona” (p.59).
La riflessione di Lucarelli mi pare vada oltre le stesse conclusioni della Commissione Rodotà. L’autore – in questo totalmente immerso nella nuova funzione di assessore alla partecipazione in una megalopoli come Napoli – pensa che si debba “partire dall’individuazione di una cornice di principi e della natura del diritto, piuttosto che partire dall’individuazione del bene – processo tra l’altro estremamente complesso – per identificare il bene comune” (p.37). D’accordo qui con Ugo Mattei (l’altro giurista in servizio permanente effettivo dei movimenti e dei comitati per i beni comuni) il quale ricorda come i beni comuni mal si prestino ad una tassonomia, quasi si trattasse di una nuova categoria merceologica, mentre essi vengono determinati da un processo di riconoscimento e rivendicazione sociale. Un processo dal basso, esplicitamente conflittuale che abbisogna di una soggettività a partire da quella “Rete dei comuni per i beni comuni” che l’autore, assieme al suo sindaco De Magistris e a molti amministratori locali, stanno tentando di mettere in piedi guardando all’Europa, ad una possibile Carta europea dei beni comuni.
La dimensione politica dei commons è inscritta nella loro stessa natura. Tipo di bene e forma di gestione formano un tutt’uno inseparabile. La titolarità collettiva, universalistica (“il soggetto titolare del diritto di fruire dei beni comuni è l’umanità nel suo senso intero, concepita come un insieme di individui uguali”, p. 43) e sociale ha bisogno di una declinazione politica, di una “soggettivazione”, di “regole certe” e di una “responsabilità delle istituzioni pubbliche”, ma, attenzione, “non in quanto proprietari del bene, ma in quanto tutori degli interessi generali e dei valori etico-sociali, riconducibili alla protezione del bene stesso e quindi in quanto soggetti responsabili verso le generazioni future” (p.37), non quindi in quanto proprietari, dominus, sovrani. Al fondo vi è qui un’idea di autodeterminazione e di autogoverno dei cittadini, portatori di interessi diffusi, ma non localistici né corporativi (homo civicus in contrapposizione a homo economicus) che secondo l’autore si potrebbe coniugare con un government democratico, forte e unitario. Per Lucarelli si tratta così di superare non solo la “tensione dicotomica stato/società; beni pubblici/beni privati; servizi pubblici/concorrenza; interessi pubblici/interessi privati”, ma anche e contestualmente, quella separazione che si è venuta determinando tra “democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione”. L’autore immagina un “diritto pubblico partecipato”, una “democrazia di prossimità”; sembra così sposare un’ idea radicale di democrazia effettiva e sostanziale, ma allo stesso tempo temere “microsistemi di governance territoriali (…), anche felici in alcune isole territoriali, ma che nel loro complesso mettono a rischio il principio di eguaglianza, attraverso una accelerata frammentazione della tutela dei diritti”, “modelli neocorporativi e neo-feudali”, che possono essere sottesi da una equivoca sussidiarietà e da un costituzionalismo multilivello.
Una considerazione per chiudere e rilanciare. Le nuove elaborazioni in punta di diritto sui beni comuni ci ricollegano alle rivoluzioni culturali in corso in America latina, in particolare alle nuove costituzioni dell’Ecuador di Rafael Correa e della Bolivia d Evo Morales che in un discorso alle Nazioni Unite, in occasione del Mother Earth Day ha affermato: “Se il XX secolo è stato l’era dei diritti umani, il XXI dovrebbe essere il secolo dedicato alla natura e a tutti gli esseri viventi (…). So che questo compito non sarà facile. Molte persone, specie gli avvocati, affermano che solo noi esseri umani abbiamo diritti”. Ecco, ci sono cose come la rilevanza morale dei beni comuni, la incommensurabilità dei beni naturali e culturali con i parametri dell’economia, l’intangibilità di Pacha Mama e la dignità di ogni essere vivente, che molti – e non solo avvocati – stentano a capire. Ecco, i beni comuni sono davvero un nuovo paradigma giuridico e filosofico, economico e sociale, scientifico e politico che ci permette di ricomporre una visione d’insieme del carattere intrinsecamente unitario dell’essere umano e delle relazioni esistenti tra gli individui e il vivente tutto.

“La discussione sui beni comuni”: La recensione di R. Esposito a U. Mattei, Beni comuni, Laterza

La nostra discussione sui beni comuni continua con la recensione di Roberto Esposito a Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari, 2010 , comparsa su “La Repubblica” del 14 /10/2010 p.50.

ARCHIVIO LA REPUBBLICA
FILOSOFIA DEL BENE COMUNE
14 ottobre 2011 — pagina 50 sezione: Cultura
Cosa hanno in comune l’acqua potabile, una foresta, una piazza, con la salute dei cittadini o i flussi di conoscenza che scorrono nella rete? La risposta, contenuta nella stessa domanda, è che in tutti casi si tratta di “beni comuni” – vale a dire non appropriabili né da privati né dallo Stato. Naturalmente ciò accade per motivi diversi. L’acqua non può essere privatizzata perché, come l’aria, è condizione essenziale del diritto alla vita; la piazza perché costituisce luogo di incontro e di socializzazione per chiunque in qual momento vi sosti; l’informazione perché è strumento irrinunciabile di sviluppo dell’intero genere umano. È paradossale che un’evidenza così lampante solo da qualche anno concentri l’attenzione di un numero crescente di giuristi, filosofi, antropologi, fino a diventare oggetto di un vero e proprio manifesto, come quello appena pubblicato da Ugo Mattei con il titolo Beni comuni. Un manifesto (Laterza, pagg.
136, euro 12). Docente di diritto civile, egli è stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la Riforma dei beni pubblici, nonché redattore, insieme ad altri giuristi, dei recenti quesiti referendari sull’acqua.
Ma anche al di là dei diversi libri che l’hanno posta a tema, si può dire che la questione dei beni comuni sia letteralmente esplosa in tutto il mondo.
Oggetto di studio di qualificati gruppi di ricerca, nel 2009 è stata occasione di conferimento del Nobel all’economista statunitense Elinor Ostrom, autore di un saggio, Governing the Commons, ad essa dedicato. Al centro della battaglia per la difesa della terra nel Chiapas e in Brasile e di quella, anch’essa vincente, per l’acqua pubblica a Parigi, è diventata la punta di diamante della campagna elettorale di De Magistris a Napoli, che, appena eletto sindaco, ha affidato il primo assessorato ai beni comuni al costituzionalista Alberto Lucarelli. Tutte le manifestazioni che hanno accompagnato i vertici dei Grandi della Terra sull’economia e sul clima – da Seattle a Cancun – hanno rilanciato, con sempre maggior forza, il motivo del “comune”.
“Il lavoro è un bene comune” è stato lo slogan di una recente protesta sindacale in Italia.
E cos’altro chiedono gli indignados ad Atene, Tel Aviv, Madrid e New York se non il rispetto di beni non disponibili, neanche per diminuire il debito sovrano dei vari Paesi? E tuttavia la partita appare tutt’altro che facile. Per quanto diffusa a macchia d’olio per una sorta di contagio generazionale – proprio la salvaguardia delle future generazioni costituisce l’obiettivo dichiarato della Commissione Rodotà -, l’opzione per i beni comuni sconta una doppia difficoltà di partenza. Intanto la diffidenza delle forze politiche nei confronti di un lessico trasversale, difficilmente riconducibile alla tradizionale dicotomia destra/sinistra. E poi il peso incombente di una lunga tradizione giuridica, coincidente in buona sostanza con la storia dell’intera modernità. La quale si è affermata appunto spazzando via le risorse – boschi, torrenti, università, città, chiese – che nel mondo medioevale sfuggivano alla proprietà privata e a quella statale, costituendo una sorta di beni rifugio per i più deboli. Le recinzioni dei campi in Inghilterra, insieme al saccheggio delle Americhe, segnano la fine di diritti consuetudinari, come quello che destinava le foreste al libero uso dei poveri. È allora che si salda la tenaglia tra proprietà privata e sovranità statale, teorizzata e celebrata da tutta la filosofia politica moderna.
Come il singolo ha diritto esclusivo di proprietà su tutto ciò che produce, così lo Stato sovrano è proprietario unico del territorio incluso nei propri confini.
Da Hobbesa Locke,a Blackstone, Stato e proprietà colonizzano l’intero immaginario in un rapporto a somma zero che non lascia spazio a qualcosa che è di tutti proprio perché non appartiene a nessuno. Nonostante la loro opposizione, liberalismo e socialismo condividono la stessa logica escludente che divide il mondo tra beni privati e beni posseduti dallo Stato. Ciò che solamente è consentito, e giuridicamente tutelato, è il passaggio dalla proprietà dello Stato e quella dei privati e viceversa. Nazionalizzazione e privatizzazione diventano le parole d’ordine che nel Novecento si dividono tutto il campo delle opzioni economiche e politiche, espellendo qualsiasi altra possibilità.
La globalizzazione dell’ultimo ventennio da un lato spinge ancora più avanti questo processo, dall’altro comincia a porlo in contraddizione con se stesso. L’entrata in scena di nuovi soggetti proprietari, costituiti da grandi multinazionali slegate da qualsiasi obbligo di responsabilità sociale – come la Fiat di Marchionne – riduce il potere sovrano degli Stati, allargando a dismisura quello di organizzazioni private capaci di produrre esse stesse politica e diritto funzionali ai propri vantaggi. Così – come sostiene Mattei – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio diventano i veri legislatori globali del dopo Guerra Fredda. Ma proprio questa rottura della dicotomia moderna tra Statoe singoli proprietari apre lo spazio a nuovi scenari, in cui comunità reali di cittadini associati rivendicano l’estensione dei diritti fondamentali e comunità virtuali penetrano i confini statali arrivando a diffondere informazioni riservate, come nel caso di WikiLeaks. Qual è il destino di questo nuovo antagonismo sociale, così diverso da quello cui il Novecento ci ha abituati? Io credo che se esso si pone come alternativa globale al modello capitalistico, richiamandosi ad esperienze marginali come quelle dell’Ecuador o della Bolivia – come sembra fare lo stesso Mattei – esso non ha speranze. Come, del resto, tutti i discorsi in voga sulla decrescita. Non ha speranze perché troppo in contrasto con le aspettative, le pulsioni, i desideri della stragrande maggioranza della gente, non soltanto in Occidente. Se invece, senza rinunciare al conflitto politico e civile, punta alla costruzione di un sistema costituzionale triangolare in cui i beni comuni guadagnino progressivamente spazio tra quelli pubblici e privati, a partire da singole battaglie come quelle sull’acqua, sul nucleare, sulla difesa del lavoro, può diventare la nuova piattaforma unitaria di movimenti orientati alla trasformazione di un mondo che appare sempre meno nostro.
– ROBERTO ESPOSITO

“I nostri eventi” : Convegno “Pensare diversa/mente. Per un’ecologia della civiltà planetaria” Napoli 17-18 gennaio

Inizia con questo convegno, organizzato dal Polo delle Scienze Umane e Sociali, con la collaborazione scientifica di Angela Giustino e Nicola Russo, “Pensare diversa-mente. Per un’ecologia della civiltà planetaria”, Napoli, 17-18 gennaio , aula Pessina della Facoltà di Giurispudenza, Corso Umberto I, ore 9.30, che vedrà l’importante presenza di Serge Latouche del gruppo francese del M. A.U.S.S. (Movimento Anti-utilitario nelle Scienze Sociali), con cui siamo in contatto, una serie di importanti iniziative sul tema del nuovo modello di sviluppo. Le iniziative sono coordinate dal Polo delle Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli e organizzate da vari soggetti, ivi compreso dal nostro gruppo di lavoro, lungo tutto l’anno 2012 e culmineranno in un convegno internazionale sul tema nell’ottobre 2012. Il nostro gruppo ha organizzato per il 9 marzo un seminario sul tema “Lo sviluppo sostenibile, un ossimoro possibile?” con Lorenzo Sacconi, economista, Laura Pennacchi, economista e segretaria della Fondazione Basso, Gilga Farrel, della Consiglio d’Europa. A breve daremo notizia di questo seminario come delle altre iniziative in programma. Per adesso accludiamo la presentazione di questa iniziativa e la locandina del programma.
Pensare diversa-mente.
Per un’ecologia della civiltà planetaria

17-18 Gennaio 2012
Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza
Corso Umberto I, Napoli

Il modello di sviluppo e di crescita illimitata – fondato sulla razionalità tecnico-economico-scientifica, ottimisticamente coltivato dall’Occidente, con la pretesa di estenderlo a tutti i popoli – sta provocando l’omologazione del mondo governata dalla logica del profitto e del consumo, con esiti inevitabilmente catastrofici per la vita del pianeta e della stessa umanità . E’ urgente allora pensare ad una inversione di tendenza per contrastare tale modello, che mercifica l’uomo ed è ecologicamente insostenibile. La scuola delle scienze umane e sociali, nella sua varietà e interazione disciplinare, educa a un diverso stile di pensiero e di vita che, nella coscienza dell’appartenenza ad un reticolo di interdipendenze, possa rendere l’essere umano promotore di una civiltà nuova, plurale e decentrata pur nella sua dimensione planetaria, garante di una pacifica convivenza.pensare_diversamente_locandina_A3Latouche pieghevole

“Gli eventi degli altri”: Associazione Sconfinamenti convegno su “Il contesto di cura della popolazione migrante”

Riceviamo dall’associazione “Sconfinamenti” notizia del convegno su “Il contesto di cura della popolazione migrante” che l’associazione ha organizzato il giorno 27/1 alle ore 9.00 al Maschio Angioino. Il tema dell’accoglienza dei migranti è un tema che attraversa trasversalmente tutte le nostre tematiche, dal rapporto tra canone e multicultura, al dono dell’ospitalità, diamo, quindi, volentieri risalto a quest’iniziativa ove aspetti teorici si mescolano a un’indagine sugli interventi tanto di supporto psicologico quanto di tipo legislativo da mettere in opera.

“I nostri libri”: Lucarelli, “Beni comuni. Dalla teoria all’azione politica”

E’ appena stato pubblicato il libro del nosto redattore Alberto Lucarelli, Beni comuni. Dalla teoria all’azione politicacon contributi di L. De Magistris e A. Zanotelli, Dissensi, Napoli. Riportiamo due recensioni al testo che avviano una discussione sui beni comuni che vorremmo iniziare con i nostri lettori che possono inviare degli interventi al nostro indirizzo. lucarelli libro

LA RECENSIONE: Una raccolta di testi dell’assessore Alberto Lucarelli
Il «libretto rosso» dei beni comuni e la riscossa che parte da Napoli

Come passare dalla teoria all’azione politica. Vademecum per un «buon» amministratore
di Angelo Mastrandrea, “Il Manifesto”, 16/12/11

Mai parola fu più inflazionata, negli ultimi anni, per individuare uno spiraglio di luce tra le macerie del crollo del comunismo, una possibile via di fuga, il germoglio di una ripartenza. Parliamo dei «beni comuni», vale a dire della possibilità di individuare una terza via tra Stato e privato, tra pubblico e mercato, nella gestione delle risorse del pianeta. Alberto Lucarelli appartiene a quella schiera di teorici del diritto che si è coagulata qualche anno orsono attorno alla cosiddetta «commissione Rodotà», incaricata di ridefinire appunto le frontiere del pubblico nel nostro Paese (senza che le sue conclusioni fossero poi tenute in adeguata considerazione dalle forze politiche, va aggiunto). Con lo stesso Rodotà, Ugo Mattei e Alfio Mastropaolo è stato l’estensore dei due quesiti referendari sull’acqua pubblica, e a ragione, sull’onda dei 27 milioni di voti ottenuti, lo si potrebbe ritenere uno degli uomini politici più influenti d’Italia (e invece il “mainstream” politico-mediatico continua a lasciarlo ai margini). Ancora, eletto a Napoli e ricevuto da Luigi De Magistris l’assessorato (primo e finora unico in Italia) ai Beni comuni e alla Democrazia partecipativa, è il protagonista principale di quel “laboratorio” di partecipazione che il capoluogo partenopeo si propone di essere (a partire dalla neo costituita rete dei comuni europei per l’acqua pubblica).
La necessaria premessa è fondamentale per capire come un libro intitolato «Beni comuni» (Dissensi edizioni, euro 18, con contributi di Luigi De Magistris e Alex Zanotelli), firmato dal suddetto, professore di Diritto Pubblico a Napoli e a Paris 1, non suoni come un tentativo di accodarsi a un filone politico-culturale à la page. È nel sottotitolo che però si svela il vero valore aggiunto: fare un passo avanti «dalla teoria all’azione politica». E non c’è nessuno più titolato a farlo di Lucarelli, redattore del nuovo Statuto dell’Acquedotto Pugliese ripubblicizzato e soprattutto primo applicatore del risultato referendario a Napoli, con la cancellazione della Arin, la società per azioni che gestiva le risorse idriche in città, e la sua sostituzione con la neonata Abc, Acqua Bene Comune, interamente di diritto e a capitale pubblico, aperta alla partecipazione di due rappresentanti della cittadinanza attiva nel consiglio di amministrazione e controllata da un organismo indipendente esterno. Una vera e propria rivoluzione, per qualcuno, di sicuro la prima pietra di un progetto politico antiliberista che si pone in contrapposizione aperta alle lettere della Bce e alle prime mosse del governo Monti.
Il libro non è solo una raccolta di testi (articoli scritti per riviste o giornali come il manifesto, relazioni per convegni), ma si propone di essere un utile strumento di lavoro per amministratori che vogliano procedere nel solco tracciato da Lucarelli. Per questo la seconda metà è dedicata alla pubblicazione integrale di atti e documenti che hanno sostanziato la teoria espressa nella prima. Si passa così dal lavoro carsico dei movimenti nell’exploit partenopeo, tra i più attivi e tignosi d’Italia, sottolineato da Zanotelli, alla concretizzazione istituzionale di anni di battaglie: lo statuto della neonata Abc (con l’annessa documentazione preparatoria).
Ma l’azione politica non si ferma qui. «È necessario reagire alla dittatura del patto di stabilità, porre subito la questione politica sul piano nazionale e contrastare i rinnovati progetti di svendita della cosa pubblica, quale quello posto in essere con il recente decreto di Ferragosto (le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e la privatizzazione di aziende ancora totalmente o in parte in mano pubblica, ndr)», scrive Lucarelli. E ancora: «I comuni hanno una grande responsabilità, ovvero far partire dal basso un progetto federativo, una vera e propria rete, tale da proporre modelli alternativi di sviluppo e di governo della cosa pubblica. La città di Napoli si è dichiarata pronta per un gran progetto politico nazionale fondato proprio sui beni comuni e la democrazia partecipativa». Una palese dichiarazione d’intenti che lascia la sensazione di un “libretto rosso” dei beni comuni scritto a lavori (fortunatamente) ancora in corso.

La discussione:

Una discussione sui Beni Comuni di Ugo M. Olivieri

Sul “Manifesto” del 16/12 Angelo Mastrandrea è intervenuto sul recente libro sui beni comuni di Alberto Lucarelli scrivendone una recensione in un certo senso “mimetica” poiché riprendeva l’organizzazione stessa del volume diviso in due parti, una più teorica l’altra decisamente militante. In questo senso l’intervento sia per forma che per contenuto, era suscettibile di aprire un dibattito su un tema importante in questa fase politica. Provo a spiegarmi, cercando di utilizzare la mia spiegazione come primo e contestuale avvio di un dibattito cui l’articolo di Mastrandrea esplicitamente invitava. Il libro di Lucarelli, e già Mastrandrea lo metteva in rilievo nell’approccio ‘contenutistico’ al volume, indica un modo di porre la questione dei beni comuni che elude la chiacchiera à la page, per proporre un nesso forte tra teoria e pratica politica, focalizzando l’attenzione sulla necessità di un soggetto politico che i beni comuni lotti per averli e, una volta avutili, li sappia gestire come momenti di auto-costituzione di un movimento collettivo. Dicevo prima che l’articolo di Mastrandrea sembra suscitare un dibattito anche per la sua forma poiché la recensione compariva in una pagina dedicata alle iniziative dei comitati per l’acqua pubblica e acquisiva, in virtù di tale collocazione, l’andamento di un articolo politico oltre che di una recensione teorica. Non a caso Mastrandrea richiamava nel suo pezzo il successo politico ottenuto con il referendum sull’acqua pubblica e si interrogava sulla possibilità di mettere a frutto politicamente tale risultato E in questo si rivelava in consonanza con il sottotitolo del saggio di Lucarelli “Dalla teoria all’azione politica”, un sottotitolo che mostra una volontà di ripercorrere le pratiche politiche del movimento referendario sull’acqua pubblica di cui l’autore è stato esponente di rilievo per ripensare il concetto di «bene comune» .
Oggi il concetto rischia, infatti, di assumere i toni indistinti di un tema etico-morale su cui ci si può facilmente accordare tanto che anche nell’ambito del pensiero cattolico si discute di bene comune dando al termine una declinazione spiritualistica e pauperistica. Nella prospettiva di Lucarelli, invece, bene equivale a beni, ossia quell’insieme di risorse, di prestazioni e servizi centrali per la vita pubblica dei soggetti e che normati giuridicamente, debbono essere oggetto di una riappropriazione diretta da parte dei cittadini in nome di una democrazia partecipativa e non solo delegata. La questione è cruciale perché in piena crisi finanziaria, mentre tutti, ivi compresi molti esponenti e realtà organizzative della sinistra, si richiamano all’inevitabilità dei valori del mercato, quella dei beni comuni è una prospettiva che mette in dubbio l’orizzonte solo monetarista dell’Unione Europea e lo fa non in nome di un ipotetico e futuro regno del comunismo ma di un qui ed ora di un movimento che ha saputo mettere in discussione il pensiero unico dell’economia del mercato e del debito pubblico. Una prospettiva legata a un movimento che è intervenuto oltre che sulla gestione privatistica e aziendalistica di beni e servizi centrali per i diritti fondamentali del soggetto delle democrazie occidentali anche su un nuovo modello di sviluppo che ha al suo centro un’economia della compatibilità ambientale e non la pura sopravvivenza verso cui ci spinge l’economia di mercato. Di questa prospettiva, il libro di Lucarelli, nella prima parte che raccoglie dei testi teorici, si nutre e a questa prospettiva, al contempo, il libro è assieme guida e strumento di lavoro. Voglio dire che, mettendo implicitamente in discussione un andamento univoco che dalla teoria arriva alla pratica e dimostrando come la pratica può mutare e orientare la teoria, l’autore argomenta come la consueta bipartizione tra gestione privatistica o gestione pubblica dei servizi possa apparire desueta di fronte a un concetto giuridico nuovo come quello dei beni comuni ove si insiste non sulla proprietà ma sulla gestione e sull’accesso al bene come dato fondativo di una nuova democrazia di base. Come affermavo prima se nella ricerca di Lucarelli vi è anche un rovesciamento del tradizionale rapporto tra teoria e prassi ciò avviene in quanto molta della teoria giuridica sul concetto di beni comuni è nata come riflesso dei nuovi movimenti d’impianto ecologista e al tempo stesso è servita ai nuovi movimenti per impostare e condurre delle battaglie come quella referendaria. Non a caso la stesura della memoria difensiva sui referendum in corte costituzionale porta la firma dell’autore. E ancora non è un caso che il libro di Lucarelli allinei accanto ai saggi teorici della prima parte gli articoli militanti scritti in varie occasioni per “il Manifesto” e alcuni testi “applicativi” e normativi, ossia le delibere che come assessore ai Beni comuni Lucarelli ha portato ad approvazione all’interno della giunta De Magistris. Questo radicamento sul locale costituisce la prospettiva nuova additata a un movimento che deve ragionare sulle contraddizioni reali dei territori mirando però a mantenere in piedi una prospettiva europea della “disobbedienza”come atto istituente di una nuova socialità. In un intervento su “Il Manifesto” del l’autore, ritornando sulla questione, additava anche una strategia politica praticabile. Si tratta di ipotizzare una trascrescenza del modello di laboratorio napoletano , basato sulla creazione di formee momenti istituz di democrazia partecipata e di modelli gestionali che possano favorire tale processo. E qui si innestano due temi sottesi al libro e che debbono essere oggetto di una riflessione approfondita che va oltre la stessa pratica politica quotidiana. Il primo immediato problema è il rapporto che si deve instaurare tra la pluralità delle sigle e dei movimenti che hanno gravitato attorno al movimento referendario e la possibilità di declinare questa pluralità in termini di risultati ottenuti di strategie da praticare, di alleanze da stringere. Insomma è l’eterno dilemma tra partito e movimento. Qui il libro di Lucarelli propone delle soluzioni interessanti e in particolare uno dei testi contenuti nella seconda parte Il Manifesto “Laboratorio Napoli” per una Costituente dei beni comuni. Idee per un percorso partecipato” è assai indicativo delle soluzioni prospettate dall’autore. L’idea di Lucarelli è di partire dal locale, da istituzioni come quelle comunali più vicine alla dimensione locale per farne il punto d’elaborazione di strategie che vadano alla costituzione di un’aggregazione di singoli e di associazioni attorno alla rivendicazione di una gestione compartecipata e di base di servizi e di beni in grado d’assicurare una partecipazione dal basso della cosa pubblica. Il soggetto politico così costituito non dovrà però limitarsi all’ambito locale o nazionale ma estendersi a livello europeo come una rete dei comuni centrati su un’azione amministrativa che abbia al suo centro il concetto di beni comuni. E con questo siano dentro il secondo problema sotteso al concetto di bene comune. Il fondamento giuridico del concetto di beni comuni è di fatto al tempo stesso operativo ma mancante di una teoria antropologica e politica complessiva. Di fatto quello che mette insieme oggi il movimento ecologista, spezzoni del mondo sindacale come la Fiom o il movimento delle donne è più un concetto di bene comune come metafora politica più che come patrimonio teorico comune. Basti pensare che alla base della battaglia sull’acqua vi è l’idea di un bene naturale limitato e quindi soggetto a una tendenziale scarsità, un’idea che è alla base anche di molte classificazioni di beni o di prestazioni come rientrabili sotto la gestione politico-giuridica di tipo comunitario. Una conseguenza di tale derivazione del concetto di beni comuni dall’ideologia ecologista è da un lato il carattere fisicamente percettibile di tali beni e dall’altro la dipendenza dall’elaborazione di un modello economico centrato sulla decrescita alternativo a quello capitalistico centrato sullo sviluppo inesausto e distruttivo di qualsiasi comunità “naturale”. Rimane da indagare cosa succede se tale modello dei beni comuni vuole essere applicato in un modo non metaforico ma reale ad aspetti della sintesi sociale come la conoscenza basati sull’abbondanza e non sulla scarsità e sulla valorizzazione continua di questa valorizzazione. E che il problema sia di non poco conto all’interno di qualsiasi riflessione interna alla storia del movimento operaio basti pensare al mutamento epocale che si deve ipotizzare per mettere insieme spezzoni del movimento ecologista e spezzoni del movimento operaio che conoscono la centralità della loro pratica politica a partire dalla fabbrica e da un modello teorico tutto centrato sullo sviluppo indefinito delle forze produttive. Eppure è proprio questa difficile interazione che può nascere un’alternativa alla riduzione dell’intera vita sociale all’economia mortifera del debito e della recessione ed è a questo compito che libri come questo di Lucarelli sono preziosi.