Associazione A Piene Mani

<<A piene mani>> è il nome della nostra associazione, un nome scelto per le sue evidenti vicinanze con il libro di Jean Starobinski sul dono. Un libro che annunciava il passaggio del concetto dallo stretto ambito antropologico a quello delle scienze umane e della letteratura. Apertura che comportava l’inizio di quella interdisciplinarietà sul dono che ha segnato la fortuna del termine.

Siamo nati nel dicembre del 2010 come gruppo di ricerca inter-disciplinare “Dono, dis-interesse e beni comuni” da un’idea di Ugo M. Olivieri, docente di letteratura italiana presso la Federico II. Alla fondazione del gruppo hanno cooperato Fabio Ciaramelli, docente di Filosofia del Diritto, Francesco P. de Cristofaro, docente di Letteratura Comparata, Alberto Lucarelli, docente di Diritto Costituzionale, che insegnano tutti nella Federico II. Il nostro lavoro sia teorico che attorno alle ‘pratiche’ – convinti come siamo che non solo la teoria spiega le pratiche ma che le pratiche modificano a fondo la teoria- è centrato sul legame, non scontato e pacifico, ed anzi, da spiegare ed interrogare, tra “dono” e “beni comuni”, un legame che passa attraverso il termine intermedio di “dis-interesse” come critica dell’economicismo. I risultati delle ricerche del gruppo di lavoro interdisciplinare sono esposti periodicamente in pubblico mediante delle giornate di studio e di discussione pubblica che sono registrate e disponibili sul canale You Tube “ A piene mani”. Il pubblico invitato a tali giornate è non solo quello studentesco ma comprende operatori di vari settori della vita civile che usano nelle loro pratiche professionali quotidiane il concetto teorico di dono.

Nel marzo 2016 ci siamo costituiti come associazione legalmente riconosciuta “A piene mani” , presidente Ugo M. Olivieri, vice-presidente Fabio Ciaramelli, tesoriere Giovanni De Stefanis. All’associazione hanno aderito come soci fondatori alcuni membri del gruppo di ricerca assieme a docenti, studenti e dottori di ricerca, insegnanti che seguivano dall’inizio il gruppo di ricerca interdisciplinare. Abbiamo aperto il tesseramento dei soci ordinari. L’associazione organizza ogni anno a ottobre un “Forum del dono” su temi sociali e vari convegni e giornate di studio nel corso dell’anno. Le relazioni di questi incontri sono pubblicate nella collana “Dono e beni comuni” diretta da A. Lucarelli e U. M. Olivieri presso l’editore Diogene di Napoli.

L’associazione è presente con un proprio profilo su:

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Una comunità solidale per una vita di qualità.

Domani 25 maggio a partire dalle ore 16 a Palazzo Migliaresi, Rione Terra di Pozzuoli, #SergeLatouche, padre del concetto di “decrescita felice” interverrà con una lectio magistralis nell’ambito del Convegno “Una comunità solidale per una vita di qualità” organizzato dall’Associazione culturale Centro Italiano Femminile di Pozzuoli in collaborazione con il CSV Napoli.
#AssociazioneAPieneMani #Pozzuoli #RioneTerra
Angela Giustino Mani Tese Campania #CentroStudiinterculturale
#Mediterraneosociale

Immagini di parole. La lettura tra corpo, mente e cultura.

Università degli Studi di Napoli Federico II
Dipartimento di Studi Umanistici
Dipartimento di Scienze Politiche
Associazione “A Piene Mani”

Venerdì 19 maggio alle 9.30 presso la Biblioteca di Area Umanistica BRAU, piazza Bellini 59/60 Napoli.

Immagini di parole. La lettura tra corpo, mente e cultura.

“La lettura è tra le pratiche che più pervasivamente arredano la nostra vita. Essa costituisce un canale di comunicazione sempre attivo, che utilizza molteplici supporti e da lì di continuo ci allerta sul mondo.
Non è solo un gesto mentale e disincarnato, dunque, ma un’attività concreta, fisica, che penetra nel corpo e lo modella senza che ne siamo consapevoli. La scrittura che usiamo per Twitter o per gli SMS ci è diventata naturale, come Leopardi sentiva naturale scrivere velocemente lunghi appunti per lo Zibaldone, o come fino alla prima metà del Novecento le signorine tutti i giorni riempivano pagine di diario con frasi lunghe e piene di subordinate. Ora di questo non siamo più capaci, ma sappiamo scrivere sintetici ed efficaci messaggi sui social media.
Anche se non vi soffermiamo l’attenzione, di un tale cambiamento siamo oggi divenuti consapevoli: ce lo rammentano di continuo la pluralità dei supporti su cui pratichiamo la lettura. Ce lo rammentano l’interattività di molti di questi supporti, il flusso ininterrotto della comunicazione e la pervasività dei social media.
In mezzo a tutto ciò, che cosa sta avvenendo alla nostra mente e al nostro corpo? Che cosa accade alla cultura della società, al sentire e all’agire che tale sentire innesca? Come siamo, dunque, e, anche, come stiamo diventando?
Su tali questioni devono oggi interrogarsi – non separatamente, come già avviene, ma tutti assieme – cognitivisti, teorici della letteratura, storici della lettura, sociologi, psicologi, linguisti e neuroscienziati.
Ecco l’intento della giornata seminariale. Si vuole favorire un brainstorming non solo dei partecipanti ufficiali, ma anche di chi tra il pubblico ha riflettuto su tali questioni”. Rosa Maria Loretelli

Immagini di parole. La lettura tra corpo, mente e cultura. Convegno 19 maggio 2017

Venerdì 19 maggio presso la biblioteca di Ricerca di Area Umanistica BRAU, piazza Bellini 59/60, il nostro convegnoImmagini di parole. La lettura tra corpo, mente e cultura”. Cogliamo l’occasione di condividere la risposta di #UmbertoGalimberti a una lettrice.

Ci fa piacere anche condividere il breve testo di #RosamariaLoretelli.

La lettura è tra le pratiche che più pervasivamente arredano la nostra vita. Essa costituisce un canale di comunicazione sempre attivo, che utilizza molteplici supporti e da lì di continuo ci allerta sul mondo.

Non è solo un gesto mentale e disincarnato, dunque, ma un’attività concreta, fisica, che penetra nel corpo e lo modella senza che ne siamo consapevoli. La scrittura che usiamo per Twitter o per gli SMS ci è diventata naturale, come Leopardi sentiva naturale scrivere velocemente lunghi appunti per lo Zibaldone, o come fino alla prima metà del Novecento le signorine tutti i giorni riempivano pagine di diario con frasi lunghe e piene di subordinate. Ora di questo non siamo più capaci, ma sappiamo scrivere sintetici ed efficaci messaggi sui social media.

Anche se non vi soffermiamo l’attenzione, di un tale cambiamento siamo oggi divenuti consapevoli: ce lo rammentano di continuo la pluralità dei supporti su cui pratichiamo la lettura. Ce lo rammentano l’interattività di molti di questi supporti, il flusso ininterrotto della comunicazione e la pervasività dei social media.

In mezzo a tutto ciò, che cosa sta avvenendo alla nostra mente e al nostro corpo? Che cosa accade alla cultura della società, al sentire e all’agire che tale sentire innesca? Come siamo, dunque, e, anche, come stiamo diventando?

Su tali questioni devono oggi interrogarsi – non separatamente, come già avviene, ma tutti assieme – cognitivisti, teorici della letteratura, storici della lettura, sociologi, psicologi, linguisti e neuroscienziati.

 

 

La sinistra e il post-referendum: presentazione de “Il Tetto”

Martedì 2 maggio dalle ore 18:00 alle ore 20:00
Presso la libreria Pacifico, Via Alois, 24 Caserta
La sinistra e il post-referendum:
presentazione de “Il Tetto
Il Tetto”, storico punto d’incontro tra culture politiche democratiche, dedica il suo ultimo numero al post-referendum e alle prospettive della sinistra in questa congiuntura politica. Apre la rivista un editoriale sul tema di Pasquale Colella, mentre Massimo Villone riprende il problema dell’Italicum.
Nella sezione dei documenti sono ripresi i contributi del comitato napoletano e dell’assemblea romana dei Comitati per il NO, mentre Ferruccio Diozzi e Giovanni Lamagna intervengono sulla crisi della sinistra all’interno della nuova rubrica “Pensare dentro la crisi“.
Pasquale Colella, Nicola Iasiello, Ugo M.Olivieri, Mario Rovinello ne discutono con Massimo Villone, Ferruccio Diozzi, Gianni Cerchia.
Modera Pasquale Iorio.
Con la collaborazione di AISLO.

06/04/2017

Continua la rassegna di incontri con autori contemporanei  organizzata dall’associazione Amici del cinema Vittoria e dalla cattedra di Letteratura Italiana del corso di laurea in Lingue e letterature moderne europee assieme ad altre associazioni. Questa volta è presente  Eraldo Affinati con il suo romanzo “L’uomo del futuro” una biografia di Don Lorenzo Milani. Don Milani di cui quest’anno ricorrere il cinquantenario della morte è una figura carismatica e importante per il mondo della scuola e il suo pensiero è di viva attualità ne sono testimonianza le polemiche e gli articoli apparsi in queste ultime settimane sul domenicale del Sole24ore”

Un intervento di R.Luperini su due libri: I destini generali di G. Mazzoni e Stati di minorità di D.Giglioli

L’intervento che Luperini ci ha inviato e che volentieri pubblichiamo è una recensione di due libri G. Mazzoni, I destini generali e D. Giglioli, Stati di minorità, appena usciti nella nuova collana Solaris dell’editore Laterza. E’ anche, e soprattutto, un’appassionata discussione sulla posizione del soggetto intellettuale nel discorso sociale, una decostruzione degli orizzonti d’attesa che precedono e determinano le scelte del canone nelle società “post-democratiche” di cui parla D. Crunch.

IMPOTENZA POLITICA E STATO DI MINORITA’: È POSSIBILE SOLO UNA FORMA DI DISAGIO?

La nuova collana di Laterza Solaris, formata da brevi saggi, si presenta con due volumetti di due autori coetanei (fra i quaranta e i cinquanta anni) che muovono dallo stesso assunto ma arrivano a conclusioni opposte. Si tratta di I destini generali di Guido Mazzoni e di Stato di minorità di Daniele Giglioli. Lo stato di minorità è la condizione di impotenza, la impossibilità di agire, che per Mazzoni è oggettiva, per Giglioli è, anche, una strategia dell’assetto di potere vigente che si perpetua diffondendo tale sensazione. La conclusione di Mazzoni è che non resta altro da fare che adattarsi e, tutt’al più, testimoniare una «forma di disagio», quella di Giglioli è che bisogna scegliere, prendere posizione, schierarsi.
Già in via preliminare Mazzoni sente il bisogno di ammettere una «ambivalenza» del proprio discorso e prega il lettore di non scioglierla e soprattutto di non spostare «l’asse del discorso dall’analisi al giudizio»: come se l’analisi fosse neutra e non fosse determinata da un implicito sistema di valori e di giudizi che la condiziona. Una preghiera significativa: evidentemente Mazzoni si accorge di un impaccio o di una contraddizione e cerca di ripararvi argomentando che quello che conta è capire non «prendere posizione». Così, seppure in modo surrettizio, emerge però il reale problema di Mazzoni: non prendere posizione. D’altronde, a suo avviso, prendere posizione e superare l’ambivalenza non sarebbe possibile a causa della «inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente». E tuttavia resta una incongruenza, alla quale l’autore gira intorno nella parte iniziale e di cui prende atto più direttamente nella parte finale del libro: queste categorie inefficaci sono pure quelle che sostengono e conducono tutta l’analisi. Dunque sarebbero efficaci ai fini analitici e inefficaci per quanto riguarda la presa di posizione e il giudizio? Alquanto bizzarro, direi.
Tutta l’analisi sottintende valori e vettori di senso che invece vengono esplicitamente rifiutati in quanto anacronistici. Anche il linguaggio che tratteggia la situazione di impotenza è tutt’altro che neutro, anzi ha il colori del pathos. Lo stile è commosso, tendenzialmente tragico: sin dall’inizio si dice che tutti noi siamo «travolti» dalla mutazione avvenuta cinquant’anni fa: le persone vivono «scisse», nell’«isolamento» e nella «segregazione» diventati condizione normale, conducono «esistenze frammentarie e attimali» in uno «spazio disgregato», dove non si danno più né passato né futuro e domina il privato; anzi tutta l’esistenza si svolge ormai «sotto l’impero del privato», nel «puro consumo», in modo «irresponsabile, inappartenente, centrifugo». Infine si ammette persino che si vive in un sistema fondato sullo «sfruttamento di una persona sulla persona» e sulla oppressione di vaste zone del pianeta. D’accordo, ma tutto questo non è già giudizio? Un giudizio, aggiungo, che più volte abbiamo sentito risuonare nelle nostre letture (nemmeno recentissime: dai teorici del marxismo a Lacan e Pasolini, peraltro accettati senza rivisitazione critica o attualizzante)… Nella descrizione e persino nel linguaggio impiegato non riecheggiano le voci di un pensiero critico che ha attraversato la modernità, al punto che, come ammette Mazzoni nella zona finale del libro, vi appare persino «l’ombra dell’Altro innominabile», lo spettro del comunismo e delle utopie del movimento operaio elaborate nel corso degli ultimi due secoli?
Ma è proprio qui che Mazzoni s’impunta. La paura di essere inattuale, anacronistico e ridicolo è il vettore nascosto di tutto il suo libro. Per questo preferisce restare nell’ambivalenza. E, se proprio deve uscirne, lo fa per tessere l’elogio dell’«adattamento» e della saggezza del senso comune: «Quell’amore per l’adattamento, il compromesso, la consuetudine, la superficie che è tipico di ogni senso comune contiene, alla fine, una forma profonda di saggezza», scrive. Dalla tragedia dell’analisi si passa dunque alla commedia dei comportamenti pratici. D’altra parte, dato che ormai si vive in una prospettiva postutopica, sarebbe inutile, scrive Mazzoni, stare a pensare ai «problemi essenziali» perché essi non «hanno storia, se non nella lunga o lunghissima durata, cioè in una dimensione che non ci riguarda». Meglio adattarsi e fare i cavoli nostri, insomma. Non resta, parrebbe, che la possibilità di un tranquillo cinismo quotidiano. Insomma, si chiede infatti Mazzoni (neppure tanto paradossalmente), perché Fabrizio Corona (secondo cui niente altro si può fare «se non godere sino all’ultimo») «dovrebbe avere torto»? D’altra parte, ci ricorda ancora, il popolino di Belli e i borgatari di Pasolini e di Siti, col loro vitalismo cinico, disilluso e nichilistico, non ci indicano questa strada?
Certo, accettare questa prospettiva comporta una «forma di disagio». Al Western way of life niente altro si potrebbe opporre. Un nobile disagio, naturalmente, una pensosa malinconia. Ma, se ci si predispone agli adattamenti del cinismo quotidiano, perché indulgere a questi struggimenti da anima bella e infelice?
Direi che tutto il libro di Mazzoni è scritto saldamente all’interno del Western way of life (da questo punto di vista i suoi «destini generali» sono assai poco «generali» e anzi molto particolari). Ogni altra prospettiva è liquidata come utopica e anacronistica. Ma anche il punto di vista delle vittime (delle vittime del Western way of life) è anacronistico e inattuale? Lo stesso fondamentalismo islamico non è un modo rozzo e barbaro di esprimere un trauma planetario che ci riguarda? E più in generale: non vi sono, in realtà, infinite maniere, anche nella vita quotidiana e, anzi, nel modo stesso di pensare, per prendere posizione e schierarsi? E invece Mazzoni vede solo un’alternativa secca: o il Western way of life o il collasso del sistema. Secca, e comoda. Prendere posizione sarà magari «inefficace», ma stare ad aspettare il collasso e intanto adagiarsi nel «disagio» della propria impotenza è certamente ancor più inefficace.
E’ qui che si apre la pars costruens del discorso di Giglioli. Discorso difficile, meno lineare di quello di Mazzoni, più tortuoso, a tratti forse volontaristico, ma almeno rischioso, almeno inquieto e aperto, perché volto non a giustificare una impotenza, ma a individuare i modi per superarla.
Anzitutto, scrive Giglioli, il senso d’impotenza è un effetto del sistema di potere vigente. «Una società in cui l’agency [l’azione politica] è inibita non è il risultato di una configurazione astrale. C’è chi ha lavorato e lavora per questo. Che l’agire politico dei più sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio. La mancanza di agency non è mai davvero generalizzata: quelli che possono impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Limitarsi a prendere atto dell’impotenza è insomma una forma di complicità. È nella complicità e nella cecità di fronte alla complicità, ci ricorda Giglioli, che si annida il maggior errore che possiamo fare. «Rescindere il nesso di complicità con un assetto di potere significa desolidarizzarsi con quelle parti di sé che ne garantiscono il funzionamento». La prima azione critica è verso se stessi ma da lì muove per poi porre in crisi l’«assetto di potere».
Su questo terreno in occidente si è soprattutto esercitato, in modo esemplare, il pensiero critico delle femministe, particolarmente a cavallo fra anni settanta e ottanta del Novecento, e in modi meno radicali ancora oggi. E al punto di vista delle donne in un passo del suo libro Giglioli si rifà espressamente perché senza dubbio la divisione di genere è una linea di contraddizione.
Ma Giglioli si spinge anche su un terreno fondativo che vale la pena considerare più da vicino. Partiamo intanto dalle sue parole: «L’esser di parte inerisce all’ontologia della natura umana, e ogni unità supposta, rimpianta o vagheggiata, passata o futura, è soltanto una forma di dominazione più perfetta. Prenderne atto, dire sì a questo atto di conflittualità permanente, che attraversa in primo luogo i soggetti, è difficile a misura di quanto si subisce dentro di sé il ricatto del vantaggio che la partecipazione a un ordine dato sa fornire».
L’ontologia della natura umana presuppone, direi, sia la divisione sia la tensione a un ordine (che è altra cosa, va da sé, dalla pretesa palingenetica di un suo raggiungimento definitivo e risolutivo): la divisione dell’io in inconscio e conscio e quella dei popoli, delle razze, delle classi, dei generi non possono reprimere la tensione verso una maggiore unità, tanto dell’io quanto dell’essere umano in quanto essere generico. Questa divisione e questa tensione sono ineliminabili e in conflitto permanente con l’assetto vigente che, all’interno dell’io e fuori di esso, nel sistema economico e politico, le cristallizza, le comprime e spesso (non sempre) riesce a soffocarle.
Prender parte è dunque, secondo Giglioli, costitutivo del soggetto. Su questa strada egli recupera la lezione positiva del Novecento, un secolo di cui vede le storture e i limiti ma che è anche, scrive, il secolo del prender partito, il secolo del Partigiano. Il rischio della posizione di Giglioli sta però nel fatto che la unica conflittualità che indica, oltre a quella di genere (a cui peraltro allude assai rapidamente), sembrerebbe in interiore homine: è la critica verso se stessi e in particolare verso la parte di noi che giunge a compromessi o a forme di complicità col sistema.
Io credo che ragioni di conflittualità e possibilità di prendere posizione stiano anche e forse soprattutto nella situazione storica presente. La situazione attuale del pianeta è segnata dal disordine, da forme infinite di ibridazione e di tensione, spesso torbide e confuse, da una grande conflittualità e mobilità, che solo con estrema fatica il sistema economico politico e militare dominante riesce a tenere in qualche modo sotto controllo. Per esempio, ci attendono nei prossimi anni, e sono già cominciate, migrazioni gigantesche di popoli incalzati dalla miseria, dalla desertificazione di vaste zone del pianeta e dalle guerre di religione, mentre la condizione di disoccupazione, di precariato e di esilio riguarda già oggi milioni di giovani all’interno stesso dell’Occidente schiacciati dall’onnipotenza delle regole economiche e dalla entropia stessa del sistema finanziario. (Altro che la favoletta della “piccola borghesia planetaria”…). Nelle lacerazioni che si aprono da che parte si sta? È immaginabile un incontro fra queste due diverse realtà di migranti e di precari? Quali conseguenze ne derivano per la masse intellettualizzate e proletarizzate (si sarebbe detto un tempo) dell’Occidente?
Si apre qui un terreno (su cui aveva cominciato a richiamare l’attenzione Said) che gli intellettuali occidentali da troppo tempo hanno lasciato scoperto abbandonandolo alle varie forme del volontariato, alla iniziativa delle Chiese o addirittura alle politiche governative. Si aggiunga che il potere di seduzione del sistema, come ci ricorda Giglioli, non è più quello degli anni ottanta, e si capirà che chi voglia prendere posizione può trovare, già oggi, molto pane per i propri denti.
Due libri da leggere, questi di Mazzoni e di Giglioli, non fosse altro perché ci fanno conoscere, in modo persino esemplare, le problematiche esistenziali e politiche (e forse più esistenziali che politiche) di una generazione di intellettuali. Di uno, che pure urta e irrita per il retroterra psicologico che rivela e per le conseguenze pratiche e comportamentali che propone, si può apprezzare la persino disarmata sincerità dell’esame di coscienza di un letterato italiano di oggi; dell’altro, che pure può mettere in sospetto per lo sforzo dell’argomentazione, la difficile continuità con una tradizione di pensiero critico e negativo che non rinuncia a passare a contrappelo il presente e a prendere posizione all’interno delle sue contraddizioni.
Romano Luperini

“Comunità e reciprocità”: il video della presentazione all’aula Pessina

Riceviamo da Ludovico Brancaccio della redazione del sito un link : http://youtu.be/sVXcBywJeXk per scaricare la registrazione della presentazione del testo Comunità e reciprocità. Il dono nel mondo antico e nelle società tradizionali, a cura di R. Luzzi e U.M. Olivieri, Diogene Edizioni, 2015.
Il libro riunisce due giornate di incontri sul dono tenute dal Gruppo di Ricerca interdiscipllinare “A Piene Mani” ed è stato presentato il 4 febbraio all’aula Pessina della Federico II da Maurizio Bettini, Luigi Spina, moderatore Lucio De Giovanni.
Il libro è in vendita sul sito della casa editrice e nelle principali librerie.

Intervista a Leonardo Becchetti di Giulio Querques

Riceviamo e pubblichiamo un’intervista all’economista Leonardo Becchetti a cura del nostro redattore Giulio Querques:

INTERVISTA A LEONARDO BECCHETTI –

Secondo Lei, che tipo di realtà noi “oggettiviamo” attraverso il solo linguaggio economico fatto di numeri?

Il problema non è l’uso della matematica che è utile per ottenere risultati rigorosi date le premesse poste. Ad esempio il metodo della massimizzazione vincolata consente di trovare il risultato ottimo data una funzione obiettivo da massimizzare e dei vincoli. L’unica cosa che esso presuppone è il principio di razionalità ovvero la coerenza tra fini e mezzi. Sappiamo che esistono violazioni importanti del principio di razionalità (ad esempio tutte le dipendenze che creano problemi di autocontrollo, bias cognitivi di vario tipo, ecc.) ma difficilmente possiamo costruire mappe della realtà prescindendo da essa.Quindi accettare il principio di razionalità è a mio avviso una semplificazione accettabile
Il limite vero è nel riduzionismo nelle definizioni di individuo, impresa e valore. Per l’economia “tolemaica” (il vecchio paradigma ormai invia di superamento) l’uomo è homo economicus schiacciato sulla dimensione acquisitiva, l’impresa è massimizzatrice di profitto e il valore è il PIL. Per il nuovo paradigma allargato dell’economia civile l’individuo è persona, risponde non solo ad incentivi monetari ma anche a norme morali e sociali ed è nesso di relazioni. L’impresa deve creare valore aggiunto ripartendolo in maniera più equilibrata tra gli stakeholders. La ricchezza delle nazioni non è il PIL ma la somma dei beni economici, ambientali, culturali e spirituali di cui una comunità può godere

Dice Habermas che “nella comunicazione linguistica è incorporato un telos di intesa reciproca”. Secondo Lei, una proliferazione di termini “genuini” nel linguaggio economico, come sostenibilità, eco-compatibilità, responsabilità, può dare un orientamento etico all’economia stessa?

Il problema non è tanto quanto alcune parole vengono usate nella comunicazione ma se all’uso nella comunicazione corrispondono comportamenti effettivi. Le parole non bastano anzi spesso possono dar luogo a greenwashing o socialwashing perché forte è la tentazione di accreditarsi come socialmente ed ambientalmente responsabili presso un’opinione pubblica che ha una sensibilità crescente su questi temi (ed è pronta a votare col portafoglio per essi) senza poi pagare il costo dell’effettiva responsabilità sociale ed ambientale. Il rischio pertanto è che le parole perdano significato. La recente entrata in vigore di un nuovo articolo del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale riferito ai green claims che stabilisce che i benefici di carattere ambientale vantati devono “basarsi su dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili” mi pare una mossa molto importante in tal senso.
http://www.vita.it/economia/imprese/sar-pi-difficile-fare-green-washing.html?utm_content=buffer69b58&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Cosa può dirci sulla lettura della crisi in termini di solo liberismo e di economia finanziaria?

Esiste un equilibrio di poteri culturale, fondamentale per la democrazia, ancora al di là da venire. Il sonno dei regolatori in finanza ha fatto crescere giganti troppo grandi per fallire e troppo complessi per essere regolati con attivi superiori al PIL degli stati di origine e risorse ingenti per condizionare il processo politico e culturale. Un recente rapporto del Corporate Europe Observatory fornisce dati concreti a questo che altrimenti potrebbe sembrare ad alcuni vago “complottismo”. Il rapporto sottolinea come presso le istituzioni europee il settore finanziario ha 1700 lobbisti registrati e spende mediamente più di 120 milioni di euro all’anno in tali attività (contro i 12 milioni di associazioni consumatori, ONG e sindacati). Ma il dato ancor più impressionante è la sproporzione di rappresentanza negli organi consultivi presso la BCE e le istituzioni comunitarie tra i rappresentanti di questa lobby e gli altri (per fare un esempio presso la BCE 95 della lobby finanziaria contro 0 di sindacati ed associazioni della società civile). Alla luce di questi dati si capisce molto meglio perché molti slanci riformatori avviati con il consenso della vasta maggioranza degli elettori europei si siano arenati nella fase attuativa.
In futuro l’uso intelligente della rete, un medium culturale libero, consentirà di invertire questa tendenza. I cittadini dovranno imparare ad utilizzare meglio il voto col mouse e col portafoglio per realizzare dal basso quel riequilibrio di poteri che è il presupposto per il bene comune

Infine, un altro passaggio interessante, sul tema del dono e sul concetto di beni comuni dal punto di vista di un economista.

Il dono è lubrificante fondamentale delle relazioni economiche e sociali che dipendono dalla qualità delle relazioni. All’interno delle aziende non esiste fertilità e superadditività prodotta da relazioni di fiducia tra colleghi se non c’è dono. Per dono non si intende ovviamente un pacchetto regalo ben confezionato ma l’andare oltre quelle che sono le proprie prerogative nei rapporti interpersonali. Ovvero passare da un rapporto tra mansioni ad un rapporto tra persone dimostrando concretamente di fare di più per l’altro e di andare oltre quelli che sono i propri compiti. La caratteristica fondamentale del dono è l’asimmetria, chi dona si espone al rischio della non corresponsione e sta proprio in questo la grandezza del dono e la sua capacità di suscitare riconoscenza, stima e propensione a reciprocare ingredienti che sono la base per costruire una buona e fruttuosa relazione.
I beni comuni sono tecnicamente in economia beni rivali ma non escludibili tipicamente soggetti al rischio di sovrasfruttamento e di depauperamento. Bisogna pertanto costruire regole che ne garantiscano la sopravvivenza. L’economia “tolemaica” si concentra sul problema dei beni privati pensando che basti la libertà di mercato. In realtà l’economia è molto più complessa perché assieme ai beni privati esistono i beni pubblici, i beni comuni e i beni relazionali che sono molto più importanti per la nostra felicità e che richiedono importanti interventi di regolazione pubblica per poter essere pienamente goduti

@leonardobecchett